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    Predefinito I democratici perdono quando fanno i finti repubblicani»

    I democratici perdono quando fanno i finti repubblicani»


    NEW YORK «I barbari sono alle porte, aspettiamoci l'assedio - commenta rassegnato Alexander Stille, saggista politico e docente di giornalismo alla New York University - Chi pensa che dopo la spaccatura della campagna elettorale George W. Bush vada in cerca della riconciliazione e dell'unità nazionale, s'illude di grosso. Questo presidente ha fatto quel che gli pareva quando è arrivato alla Casa Bianca con una sentenza della Corte suprema, figuriamoci adesso che viene riconfermato con un'incontestata maggioranza. I repubblicani saccheggeranno il sistema pensionistico, faranno terra bruciata dei servizi sociali, porteranno a termine la rivoluzione conservatrice di cui da tempo hanno i piani nel cassetto. In politica estera forse non saranno così pazzi da non capire i limiti di questa politica unilateralista per portarla agli estremi, ma non mi stupirei nel vedere altre prove di forza in Iran o nella Corea del Nord. L'unica speranza è che rimangano vittime del proprio successo e che tra quattro anni la gente decida di averne abbastanza di avventurismo fuori dai confini e disoccupazione all'interno».
    È tempo di bilanci, e di rese dei conti, all'interno del Partito democratico. Vogliamo provare a fare un'analisi di questa sconfitta?
    «Credo che Kerry abbia perso per molti motivi. Quello principale è che da tempo i repubblicani sono riusciti a spostare il confronto dalle questioni sociali di tipo economico ad altre di tipo morale. Hanno cavalcato il patriottismo, la battaglia contro l'aborto, il divieto di sposarsi per le persone dello stesso sesso, la religione nelle scuole e nella vita pubblica. Per capire questa dinamica basta guardare ai risultati dell'Ohio, uno stato che in 4 anni d'amministrazione Bush ha visto sparire oltre 260mila posti di lavoro. I sondaggi del giorno dopo indicano che per il 38% dei votanti le questioni più urgenti sono quelle morali e su queste s'è basata la scelta del candidato. I repubblicani sono stati molto furbi a far votare assieme alle presidenziali, in Ohio come in altri 10 stati, un referendum per la messa al bando dei matrimoni gay. Chi è andato all'urna con il bisogno d'affermare che il matrimonio è solo l'unione santa ed esclusiva tra un uomo e una donna, era automaticamente propenso a votare Bush, che la pensa allo stesso modo e vorrebbe addirittura cambiare la Costituzione per stabilire una volta per tutte quello che piace a Dio e quel che è contro natura».
    Perché c'è tutto questo bisogno di Dio in quella che fu la pragmatica vita politica americana?
    «È dai tempi di Reagan che il voto della destra religiosa, dei fondamentalisti cristiani, è diventato un fattore molto importante nella politica americana, ma le origini del cambiamento risalgono addirittura agli anni '60. Quando il presidente Johnson, un democratico del Texas, firma il Civil Rights Act, le legge per garantire il diritto al voto dei neri in tutti gli Usa, commenta: "E con questo ci siamo persi il Sud". Il Sud, tradizionale roccaforte democratica, sulla questione razziale diventa uno zoccolo duro repubblicano. Quando poi lo spinta della questione razziale perde forza, quando l'opposizione all'integrazione s'attenua, i repubblicani tirano fuori dal cappello nuove questioni altamente emotive, destinate a far presa tra gli elettori bianchi dei ceti medio bassi. La guerra in Vietnam segna un altro punto di lacerazione tra la classe operaia maschile e i democratici, che vengono visti come il partito dei capelloni, della marijuana e dell'amore libero. Una fetta importante della classe operaia si sente culturalmente rappresentata dai repubblicani. In questo scenario si consumano intanto processi economici di non ritorno, come la desindacalizzazione industriale. La percentuale di manodopera che ha una tessera sindacale crolla dal 30% al 10%, indebolendo drasticamente la catena di trasmissione tra organizzazioni dei lavoratori e Partito democratico».
    Cosa succede adesso? La barra si sposta ancora più al centro, all'inseguimento dei moderati?
    «Io credo che a questo punto tutte le politiche di centro per un partito d'opposizione siano fallimentari. Il tentativo di inseguire il centro non riesce comunque a catturare consensi tra fasce di elettori che si sentono sufficientemente rappresentati dalla destra. Competere su questo terreno fa sembrare i democratici dei finti repubblicani, e la gente quasi sempre preferisce l'originale. Non solo, inseguendo politiche di centro i democratici finiscono per alienare gli elettori che s'aspettano che l'opposizione faccia il suo mestiere, che rappresenti una alternativa reale. I democratici dovrebbero imparare la lezione dal Karl Rove (lo stratega elettorale di Bush). Anziché corteggiare quel famoso 5% d'indecisi che è stato l'ossessione dei democratici in questa campagna, s'è concentrato nelle zone dove era già forte: nelle comunità rurali, nelle parrocchie, nella sterminata provincia che tiene la Bibbia sul comodino e la pistola sotto il cuscino. Ha consolidato la propria base e l'ha spinta a votare compatta in massa. I democratici insomma farebbero meglio a essere democratici senza aver l'aria di vergognarsene. Devono tirar fuori una loro visione del mondo. I repubblicani, condivisibile o meno, una loro visione del mondo ce l'hanno e la esprimono chiaramente. I democratici la devono smettere di lasciare alle destre il monopolio delle questioni morali, tanto più che non mancano gli spunti per attaccare. Dovrebbero dire ai repubblicani che sono degli ipocriti, perché far vivere la gente in miseria e senza accesso alle cure mediche non è certo politica da buoni cristiani. L'America ha bisogno di un partito populista che abbia il coraggio di essere se stesso. È così che si riconquistano gli elettori. Si è tanto parlato del voto dei giovani tra i 18 e i trent'anni di età. La stragrande maggioranza di loro ha votato per Kerry, ma la partecipazione che hanno fatto registrare è stata molto bassa. Non è difficile capire la ragione: le motivazioni erano scarse di fronte alle eccessive cautele e ambiguità che il candidato democratico ha mostrato ad esempio sull?Iraq. Per mobilitare questi elettori bisogna mostrar loro una politica chiara. Questa è la sfida che attende i democra

  2. #2
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    la sinistra perde quando fa la finta liberista

  3. #3
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    si ma il fanatismo evangelico che c'è negli stati uniti qui non c'è, li poi ci sono tanti praticanti qui no bisogna stare attenti ma i contesti sono alquanto diversi

  4. #4
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    serve un candidato liberal e un candidato vice presidente più di centro l'accopiata kennedy-johnson è stata geniale da quel punto di vista a kerry serviva un johnson

 

 

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