09 Novembre 2004

MICHAEL LEDEEN, L’INFLUENTE ANALISTA CONSERVATORE MOLTO ASCOLTATO ALL’INTERNO DELL’AMMINISTRAZIONE BUSH


intervista


«Era ora, dovevamo
farlo già in primavera»


Paolo Mastrolilli


«Ad aprile Bremer stava
costruendo il Consiglio
di governo, quando
il numero delle vittime
ha cominciato a crescere
si è spaventato e ha
chiesto a Washington
di fermare l’offensiva»


«Il rinvio è stato un grave errore. All’epoca la politica ha prevalso sulla
strategia militare». «Capiranno che questa volta facciamo sul serio»



NEW YORK
ERA ora. Questa offensiva bisognava lanciarla e concluderla nella primavera scorsa». Dal suo ufficio all’American Enterprise Institute, il politologo Michael Ledeen applaude l’operazione in corso a Falluja, e spera che segni l’inizio di una resa dei conti definitiva con la guerriglia in Iraq.
Perché l’attacco è cominciato solo adesso?
«Perché in primavera la politica ha prevalso sulla strategia militare. Un grave errore».
Lei pensa che l'offensiva sia stata rimandata per aspettare la fine delle elezioni presidenziali?
«No, il problema era precedente. La crisi di Falluja era esplosa ad aprile e i marines stavano combattendo per risolverla. Nello stesso periodo, però, l'inviato americano Bremer stava costruendo il suo consiglio governativo, che avrebbe dovuto prendere il potere alla fine di giugno. Quando gli scontri sono diventati più intensi, e il numero delle vittime cominciava a salire, alcuni membri del consiglio hanno minacciato di dimettersi. Bremer allora si è fatto prendere dal panico e ha chiesto a Washington di fermare l’offensiva».
Le presidenziali hanno avuto qualche impatto sui tempi dell’operazione?
«Bremer ha suggerito di bloccare l’attacco, ma poi la decisione è stata presa al Pentagono e alla Casa Bianca. All’origine c’è comunque la mancata soluzione in primavera».
Nel frattempo la guerriglia ha avuto quasi sei mesi di tempo per rafforzare le sue posizioni.
«Appunto. Il rinvio è stato un errore strategico, perché ha messo le esigenze militari in secondo piano».
Qual è l’obiettivo dell’offensiva attualmente in corso?
«Uccidere il maggior numero possibile di terroristi, distruggendo una base sicura per le loro azioni».
«Secondo l’intelligence americana, il ricercato giordano Abu Musab Zarqawi, braccio di al Qaeda in Iraq, si nasconde a Falluja. Anche lui è un obiettivo?
«Non so se si trova ancora in quella città. Di sicuro lo scopo dell'attacco è dare un colpo possibilmente fatale alla sua organizzazione. Se poi riusciamo a prendere anche Zarqawi, tanto meglio».
Quanto durerà l’operazione?
«E’ impossibile prevederlo: chi lo fa non è serio. Prima della battaglia di Waterloo i generali chiesero a Wellington quali fossero i suoi piani, per attuarli al posto suo se fosse caduto. Lui rispose che li avrebbe rivelati volentieri, se loro gli avessero detto che cosa intendeva fare Napoleone, perché la sua tattica si sarebbe basata su quella dell'avversario. Non possiamo sapere come reagirà la guerriglia, e quindi non possiamo fare previsioni».
Che cosa le dice il fatto che il Pentagono ha mobilitato circa 15.000 uomini per questa operazione?
«Che questa volta facciamo sul serio».
C’è anche l’obiettivo di lanciare un messaggio alle altre città controllate dai ribelli?
«Certo. Andare via da Falluja ad aprile è stato un errore, anche perché i terroristi sono potuti andare in giro a dire che avevano battuto i marines. Per la nostra credibilità, non possiamo permetterci una cosa del genere. Ora dobbiamo fare capire a tutti che combattere contro i marines è una stupidaggine, perché si muore».
Qualche settimana fa gli americani hanno lanciato un'operazione simile a Samarra, che secondo il Pentagono si è conclusa con un successo. Ma pochi giorni dopo le bombe sono tornate a scoppiare. Non esiste lo stesso rischio a Falluja?
«Non c’è dubbio che abbiamo un problema con la capacità delle autorità locali di mantenere l’ordine. Le truppe americane sono molto efficaci nel riprendere il controllo delle zone dove operano i ribelli, ma poi gli iracheni faticano a conservarlo. Dobbiamo aspettarci che i terroristi tornino a colpire a Falluja, come hanno fatto a Samarra, ma l’obiettivo è continuare a indebolirli fino alla sconfitta».
In queste condizioni sarà possibile tenere le elezioni a gennaio?
«Sì. Non sarà un voto perfetto, ma potrà avvenire. Anche in Afghanistan molti osservatori prevedevano disastri, che poi non sono avvenuti».
Se le elezioni si terranno come previsto, lei si aspetta l'inizio del disimpegno americano?
«No. Come prima cosa dovremo continuare a lavorare per l'addestramento delle forze locali, che saranno decisive per la stabilità di lungo termine. Poi manterremo comunque una presenza, per scopi geopolitici regionali».
Che cosa pensa dell’intesa preliminare raggiunta dagli europei con l’Iran sui programmi nucleari di Teheran?
«Spero che funzioni, ma ho i miei dubbi».
Che cosa si aspetta dalla seconda amministrazione Bush, dopo l’Iraq?
«Spero che lanceremo un’offensiva politica per favorire il cambiamento di regime anche in Iran, Siria e Arabia Saudita, cioè gli altri Paesi non democratici che minacciano la stabilità internazionale».
Sta parlando di nuove azioni militari?
«No, sto parlando di un’offensiva politica».