A mesi di distanza, il Convegno di Verona, il «Grido di rivolta» degli uomini liberi, così come il Convegno indetto lo scorso settembre da Rinascita a Roma, ci indicano con chiarezza che attorno ai nostri giornali si sono aggregate individualità degne della massima considerazione, accomunate da convergenti analisi, da condivisi valori e da una forte volontà di rivolta. Ma ci indicano anche, con altrettanta chiarezza, che il «nuovo soggetto politico» verso il quale sono indirizzate le nostre attese e del quale, in teoria, dovrebbe aumentare ogni giorno lo spazio e la ricettività presso la pubblica opinione, in pratica si dimostra ancora una meta lontana.
Le recenti elezioni europee, come avevamo abbondantemente previsto a Verona, ci hanno offerto, per ciò che riguarda quella che molti chiamano «area», uno spettacolo di missismo, neo-missismo, filo-missismo di uno squallore ancor più sconfortante di quello che sarebbe stato lecito attendersi.
Il missismo – MSI e propaggini varie, fino ad Alleanza Nazionale – è stata sempre la sede di ogni patteggiamento, di ogni sconvolgimento ideologico e politico. Nati con la pretesa di rappresentare, a esclusivi fini elettorali, l'Italia della RSI, i missini sono arrivati a ricoprire posizioni filo-USA, filo-israeliane e si sono dimostrati totalmente succubi di quei poteri forti – i Signori del denaro – contro i quali l'Europa ha duramente combattuto e perso la Seconda Guerra Mondiale.
Nel preparare questa campagna elettorale l'«area» si è esibita in una sarabanda di clown, nani e ballerine nella quale ogni accordo è stato fatto e poi tradito, ogni patto è stato stipulato e poi rinnegato, ogni trabocchetto è stato attivato per far cadere, lungo il tragitto, i compagni di cordata. Una sceneggiata degna del più deteriore ed efferato malcostume politico. Anzi, le persone che si sono distinte in questi traffici, hanno dimostrato di essere gli ultimi scarti dei più retrivi inciuci demo-partitocratici.
Alla fine: lo striminzito risultato di un paio di seggi. Un risultato che non ha offerto e non può offrire – a parte il beneficio economico strettamente personale per i due diretti interessati – alcun motivo di soddisfazione, di novità o di interesse politico.
Anzi, uno dei due neo-eurodeputati, essendo già deputato nazionale, non rinunciando al seggio a favore del primo dei non eletti della propria lista, ha dovuto abbandonare il Parlamento italiano, impedendo così al proprio raggruppamento politico di essere presente, contemporaneamente, sia a Roma che a Strasburgo.
Squallore su squallore.
E poi, sempre le solite facce, illuse che il riciclarsi su diversi palcoscenici possa essere sufficiente a far dimenticare i disastrosi e vergognosi trascorsi.
E poi sempre lo stesso vociare di pettegole portinaie, lo stesso odore, denso e inquietante, di infiltrazioni sospette e la solita stucchevole e puntuale presenza di provocazioni smaccatamente destabilizzanti e paralizzanti.
Non abbiamo fatto nomi e non ne faremo perché non ci interessano i singoli casi: è l'intera «area» missina – neo-missina o post-missina – che, una volta per tutte, intendiamo rigettare. Con forza e decisione. Con questa gente non abbiamo nulla in comune. Con costoro non vogliamo e non vorremo mai più essere confusi.
Ma, tornando a parlare di cose serie, riprendiamo il discorso sul «nuovo soggetto politico».
Perché è ancora una meta lontana? Queste cose non sono realizzabili sulla carta, o tra pochi amici, anche se di valore: o prende forma e consistenza nel popolo, col popolo e per il popolo, o non conta nulla. Un nuovo soggetto politico, per essere tale, deve essere il punto di arrivo di un movimento di popolo.
E il popolo in Italia e in Europa è ancora narcotizzato dalla società del benessere consumista. Un benessere che, lo sappiamo bene, non è altro che uno specchietto per le allodole, un modello esistenziale che provoca disagio e frustrazione e, per di più, è espressione di un mondo «virtuale» destinato ad implodere; un treno lanciato a folle velocità, che sta per deragliare. Ma il popolo ancora non se n'è accorto. Anzi, sembra proprio che non voglia accorgersene.
Se ne sono accorti, eccome, gli argentini, travolti dalla speculazione monetaria; se ne sono accorti gli iracheni sotto le bombe americane. Ma gli italiani, gli europei, ancora no.
Nel passato i movimenti politici trovavano appoggio e finanziamenti – e quindi avevano possibilità di diffondere con efficacia la propria propaganda – da quelle categorie sociali le quali vedevano favorevolmente la loro affermazione, anche in funzione di tutela dei propri interessi. Nell'àmbito della nazione, il pluralismo delle realtà economiche favoriva così anche il pluralismo politico.
Oggi questo non è più possibile. Tutte le realtà economiche sono tenute a briglia stretta da un sistema monetario e bancario che, sviluppatosi a tela di ragno, raggiunge ogni azienda, ogni categoria, ogni cittadino. E il sistema monetario e bancario non è uno strumento a disposizione dei governi: è una forza privata sovrannazionale che detta ordini ai governi. Non c'è mai stato un potere così dispotico e così capillarmente diffuso.
Un esempio fra i molti: in Europa ci sono numerosissime aziende che stanno vivendo tragicamente il libero mercato, la globalizzazione e l'invadenza di quelle multinazionali che piratescamente eludono una corretta concorrenza. La cosa più logica sarebbe che queste aziende finanziassero dei movimenti politici antiglobalizzazione e antiamericani, ma ciò non avviene. Semplicemente perché non vi è ormai una sola azienda che possa prescindere dal sistema bancario, né una sola Banca che non appartenga al circuito degli Istituti internazionali che, tra Enti mondialisti, Banche di emissione e Banche di credito, rappresentano il vero potere planetario.
Se quelle aziende finanziassero dei movimenti politici sgraditi ai «padroni del mondo», in quattro e quattr'otto si vedrebbero bloccata ogni operatività e sarebbero costrette a chiudere i battenti.
Di nuovo soggetto politico dunque non si può ancora parlare perché il popolo a tutt'oggi non è entrato nella dimensione della rivolta cosciente. Perché non ci sono forze economiche disposte a finanziare una controinformazione capace in tempi brevi di influenzare la pubblica opinione. E, infine, perché, occorre essere estremamente onesti, nessuno è ancora riuscito a formulare e divulgare un messaggio largamente comprensibile, realmente nuovo, sganciato da tutto il vecchiume, da tutte le destre, da tutti i centri e da tutte le sinistre, che non rappresentano altro che le sfaccettature di un'unica realtà.
Ma, constatare che non è ancora realizzabile un nuovo soggetto politico, non significa invitare gli uomini liberi a tirare i remi in barca, o tornare nelle «torri della testimonianza». Al contrario. C'è molto da lavorare. Occorre tradurre in idee semplici e chiare – comprensibili a tutti – le nostre analisi e diffonderle.
Bisogna effettuare un'attenta osservazione dei fatti concreti – particolarmente in materia economica, finanziaria, monetaria e di politica internazionale – sia per verificare le nostre analisi che per trarne argomenti per una controinformazione sempre più documentata e incisiva.
Cocciuti, tenaci, insistenti, dobbiamo presentare le più importanti problematiche affrontandole da ogni possibile angolazione, sino a quando ad altri nascerà il dubbio, la voglia di vederci più chiaro, la rabbia per il destino che ci hanno preparato, la volontà di rivolta.
E non dobbiamo cedere mai alla tentazione – pur se spesso istintiva in questi tempi ancora di così duro isolamento – di seguire il fascino delle ombre. Le ombre dei fantasmi e le ombre dei sogni. Dobbiamo rifuggire da tutto quello che potrebbe farci richiudere in noi stessi e adoperare invece un linguaggio semplice, di grande impatto, concreto e asciutto; un linguaggio nuovo.
Per sperare di poter tornare a vivere il «tempo dei sogni», oggi dobbiamo avere il coraggio, e la forza, di percorrere il cammino della prassi.
Dobbiamo spogliarci di ogni ideologismo ed essere sempre più presenti nel popolo a indicare quelli che sono i nemici. I nemici di oggi. Che faccia hanno, dove stanno, cosa fanno. E spiegare perché sono quelli i nostri veri nemici.
Non lo sono i Berlusconi, i Fini ed i Follini o, un domani, i Prodi, i Fassino o i D'Alema. Questi sono solo i lacchè di un potere superiore, quello che noi indichiamo come mondialismo, ma che può essere identificato, più comprensibilmente, con i Fazio, con le Banche di emissione, con la Federal Reserve, con il Fondo Monetario Internazionale, con la Banca Mondiale.
Si tratta, inoltre, di un discorso che, se ben costruito, può risultare particolarmente convincente, perché le Banche stanno praticando l'usura, con sempre maggiore spudoratezza, direttamente a danno dei singoli cittadini; quando non riescono ad applicare interessi esorbitanti, si scatenano in funamboleschi giochi di valuta ed addebitano spese sempre più alte. E i cittadini se ne stanno ben accorgendo.
Occorre collegare, elemento ad elemento, non lasciandosi sfuggire nessuna propizia occasione, e dimostrare che le Banche non sono altro che la parte finale dei tentacoli di un'unica, enorme piovra: i Signori del denaro, che sono i padroni del mondo.
Alla spicciola usura della Banca di paese, corrisponde, su scala, la speculazione delle Banche di emissione sui governi, sulle monete, sui titoli e sulle Borse: l'usura della finanza internazionale sui popoli.
Questi sono i nemici, come nemici sono gli USA che dei padroni del mondo rappresentano il braccio armato.
* * *
La tracotanza americana e il suo piratesco scorrazzare in giro per il mondo provocando danni di incredibile gravità, dopo la guerra all'Iraq, appare a molti ben evidente. Ma non è una storia che nasce oggi: viene da molto lontano. E questo bisogna farlo sapere.
La Seconda Guerra Mondiale è la cerniera con la quale si aprirono le porte del potere mondiale alle forze finanziarie internazionali. La grande rivincita di tutte quelle sette che l'Europa aveva rigettato e combattuto per secoli.
Anche se si cantava « contro Giuda, contro l'oro, sarà il sangue a far la storia », non erano in molti ad aver compreso quale fosse la vera posta in gioco. La gran parte dei soldati tedeschi avevano in mente la questione dei Sudeti, il corridoio di Danzica e l'umiliazione subita con il Diktat imposto alla Germania a conclusione della guerra del '14-'18. Il grosso dei combattenti italiani avevano in testa lo «spazio vitale» da conquistare e difendere, un tema particolarmente sentito sin dagli anni della conquista dell'Impero e delle sanzioni, e forse anche la preoccupazione di poter partecipare alla spartizione del «bottino» a seguito di quella vittoria dell'Asse che si dava per certa.
Eppure, nel Reich ci si affrettava a nazionalizzare la Banca di emissione e in Italia le frange più rivoluzionarie e più sensibili del Fascismo mettevano in un cassetto le polemiche di partito e il dibattito politico e partivano volontarie per il fronte. Avevano capito che, a guerra persa, addio rivoluzione, addio costruzioni sociali, addio libertà e indipendenza dell'Europa. E moltissimi di quegli uomini meravigliosi morirono eroicamente; i superstiti li troveremo a combattere nella RSI, ad occupare un posto definitivo nel libro della storia tra le icone delle grandi scelte rivoluzionarie e di libertà.
Dunque l'America è il braccio armato del nostro nemico.
Gli USA non sono «cattivi» perché hanno torturato a Baghdad o perché hanno sganciato per il mondo un po' troppo uranio impoverito. Gli USA sono nati come nostri nemici – i loro padri fondatori provenivano dall'Europa dalla quale erano stati cacciati – e come nemici sono sbarcati in Sicilia e in Normandia, per occupare le nostre terre, per distruggere la nostra cultura e, soprattutto, per imporci il loro Dollaro, le loro Banche, il loro controllo finanziario.
Gli USA sono nostri nemici.
Dobbiamo ripeterlo sino alla nausea. Dobbiamo essere i profeti e, al tempo stesso, le avanguardie del grande Movimento di liberazione europea che dal popolo, nel popolo e per il popolo necessariamente prenderà forma e corpo.
E quindi come italiani, come europei, senza cadere in equivoci giochi delle parti, noi coerentemente siamo convinti che gli USA siano nostri nemici e sentiamo il bisogno che ad affermarlo ci sia un forte Movimento nazionale e popolare.
La latitanza di tale Movimento ha inoltre sinora consentito alle sinistre di svolgere un falso e strumentale ruolo di opposizione. Un'opposizione puntualmente sbugiardata dai fatti. Finché da noi gli antiamericani saranno identificati con le sinistre, gli USA potranno dormire sonni tranquilli.
Sarà il caso di ricordare, ancora una volta, che la Resistenza contro tedeschi e RSI, i comunisti di casa nostra la combatterono con le armi che venivano loro paracadutate dagli aerei angloamericani. E da lì si è manifestata una infinita serie di occasioni di collusione politica tra USA, sionismo e sinistre.
Il primo governo italiano che ha accettato, negli ultimi cinquant'anni, di fare una guerra a fianco degli USA – per giunta contro un paese europeo, la Serbia – è stato il governo del comunista Massimo D'Alema. Le posizioni filopalestinesi di Bertinotti e compagni si sono sempre fermate qualche centimetro prima di giungere alla logica conclusione, che è quella di negare la legittimità dello stato di Israele; appena il gioco si fa più duro del solito, riecheggia nelle orecchie l'enfatico grido del segretario di Rifondazione: « Siamo tutti ebrei; siamo tutti israeliani! ». L'ex direttore del Manifesto, Riccardo Barenghi, ha recentemente affermato che, dovendo scegliere tra un Iraq occupato dagli americani e un Iraq in mano ai «terroristi» che oggi combattono contro l'occupante, egli non avrebbe dubbi a scegliere la prima ipotesi.
Tutte le volte inoltre che sono state ventilate critiche ai poteri forti, quelli monetari e finanziari, le sinistre hanno fatto muro in difesa della Banca d'Italia e della sua autonomia dal potere politico.
E, tanto per finire, cosa dire dei cosiddetti No-Global? Del loro essere finanziati da personaggi come George Soros? Del loro rendere sterile ogni discorso antiglobal, negando ogni difesa degli interessi nazionali, sostenendo l'immigrazione e quindi avallando l'avvento della società multirazziale; e bruciando l'immagine della posizione antimondialista presso la pubblica opinione che, grazie a loro, finisce per identificarla con quella dei più beceri teppisti dei centri sociali?
Dopo il crollo del muro di Berlino e il disfacimento dell'impero sovietico, anche il ricatto USA di fungere in Europa da deterrente alla minaccia comunista si è dissolto, non ha più motivo d'essere. Eppure le basi statunitensi sono ancora qui; ora, palesemente, come truppe d'occupazione, come nemici.
L'amministrazione Bush ha dato, in questo senso, un forte contributo alla chiarezza: « Mai più gli europei dovranno aspirare a una partnership con l'unica superpotenza », ci riferisce Rita di Leo nel suo ultimo, lucidissimo saggio, Lo strappo atlantico . E ci ricorda il diffuso e dichiarato convincimento americano che « la Nato è stata creata per tenere i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro l'Europa ».
Con Bush gli Amercani, gettata ogni residua maschera buonista, « non riescono a concepire che noi europei possiamo aspirare a diritti di cittadinanza piena e reagiscono alle nostre iniziative di autonomia come a un attentato ai loro diritti ». « Nella comune percezione americana ... l'Europa rimane ancora e sempre sotto protettorato. “Gli europei? Non esistono!” affermò con la solita rudezza il ministro Rumsfeld in un'intervista ».
D'altronde Bush, nei giorni antecedenti l'attacco all'Iraq, non esitò a prendersela anche con l'ONU, definendolo una « palestra di chiacchiere » e dichiarò che l'America avrebbe fatto quello che voleva senza consultare alleati o paesi «amici», e senza accettare i vincoli delle convenzioni internazionali. Le prigioni di Guantànamo e Abu Ghraib ne sono eloquente dimostrazione.
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L'ultimo tentativo yankee di imbellettare le proprie continue aggressioni è quello di voler «esportare ovunque la democrazia».
Ma la democrazia è un'istituzione e la questione delle istituzioni è sempre secondaria e relativa quando si vuole parlare seriamente di libertà dei cittadini, della loro partecipazione alla res publica e del consenso popolare al potere politico. Giacché sono questi i valori fondamentali nella storia dei popoli e non potranno esserlo mai gli strumenti che vengono utilizzati, che necessariamente e giustamente sono legati ai singoli momenti storici e alle caratteristiche dei singoli popoli, che sono e rimarranno differenti tra di loro. D'altronde i popoli proprio nella loro specificità hanno sempre trovato il massimo dell'espressione e della realizzazione.
Ed è davvero sintomatico il fatto che la «buona novella», che le armate americane vanno imponendo con bombardamenti, carri armati e torture varie ai popoli di tutto il mondo, sia proprio una forma istituzionale: la democrazia. « L'avanzata della democrazia è la missione della nostra era, la missione del nostro Paese » ha enfatizzato George W. Bush lo scorso novembre.
Ma la democrazia ha ben poco di mitico o di magico: si tratta pressappoco unicamente di una legge elettorale che prevede dei partiti, dei seggi e delle schede su cui segnare una crocetta.
Non ha nulla a che vedere con il consenso, tanto è vero che nel paese-santuario della democrazia, gli USA, spesso il potere è supportato da uno striminzito consenso del 13% della popolazione. Alle elezioni di contea e municipali infatti va ormai a votare solo il 25-30% degli aventi diritto.
Non ha nulla a che vedere con la partecipazione, giacché è facile constatare come il voto democratico sia una delega continua e totale, in bianco e per giunta «anonima», giacché il voto è anche segreto.
Non ha nulla a che vedere con la libertà, perché in nessun altro tipo di istituzione politica le lobbies sono riuscite a comandare con maggiore facilità e l'apporto del popolo è stato più svilito. E le nazioni meno indipendenti. E nessun uomo può essere libero se libera non è la sua Patria.
Per sviluppare un'ampia critica alla democrazia, è giunto l'ultimo libro di Massimo Fini, Sudditi . Il giornalista sviluppa con la consueta arguzia, libertà di giudizio e completezza, molte argomentazioni che conducono a svelare il grande imbroglio che si cela dietro il mito democratico.
Si tratta di argomentazioni che a noi, che il complesso della democrazia non l'abbiamo mai avuto, non giungono certo nuove. Anzi, dopo decenni di dibattito sull'argomento, potremmo suggerire a Fini anche qualche ulteriore spunto. Ma, essendosi questo scrittore formato all'interno di una cultura socialista, marcatamente di sinistra, il testo assume ancor più interesse e ci auguriamo sia letto e compreso anche in quegli ambienti che alla democrazia hanno creduto e magari credono ancora.
Riportiamo tre brani tratti da Sudditi , che riteniamo particolarmente efficaci.
Il primo riguarda la corruzione: « Il regime democratico trasformato surrettiziamente in un sistema di oligarchie e di feudatari senza prestigio e senza obblighi si presta in modo particolare alla perdita di dignità da parte del cittadino e alla sua corruzione, morale e materiale. »
« La corruzione dei governati si intreccia fatalmente con quella dei governanti. Che le classi dirigenti democratiche siano profondamente corrotte è universalmente riconosciuto. Anche le dittature o le autocrazie o le aristocrazie naturalmente lo sono. Ma è un'eventualità, sia pur molto probabile, in democrazia invece è una necessità pressoché ineludibile dovuta proprio a quella che ne è l'essenza: la competizione. Perché non è competizione leale fra cittadini singoli e uguali, posti sulla stessa linea di partenza, ma una feroce lotta fra gruppi organizzati per la spartizione del potere, che hanno quindi bisogno di strutture, di mezzi ingenti, di uomini, di servi e, soprattutto, di denaro. Diciamo che un tempo, prima dell'avvento degli splendori democratici, la classe dirigente si corrompeva, quando si corrompeva, perché aveva il potere, non era già corrotta prima di arrivarci e per arrivarci. E la corruzione dei governanti si irradia a cascata sui governati, in un gioco di controspecchi, di sinergie negative, dove la corruttibilità degli uni incoraggia e rafforza quella degli altri. In Afghanistan gli americani hanno offerto 50 milioni di dollari a chi li aiutasse a catturare il mullah Omar. Da quelle parti con una cifra simile si compra tutto l'Afghanistan e anche un po'di Pakistan, ma finora non si è trovato nessuno disposto a tradire il mullah. In democrazia per qualche euro o dollaro in più si vende anche la madre. »
« Il fatto è che la democrazia, essendo un metodo, un contenitore, non è un valore in sé e non propone valori .»
E, aggiungiamo noi, per ciò che riguarda la corruzione elettorale – quella che inficia ogni possibilità di reale rappresentatività e ogni effettivo consenso popolare – non è detto che debba necessariamente concretizzarsi nei «voti di scambio», perché anche quando i voti non sono in vendita, quando l'elettore agisce in buona fede, sicuramente e necessariamente in vendita sono le fonti di informazione che, formando gli orientamenti nella pubblica opinione, determinano l'andamento del voto.
Il secondo brano di Massimo Fini che riportiamo riguarda la libertà: « Il cittadino comune, sente, vede, che non conta nulla, proprio nel momento in cui gli si dice che è titolare, sia pure pro quota, del potere, ma i dubbi, se li ha, se li tiene per sé. Perché nessuno oggi, in Occidente, osa dichiararsi apertamente antidemocratico. Si rischia, democraticamente, la galera ».
E, infine, riproduciamo l'invettiva che sgorga spontanea all'autore quando si trova a dover definire la democrazia: « È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale, e in una prima approssimazione che pecca per difetto (perché la realtà è persino peggiore): un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso ».
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Quando si sviluppa una critica alla democrazia, puntuale viene sbandierato lo spauracchio della dittatura, artificiosamente indicata come sua unica possibile alternativa.
Anche qui occorre fare chiarezza. Il dictator – o magister populi – è una istituzione romana apparsa nel V secolo a.C., ideata per favorire il bene della res publica e del popolo in momenti di eccezionalità: guerre, o periodi di cambiamenti radicali.
Questo istituto prevede un termine di tempo strettamente legato ai presupposti che lo hanno reso necessario: la fine della guerra o il compimento del passaggio rivoluzionario nella trasformazione dello Stato.
Si tratta di un'istituzione che è entrata nella cultura storica ed è giunta sino ai nostri giorni. A livello di governo, ma anche nella vita sociale ed economica. Quando un'industria ha seri problemi finanziari, o gestionali, o di contrasto tra dirigenza e maestranze, non è forse uso commissariarla? Senza che nessuno gridi allo scandalo. E il commissario non è forse, semplicemente, un dictator ?
La dittatura non è alternativa a nessun sistema rappresentativo: se giustamente intesa e correttamente applicata, nasce per il bene pubblico e si fonda sul consenso popolare. Sarà opportuno ricordare che il Fascismo ottenne la maggioranza parlamentare con libere elezioni – 1924 – e si ebbe l'avallo popolare ai poteri eccezionali – 1929 – con il 90% dei voti.
Quando lo storico Renzo De Felice – che era ebreo e non certamente fascista – volle definire gli anni del potere politico italiano che vanno dal 1929 al 1936 non usò forse l'espressione « anni del consenso »?
E nell'ultima fase del Ventennio, in un dibattito culturale e politico vivissimo e ricchissimo – evidente contraltare al deserto di idee dei decenni successivi – non fu forse sempre più insistente l'orientamento di introdurre l'eleggibilità «dal basso» delle cariche pubbliche, ritenendo compiuta la fase istituzionalizzatrice della rivoluzione?
Solo lo scoppio della guerra congelò questo processo che aveva già raggiunto toni decisi e si era già espresso in formulazioni concrete. Come non ricordare Guido Pallotta e il suo impegno – aperto e deciso – contro i «cumulisti», quei gerarchi che, per interesse economico, cumulavano cariche pubbliche – con i relativi emolumenti – e guardavano in cagnesco quanti lavoravano per superare la fase dittatoriale del regime fascista? E i convegni di Mistica Fascista? E l'entusiastico dibattere dei GUF, la Gioventù Universitaria? E il proliferare di testate giornalistiche, vere e proprie fucine di pensiero, di cultura e di idee?
Nonostante ciò che si vorrebbe far intendere oggi, quelli erano tempi dove D'Annunzio, Pirandello e futurismo erano pane quotidiano. E le conquiste scientifiche, destinate a trasformare il XX secolo, partivano dall'Europa e, particolarmente, dall'Italia.
Ma, tornando a ragionar di dittatura, questa, così come la democrazia, non è altro che un sistema istituzionale legato a determinate contingenze storiche e singoli popoli.
La questione sostanziale rimane quella della rappresentatività, della partecipazione e del consenso. E l'alternativa a tutto ciò è la tirannide – cosa ben diversa dalla dittatura – che non cerca consenso, ma si basa sulla prevaricazione, sulla negazione del pluralismo, sull'uso istituzionalizzato della forza. E il tiranno rappresenta solo se stesso e la propria fazione.
In quella Roma dove era stato inventato l'istituto del dictator era considerato un «dovere stoico» ribellarsi ad ogni tirannia.
Per fare un esempio – sicuramente attuale e, ci auguriamo, illuminante – tipica tirannia è quella esercitata dai centri monetari e finanziari. Il loro potere è smisurato, tale da impartire ordini ai governi, scatenare guerre, precipitare interi popoli nella fame, far crollare regimi politici, imporre leggi e determinare l'indirizzo delle pubbliche amministrazioni. Dopo il defenestramento del ministro Giulio Tremonti – che si era permesso di criticare lo strapotere di Bankitalia – si ha proprio l'impressione che giungano sulla scrivania del presidente Berlusconi, con cadenza quasi giornaliera, veri e propri «fogli d'ordine» trasmessi dal governatore Fazio e che prontamente vengano inoltrati ai ministeri competenti.
Ma Fazio chi l'ha eletto? Chi lo controlla? Chi controlla la Banca che dà ordini alle Banche di emissione di tutto il mondo? Chi conosce quei loschi figuri che comandano tutto, senza consenso di alcuno, senza rappresentare altro che interessi innominabili e innominati, senza interfacciarsi con altri poteri se non per dettar ordini?
Ecco, questa è la tirannia.
Quella che realmente conta, in questa era di «democrazia per tutti», quella mondialista, monetaria e usuraria, è la tirannia. Contro la quale è «dovere stoico» ribellarsi.
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Il livore che si forma entro i popoli nei confronti del potere usurario è senz'altro superiore a qualsiasi altro sentimento di rivalsa o di vendetta. L'esproprio che la speculazione finanziaria e il ricatto monetario fanno della vita di un uomo così come di quella di un popolo è addirittura più devastante di quanto possano essere catene o servitù politiche.
È di questi tempi la cronaca della furia popolare che si è scatenata in Argentina contro Banche, Centri finanziari e Fondo Monetario Internazionale.
Ma tutta la storia ci offre testimonianze di quanto possa esplodere violento l'odio di chi è stato vittima dell'usura. Giovanni Brizzi, nella sua recente biografia di Silla, ce ne offre un esempio emblematico.
Nel I secolo a.C., Roma non percepiva le imposte delle provincie asiatiche direttamente, ma, a causa della distanza e delle conseguenti difficoltà tecniche, appaltava questo servizio a degli affaristi – negotiatores – che, raggruppati in societates, pagavano le tasse a Roma e poi si rifacevano a usura sui cittadini che così erano costretti a versare cifre enormemente lievitate rispetto a quelle che effettivamente giungevano nelle casse dello Stato. Praticamente né più né meno di quello che oggi fanno le Banche internazionali nei confronti dei governi e le Banche di credito e le Finanziarie nei confronti dei cittadini.
L'odio lungamente accumulato ebbe modo di esplodere quando la guerra di Mitridate, per acquisire la Bitinia e la Cappadocia al proprio regno, allentò momentaneamente la pressione delle legioni di Roma in quelle regioni.
Il legato di Roma Manio Aquilio, catturato a Mitilene, fu posto su un asino e trasportato, in pubblico ludibrio, fino a Pergamo, capitale della provincia. Il supplizio e la straziante morte che gli furono riservati sono emblematici di ciò che più le popolazioni avevano sofferto: l'usura dei negotiatores.
A Manio Aquilio fu colato in gola oro fuso.
In un sol giorno « misero dunque a morte tutti gli italici presenti nella regione; e, con loro, uccisero i loro schiavi, i liberti e le donne. Nella loro furia non si limitarono a sbarazzarsi dei parassiti che li tormentavano da tempo; con essi trucidarono, letteralmente a migliaia, anche gli innocui mercanti che erano venuti a stabilirsi nelle loro città. Non furono risparmiati neppure quelli che si erano rifugiati, supplici, nei templi: a Efeso vennero trascinati all'aperto e poi massacrati; a Tralles si troncarono le mani di coloro che si aggrappavano alle statue degli dei; a Pergamo quanti avevano cercato scampo nel tempio di Asclepio furono fatti trafiggere dagli arcieri; a Caunos si giunse addirittura al punto di uccidere i figli davanti alle madri e le spose davanti ai mariti, tenendo gli uomini per ultimi ».
Quale sarà, domani, il destino degli odierni aguzzini dei popoli, quando questi troveranno la forza e il coraggio di ribellarsi alla tirannia mondialista, monetaria e usuraria?
Mario Consoli




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