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RIFLESSIONE
Il Vecchio Continente tra laicismi e storiche dimenticanze Un intervento dell’accademico spagnolo Suarez
«Persino durante le guerre Carlo Magno si faceva leggere la Città di Dio: il testo dove sant'Agostino fonda l'unica cittadinanza capace di sostituire l'impero romano»
Di Luis Suarez
Dalla prospettiva, terribile, della Seconda Guerra Mondiale, che iniziò entro i confini europei e si allargò all'umanità intera, siamo invitati a costruire l'Europa. Si chiede agli storici un aiuto per la costruzione di una coscienza. Tuttavia la prima cosa che avvertiamo, e che può avere conseguenze gravissime, è che quanti lavorano come signori della vita pubblica, evitano di dare risposta alla domanda decisiva: cos'è l'Europa? Usando termini più precisi: esiste un'identità che risponde a questo nome? In questo caso, siamo autorizzati a riconoscere l'esistenza di una «europeità»?
Utilizziamo questo nome per definire uno spazio, anche senza essere d'accordo quando si tratta di fissarne i limiti. Su questo spazio si può costruire un mercato e ampliarlo nella misura in cui la sete di guadagno ce lo consente, senza tenere in conto le divergenze essenziali in tutto ciò che si riferisce allo spirito umano, tra i soci chiamati a concorrere. L'esperienza storica rivela inoltre che l'area economica è incapace di fermarsi nella sua crescita. Ma una comunità umana è molto più di questo: reclama l'assenso indiscusso di tutti i suoi membri a un ordine di valori che si riconoscono indiscutibili. Alla maggior parte degli storici appare evidente che esiste un modo di essere, una cultura se si vuole, che possiamo definire «europeità».
In questo senso usava la parola un saggio inglese del secolo VII, Beda il Venerabile. Però si riferiva a un mondo in cui predominavano gli elementi germanici e che, grazie al cristianesimo, sembrava chiamato a sostituire l'antico mondo romano. Così lo intendeva l'anonimo continuatore della Cronica di sant'Isidoro che, riferendosi alla battaglia di Poitiers, attribuì il cambio della congiuntura agli «europei» che combattevano agli ordini di Carlo Martello. Il cui nipote, dopo l'anno 800, sarà chiamato imperatore d'Europa. Possiamo arrivare alla conclusione che la coscienza europea nasce dall'unione tra i due eredi dell'impero rom ano, germanici e latini. Il vincolo che permetteva questa unione era il cristianesimo. Tutti condividevano la stessa fede.
Grazie ai suoi santi il cristianesimo valorizzò ciò che era rimasto della cultura romana e fu capace di porre le basi a quell'Europa che si confrontava con l'islam. Da allora gli europei cominciarono a considerarsi come la somma di 5 nazioni: due di esse, Italia e Spagna (quest'ultima avrebbe avuto bisogno di vari secoli per essere recuperata), conservavano il loro nome romano, ma le altre tre assumevano la nuova identità germanica (Francia, Inghilterra e Germania). Politicamente si stabiliva una superiorità germanica, ma culturalmente tutte si servivano del latino e dimostravano, con le loro biblioteche, che avevano perfettamente integrato la cultura latina ed ellenistica. È importante non perdersi in divagazioni: nazione non significava altro che nascita, potendo applicarsi in diversi spazi e con molteplici forme. Avrebbe dovuto passare molto tempo prima che, dimenticando i fondamenti essenziali del cristianesimo, si confondesse la sua identificazione con il carattere fisico o biologico invece che con quello culturale e giuridico che ne rappresentano l'ossatura. Nel XIX secolo si sarebbe giunti ad un'inflazione, anzi a una vera e propria malattia di tutto ciò.
Fino al XVI secolo ed anche un pochino più tardi, le differenze che si registravano negli usi e costumi, così come nelle lingue popolari, non riuscivano ad alterare l'unità sostanziale del patrimonio culturale ereditato, che si costituiva di tre chiari elementi: l'antropocentrismo dei Greci, il diritto romano che a sua volta ispirava altri diritti, e il sentimento religioso della trascendenza che, per la sua eredità ebraica, influenzava i cristiani. Su tutti questi aspetti si costruì la cultura medievale europea, la cui eredità, ci piaccia o meno, tuttora permea il nostro vivere quotidiano. Al momento attuale si sta vivendo un processo di scollamento cui potremmo dare il termine marx ista di «alienazione».
Furono necessari molti secoli per superare gli ostacoli, ma i risultati sono sotto i nostri occhi: quella europea è la prima delle forme culturali che riuscì ad eliminare il vassallaggio e la schiavitù, che si consideravano essenziali alla natura umana. Fu soprattutto sant'Agostino, contemporaneo della presa di Roma da parte dei Goti, che propose per la prima volta una cittadinanza capace di superare e sostituire quella precedente. La definì come «città di Dio» perché non si identificava con le strutture istituzionali, ma con l'etica, in quanto per riuscire ad essere «cittadino di Dio» era necessario arrivare addirittura al disprezzo di sé stessi; viceversa l'«amore verso se stessi», che porta gli uomini a disprezzare Dio, è ciò che costituisce il male. Carlo Magno, anche nel mezzo delle sue campagne militari, si faceva leggere pagine del testo agostiniano e solo così potè fare alcuni progressi in questo cammino che tanto inorgoglisce noi europei.
(...) Anche nei secoli seguenti è evidente che tutti i progetti basati sulla filantropia e che si allontanavano forzosamente dalla religione e dalla trascendenza, fallirono. L'Europa si trovò coinvolta in una serie di guerre tanto «normali» che riuscirono a convincere uno dei grandi militari tedeschi, von Klausewitz, ad affermare che la pace non era altro che un riposo fra due guerre; riposo, d'altra parte, imposto dalla necessità di riprendere le forze. La Rivoluzione francese, che a differenza di quella nord-americana iniziò dando un brutto colpo ai princìpi dei diritti umani, sboccò dapprima nel Terrore e poi con Napoleone. L'altra esperienza, quella russa, a partire dal 1917 fucina di spaventose crudeltà, permise agli storici di provare che ogni rivoluzione porta al fallimento. Le società possono crescere e progredire come gli individui, ma sulla base dell'«essere» e non dell'«avere» più potere. Questo porta a danni irreparabili che sono peggio di quanto si sperava di rimediare.
Facciamo un r ipasso. Dopo la pace di Westfalia (1648) che consacrava la divisione definitiva dell'Europa, si succedettero movimenti sismici a ritmo incalzante: guerre di Luigi XIV, guerra di successione spagnola, guerra dei 7 anni, guerra della Rivoluzione e dell'Impero, Guerra di Crimea, del '70, del 1914, del 1939-45... Ciascuna moltiplicava con abbondanza le perdite inflitte da quella precedente e nel frattempo si preparava una nuova minaccia per l'Europa: le grandi culture non europee si stavano impossessando della sua scienza e tecnica, ma spogliandola definitivamente del suo potere. Così si spiega il grido di allarme dei nuovi padri dell'Europa. Già Churchill lo aveva lanciato. Non dimentichiamo l'amara lezione. Non ci fu dialogo fra le due posizioni che, partendo dalla medesima base, si chiusero in se stesse, condannandosi reciprocamente. Ci furono in cambio contese che, cambiando motivi o pretesti, sono andate avanti fino a non molto tempo fa.
Sappiamo che costruire l'«europeità» è pesante, urgente ed imprescindibile. Occorre partire dal patrimonio che costruirono quelle 5 nazioni che si definirono cristiane nel Concilio di Costanza. Con questo dato si devono confrontare i cattolici.
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