....di Kerry
Parigi. Martedì, la nottata dedicata alle elezioni americane era partita bene: alle 23 e 15, sul terzo canale pubblico francese, comincia l’edizione speciale del programma “France-Europe Express”. La conduttrice, Christine Ockrent, sorride compiaciuta chiedendo questo e quello al democratico Felix Rohatyn, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Francia durante la presidenza di Bill Clinton. Rohatyn risponde sorridendo e si dice prudente ma fiducioso. La vittoria di John F. Kerry sembra assicurata.
In fondo, gli americani non avrebbero fatto che ribadire quanto già espresso in un paio di sondaggi di qualche settimana fa.
Il primo, del 15 ottobre è stato pubblicato dal Monde e da una decina di altri quotidiani, tra i quali il giapponese Asahi Shimbu, lo spagnolo El Pais e il britannico The Guardian.
Le opinioni espresse a favore del presidente George W. Bush vedevano in testa Israele, con il 70 per cento, mentre la Francia si fermava al 21 per cento. Nella tabella delle opinioni favorevoli a John Kerry la Francia era nettamente in testa, con il 61 per cento.
Curiosamente, agli spagnoli non piacciono né Bush né Kerry, rispettivamente al 13 e al 21 per cento di opinioni favorevoli.
A questo “referendum universale”, il 28 ottobre il Figaro ha risposto con un altro sondaggio riservato però ai soli francesi.
Il trionfo di Kerry è incontestabile: il 71 per cento ha sostenuto il candidato democratico e soltanto l’11 per cento si è dichiarato a favore di Bush.
E’ evidente che con queste basi la serata elettorale non poteva che avviarsi verso un trionfo di Kerry, anche perché i primi sondaggi sembrano confermarne la vittoria.
Tornando nella sala ovale, che fa da scenografia al programma, la sorridente e giustamente curiosa Christine Ockrent chiede ai suoi ospiti di pronunciarsi sui nuovi scenari internazionali, resi possibili dalla sconfitta di Bush.
Uno degli ospiti, il socialista Hubert Vedrine, ex ministro degli Esteri di Lionel Jospin, ammicca e, sorridendo, si dice convinto che la vittoria di Kerry potrebbe creare qualche imbarazzo a Francia e Germania. Che succederà, si chiede l’ex ministro, quando Kerry, rivolgendosi alla “vecchia Europa”, ne chiederà il sostegno concreto in Iraq? A quel punto, dice Vedrine, un rifiuto di Francia e Germania aprirebbe una crisi peggiore di quella attuale, nella quale Bush ha il ruolo del capro espiatorio.
I filoamericani escono dalle catacombe
Le ore passano e l’atmosfera cambia. Alle sei di mattina, sul primo canale, TF1, alla fine dell’ultimo speciale dedicato alle elezioni americane, mentre si confermano le notizie sulla probabile vittoria di George W. Bush, il filosofo Yves Roucaute – fervente sostenitore di Bush e autore del libro “La puissance de la liberté” – esasperato, chiede in modo veemente ai presenti di dire finalmente la verità ai francesi, e cioè che non è vero che l’economia americana è in uno stato disastroso, che Bush non è un mezzo deficiente.
Ma non c’è tempo per la risposta e parte la sigla di chiusura. Cos’è successo? Cos’è che ha modificato la cordiale atmosfera d’inizio serata?
E’ successo che gli americani sono andati a votare per davvero. E’ crollato il bel castello di carte che da mesi veniva costruito con fervore da opinionisti e commentatori francesi che, stimolati da questo terribile inciampo con la realtà, hanno una nuova idea: siccome la si deve comunque trovare una ragione per la vittoria del “fanatico”, del “deficiente”, del “texano”, ecco la nuova parola magica che tutto spiega: la paura.
Bush ha vinto facendo della paura dei suoi connazionali la sua arma decisiva.
Il segretario del partito socialista, François Hollande, dice al Monde che la vittoria di George W. Bush è “il riflesso della paura”. In un commento su Libération, Patrick Sabatier, scrive che l’elezione di Bush è dovuta a quell’America “reazionaria”, che “spinta dalla paura” può diventare “ultrà e aggressiva”. Laurent Jofrin scrive nel Nouvel Observateur che Bush “non ha bisogno di vincere il terrorismo”, perché “gli basta combatterlo” per poter “alimentare un’atmosfera di paura”.
E magari è vero, e gli americani che hanno votato per Bush sono dei paranoici.
E’ interessante a questo proposito un’osservazione di Alain Madelin, già ministro dell’Economia e tra i pochi, in Francia, a dichiararsi non soltanto liberale, ma anche favorevole a George W. Bush. In una conferenza dal tema “Quale avvenire per le relazioni franco-americane?” e organizzata nella sede parigina dell’Ump, il partito gollista al potere da Pierre Lellouche, uno dei filoamericani che in Francia escono dalle catacombe solo in occasioni come questa, Alain Madelin ha detto:
“C’è un dibattito interessante tra i teologi di al Qaida per sapere se l’interpretazione del Corano autorizza l’uccisione di tutti gli americani o solamente di dieci milioni di americani. Ma su una cosa sono d’accordo: in ogni caso, qualunque sia la soluzione teologica alla controversia, sono necessarie armi di distruzione di massa”.
Una differenza di percezione del pericolo quindi?
Alla stessa conferenza, oltre a personalità come Alexandre Adler, editorialista del Figaro, e François Bujon de L’Etang, ex ambasciatore di Francia negli Stati Uniti, è intervenuto anche John Vinocur, capo redattore dell’International Herald Tribune, che sulla percezione, sbagliata, che hanno i francesi della realtà americana dà questa spiegazione:
“Qual’è la lezione che dovreste tirare da queste elezioni? E’ che a vincere non è stata la vostra America, ma quella vera. Non quella della costa, a est. Non quella di Boston. O quella della ‘gauche caviar’ di Hollywood”.
E ha consigliato ai presenti, se vogliono cominciare finalmente a capire l’America, di non fare come Laurent Fabius, “che quando ha deciso di passare un anno negli Stati Uniti lo ha fatto in un’università di Chicago”.
Gianluca Arrigoni su Il Foglio del 6 novembre
saluti




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