Secondo voi come mai l'arte del XX-XXI secolo ha rigettato quasi in in toto quelle che sono state le fonti i ispirazione degli artisti occidentali praticamente in tutte le epoche per quasi duemila anni?


Secondo voi come mai l'arte del XX-XXI secolo ha rigettato quasi in in toto quelle che sono state le fonti i ispirazione degli artisti occidentali praticamente in tutte le epoche per quasi duemila anni?


A causa del dannato provincialismo concettuale, che dilaga intorno al passaggio fra i due millenni, secondo cui l'arte deve necessariamente ricercare il "nuovo" a ogni costo... e il "nuovo" deve per forza essere rottura e contrapposizione, non (anche) fresca continuità, rispetto a quello che ha preceduto...
Risultati? Sotto gli occhi di tutti... Opere spesso distinte e distanti dal pubblico e una critica d'arte fittizia e vacua, tutta fumosi "bla bla" e niente arrosto... L'anima mercantilista ha poi inflitto il colpo di grazia, affossando di gusto chi - pur se meritevole- non era idoneo a produrre quattrini.
"Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)


Sarebbe interessante dedicare il thread alle principali opere d'arte contemporanea, purtroppo rarissime, che si richiamano esplicitamente a queste radici.
Si potrebbe cominciare da questa:
Cristo di San Juan de la Cruz è un dipinto ad olio su tela di 205 × 116 cm realizzato nel 1951 dal pittore spagnolo Salvador Dalí.
È conservato al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow. Sullo sfondo si vede la spiaggia di Port Lligat, il paese dove il pittore viveva. Un Gesù Salvatore che dunque sembra volersi mostrare quasi come non veramente inchiodato alla Croce, ma piuttosto giustapposto, come soltanto sospeso ad essa. Un Cristo di una impressionante bellezza metafisica inserito in un immenso cielo scuro, portatore di un messaggio certamente suggestivo, ma anche stridente rispetto alla profondità di quello del Santo suo compatriota vissuto quattro secoli prima di lui: un Cristo, quello di Salvador Dalí, deprivato di ogni reale riferimento all'esperienza fisica e spirituale della Passione di Gesù.


Il Sacro Cuore di Gesù (1962). "Io sputo a mia madre".
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Per presentare quest'opera di Salvador Dalí, riporto una sintesi del suo difficile rapporto con la famiglia, tratta da un saggio di Cesareo Rodriguez Aguilera.
Dalí nasce da una famiglia benestante della borghesia. Il padre, notaio in una cittadina di circa diecimila abitanti, occupava in quella società piuttosto modesta, un posto di privilegio e rispetto.
In questa situazione di benessere economico e di rilievo sociale che si desidererebbe perpetuare attraverso il figlio, Salvador Dalì, unico figlio maschio, scelse la professione, ritenuta stravagante ed insicura dell'artista.
Dalí scelse di comportarsi da ribelle di fronte al perbenismo borghese del padre. La sua ribellione però fu facile dal momento che dispose per la sua ribellione dei mezzi migliori: le migliori tele, i colori più vari, i pennelli più cari, la migliore Accademia.
Così come lo stesso Dalì riferisce nella sua Autobiografia, il padre appariva come un gigante di violenza, di forza e di autorità e lui, da figlio, potrà esercitare il potere sul padre con i mezzi di un bimbo, dapprima in modo inconscio, poi consapevolmente.
Si porrà al centro dell'attenzione paterna dapprima con accessi di tosse, finta fino al soffocamento, poi con l'indisciplina nel Collegio.
Dall'orinare nel letto, al rifiutare il triciclo che gli viene donato affinchè si controlli, fino al gioco di depositare le feci nel luogo più impensato della casa: l'armadio con la biancheria fresca di bucato, il tappeto, il cassetto... tutto questo allo scopo di obbligare la famiglia a cercare...
Si trattava in realtà del tentativo di conquistare quell'autorità a paterna a cui doveva rispetto : "Non potevo rinunciare ad ammirarlo e ad arrivare ad identificarmi con lui".
I suoi comportamenti finirono per distruggere il rapporto col padre. L'episodio finale fu l'adesione di Dalí al Surrealismo, così iconoclasta e distruttivo.
Ma credo sia importante ricordare anche un altro episodio della vita dell'artista:
Un giorno Salvador venne a sapere che era nato tre anni dopo la morte del suo fratello maggiore, chiamato pure lui Salvador. E, benchè sarà lui l'unico figlio maschio, cominciò a pesare sulla sua psiche l'ombra del fratello morto. Salvador si sentì come delegato ad esistere in sostituzione dell'altro.
In linea con le provocazioni surrealiste Dalí presenterà a Parigi un dipinto che raffigura il sacro Cuore e che intitolerà "Io sputo a mia madre".
La cosa provocherà una definitiva rottura familiare.
Lui stesso spiegherà la falsità di questa affermazione che riterrà una specie di liberazione inconscia, simile a quella che ci propone a volte un sogno in cui assistiamo all'assassinio di una persona cara.
Tuttavia la separazione dalla famiglia fece soffrire molto tutti. Dalí tornò in famiglia solo dopo la guerra civile ed in piena guerra mondiale. Il ritrovarsi non guarì le loro ferite.
Quando la madre morì per un tumore al seno, Salvador scrisse " La morte di mia madre mi sorprese come un affronto del destino"
Ultima modifica di Biancaneve; 20-02-13 alle 04:09


Marc Chagall (artista ebreo a mio avviso sopravvalutato) - Crocifisione bianca


...anche a mio parere.
E' però, quella di Chagall, un'arte molto complicata... e piena di simboli che, senza essere profondamente analizzati, rendono poco comprensibili le sue opere.
Infatti dichiarò lui stesso che i suoi quadri andavano interpretati liberamente dall'osservatore, e non esaminati con occhio critico.
Ultima modifica di Biancaneve; 20-02-13 alle 18:09


Giobbe
Marc Chagall, 1975. Olio su tela 170X121cm
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Dopo la lunga serie di dipinti a carattere religioso realizzati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Chagall recupera il soggetto biblico nella grande tela del 1975 dedicata alla figura di "Giobbe".
Estraneo al ciclo del ''Message Biblique'' conservato a Nizza, questo dipinto trae la sua origine dalla storia del profeta Giobbe narrata nell'Antico Testamento.
Chagall concentra la sua attenzione sulla figura dolente dell'uomo; con lo sguardo chino, praticamente nudo e con la mano destra sul petto, Giobbe è la figura che incarna il dolore e riprende il discorso iniziato da Chagall con le sue Crocifissioni simbolo della sofferenza del popolo ebraico.
La stesura e la scelta del colore contribuiscono alla creazione dell'atmosfera carica di patetismo che ricorda i grandi dipinti della tradizione prerinascimentale italiana, in cui lo spazio è reso non nella sua profondità fisica ma alla luce dell'avvenimento divino.
La dolente figura di Giobbe è circondata dal popolo, composto in prevalenza da figure femminili che portano in braccio i loro figli e da uomini che recano in dono animali sacrificali.
La forza ieratica della figura biblica è rinvigorita, oltre che dal suo aspetto umile, anche dall'angelo blu che scende dal cielo al suono del corno e che porta con sè la Torah.
La scelta cromatica sembra orientarsi verso i toni freddi, raramente spezzati dalle note più accese delle vesti dei numerosi personaggi.
I toni cupi e bui rimandano a un evento incombente con la sua drammaticità; soltanto l'arrivo dell'angelo sembra spezzare il clima teso, lasciando intravedere una possibilità di speranza e di redenzione.


Un capolavoro di Marc Chagall regna sul soffitto, della sala a ferro di cavallo, dell’Opera Garnier di Parigi.
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Marc Chagall nacque a Liosno, presso Vitebsk, in Bielorussia nel 1887 da una famiglia di religione ebraica lituana. Studiò all’accademia di Pietroburgo fino al 1910, quando si trasferì a Parigi. Qui conobbe, venendone affascinato, Fauvismo e Cubismo ed entrò in stretto contatto con gli ambienti artistici ed intellettuali del momento, divenendo amico di Guillaume Apollinaire e Robert Delaunay. E fu proprio grazie all’amicizia con Delaunay che conobbe Herwarth Walden, musicista e gallerista berlinese, che nel 1914 allestì per lui una mostra personale presso la famosa galleria Der Sturm. Nel 1914 per via della guerra fece ritorno a Vitebsk, dove fondò l’Istituto d’Arte, di cui fu direttore fino al 1920. Trasferitosi a Mosca, si dedicò alla realizzazione degli allestimenti e delle decorazioni per il teatro ebraico statale “Kamerny”, per poi ritornare nel ’23 a Berlino e dopo poco nuovamente a Parigi dove gli vennero commissionati, dall’amico Ambroise Vollard, le illustrazioni di vari libri. Nel 1924 venne realizzata un’importante mostra su Chagall presso la Galerie Barbazanges-Hodeberg, mentre negli anni a seguire realizzò una serie di lunghi viaggi in Europa ed in Palestina. Nel 1933 si tenne una nuova esposizione delle sue opere presso il Kunstmuseum Basel ma a causa dell’ascesa del nazismo egli, ebreo, non si sentì più sicuro in Europa e preferì partire per l’America. Le sue opere vennero confiscate ai musei tedeschi. Nel 1947 fece ritorno a Parigi, stabilendosi poi definitivamente a Vence nel 1949. In quegli anni, superato il periodo di stasi creativa xche succedette alla morte dell’amata moglie Bella, si dedicò alla decorazione di grandi strutture pubbliche e nel 1962 realizzò le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center di Gerusalemme e per la cattedrale di Metz. Del 1964 sono le pitture del soffitto dell’Opéra di Parigi e del ’65 le pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York. Nel 1970 sono le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo ed il grande mosaico di Chicago. Morì a Saint-Paul-de-Vence nel 1985.


RENATO GUTTUSO (1912-1987)
Crocifissione,
1941, olio su tela, 200x200 cm.
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Nel 1941, Guttuso inizia a dipingere la Crocifissione; l'opera venne presentata l'anno successivo al Premio Bergamo e a causa dei contenuti suscitò la reazione scandalizzata da parte del regime e della Chiesa: la tela di Guttuso è una chiara denuncia contro la violenza subita dal popolo e lui stesso annotò su un diario alcuni pensieri: "Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee". Un paesaggio drammatico: un cielo cupo, sul fondo un paese; in primo piano, non in posizione frontale ma di sbieco, ci sono le tre croci; i corpi dei due ladroni ai lati, al centro il Cristo, ai suoi piedi la Madonna completamente nuda, figura che ovviamente suscitò indignazione nel pubblico. Il contrasto dei colori, dal rosso intenso al bianco, mette in risalto il groviglio dei corpi. Il cavallo al centro del dipinto ricorda la Città che sale di Boccioni e ancor di più Guernica di Pablo Picasso. Anche se il lavoro di Picasso sembra apparentemente lontano da quello di Guttuso, il carattere politico e di denuncia delle due opere citate mette in risalto un'aggressività e una crudezza molto simili.
L'autore: Guttuso
La fama di Renato Guttuso è legata soprattutto al carattere politico e sociale delle sue opere. Negli anni Trenta e Quaranta è attivo nel gruppo milanese di Corrente che si schiera contro l'arte ufficiale del regime fascista. Renato Guttuso, militante del Partito Comunista Italiano, è uno dei protagonisti italiani della pittura realista: un'arte con forti componenti politiche nata nei Paesi socialisti per esaltare il movimento e la rivoluzione del popolo. Il "Realismo socialista", così venne battezzata dalla critica questo tipo di pittura, recupera l'immagine figurativa al fine di illustrare al pubblico la realtà. Per Guttuso l'arte deve essere soprattutto un atto politico che rinunci alla sperimentazione astratta dell'Informale e comunichi il pensiero direttamente allo spettatore. Allontanandosi da molti suoi contemporanei Guttuso rivaluta così l'immagine figurativa e il tema storico, completamente abbandonati da molte delle avanguardie del Novecento.


"Fuga in Egitto"
Renato Guttuso
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affresco realizzato nel 1983 alla III Cappella del Sacro Monte di Varese.
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