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  1. #1
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    Predefinito Grafici Degli Attacchi Terroristici e Delle Vittime Negli Ultimi 20 Anni

    Per quello che riguarda la pace nel mondo che tanti dicono di volere accudire e che sostengono che sia Bush a mettere in pericolo: grafico dal Worldwide Terrorism Knowledge Base (che al TKB http://www.tkb.org/ potete anche aggiornarvi anno per anno):

    Quantità di attacchi terroristici nel mondo dal 1980 a oggi
    http://www.unitedscripters.com/writi..._incidents.jpg





    Quantità di vittime di attacchi terroristici dal 1980 ad oggi
    http://www.unitedscripters.com/writi...s_injuries.jpg




    Vedete voi se il trend terroristico comincia nel 2003.
    Abbiamo avuto una QUINTUPLICAZIONE delle vittime a PARTIRE dal 1995 e una QUADRUPLICAZIONE degli attacchi a PARTIRE dal 1998.
    Fatti, non parole.

    Perchè se Bush causi o no il terrorismo non è fenomeno soggetto a ipotesi prsonali: è contabilità matematica, oggettiva.
    Ovvio che s uno è interessato solo alla salvaguardia di una teoria, i dati statistici non contano nulla. E se uno ha ragione perchè ha ragione, a che serve cercare di persuadere gli altri non sulla base dei fatti ma dei teoremi?

  2. #2
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    Predefinito

    Molto interessanti questi grafici. Direi che questo thread merita di essere messo in rilievo.

  3. #3
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    Predefinito

    Ovviamente, dipende dal punto di vista...

    Quantità di attacchi terroristici in Iraq dal 1972 a oggi

  4. #4
    Super Troll
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    Predefinito

    MA GEORGE HA DETTO CHE DA QUANDO C'è LUI IL MONDO è PIù SICURO
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  5. #5
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    Predefinito

    In origine postato da pcosta
    Ovviamente, dipende dal punto di vista...

    Quantità di attacchi terroristici in Iraq dal 1972 a oggi
    Questo dimostra solo che prima i terroristi non vedevano nell'Irak un nemico da prendere di mira...

  6. #6
    memoria storica di PoL
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    Predefinito ... tutto è cominicato da...

    cari amici
    ripreso da http://www.politicaonline.net/forum/...0&pagenumber=2
    ecco a voi, tratto da www.israeleconomy.org/strat1.htm e tradotto dall'inglese affinchè non ci siano 'alibi' da parte di nessuno, il report redatto nel 1996 dal gruppo do otto consulenti [tuuti ebrei…], tra i quali Richard Perle e Douglas Feith [attuale ‘numero tre’ del Pentagono…] per in neo-eletto primo ministro israeliano Netanyahu, report che ha fissato la futura strategia nei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Noterete come fin dall'inizio si evidenzi un concetto di 'pacificazione' che ricorda tanto da vicino la operazione di 'pacificazione' della Galilea portata avanti nel 1982 dall'allora generale Sharon e che culminò con le stragi di Sabra e Chatila. Che l’impennata degli attentati terroristici nel mondo [messa giustamente il rilevo dall’amico vallini e la nascita stessa di al Qaeda siano contemporanei alla stesura del report in questione è cosa che dovrebbe quanto meno far riflettere… sempre che si lo si voglia fare
    Nota: le parti evidenziate nel testo tradotto sono evidenziate anche nell’originale…




    Vignetta recentemente comparsa sulla stampa araba dal titolo 'Asse del Male: Iraq, Iran, Siria, Libia'...

    Un taglio netto: nuova strategia per la sicurezza del Regno [d’Israele]

    Quello che segue è un report preparato dall’ Institute for Advanced Strategic and Political Studies dal titolo Gruppo di studio per una nuova strategia di Israele nel 2000. Le principali idee contenute in questo documento sono emerse nel corso di una discussione alla quale hanno partecipato eminenti specialisti come Richard Perle, James Colbert, Charles Fairbanks Jr, Douglas Feith, Robert Loewenberg, David Wurmser e Meyrav Wurmser. Il report è l’insieme dei concetti base che giustificano le scelte strategiche consigliate.

    Israele ha oggi un grosso problema irrisolto. Labor Zionism, che per 70 anni ha dominato il movimento sionista, ha prodotto e consolidato l’economia. Gli sforzi per salvaguardare le istituzioni sociali di Israele, che comprendono il conseguimento della sovranità sopranazionali al di sopra di quella nazionale e di un processo di pace all’insegna del motto ‘Nuovo Medio Oriente’, favorito dal ‘processo di pace’ portato avanti dai precedenti governi, hanno tuttavia minato la legittimità nazionale e portato Israele verso una paralisi strategica. Questo processo di pace ha messo in ombra l’evidenza di erosione della massa critica nazionale, includendovi anche un palpabile senso di esaurimento di risorse, e ha portato alla rinuncia di ogni iniziativa strategica. La perdita di massa critica nazionale è stata illustrata al meglio dagli sforzi compiuti da Israele per tendere ad esportare negli Stati Uniti impopolari politiche di casa, ad accettare di negoziare la sovranità sulla propria capitale e infine a rispondere in maniera rassegnata ad una ondata di terrore talmente intensa e tragica da scoraggiare in Israele persino le funzioni quotidiane di vita, come può essere prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
    Il governo di Benjamin Netanyahu si presenta con un bagaglio di idee completamente nuovo. In opposizione a coloro che vorrebbero una politica di continuità col passato, Israele ha ora l’opportunità di operare un taglio netto e forgiare una strategia di pace basata su concetti di interamente nuovi, in modo da riprendere l’iniziativa strategica e consentire alla nazione di devolvere ogni energia disponibile alla riedificazione del sionismo, il punto di partenza di ogni processo di riforma. Per rendere sicure le vie interne e i confini nell’immediato futuro Israele può:

    - collaborare strettamente con la Turchia e la Giordania al fine di contenere, destabilizzare e rovesciare alcune delle realtà più pericolose. Ciò implica un taglio netto con slogan del tipo ‘pace globale’ per andare verso un concetto strategico basato sulla contrapposizione di forza

    - cambiare radicalmente la natura dei rapporti con i palestinesi, incluso il ripristino del diritto di occupazione a caldo a scopo di autodifesa dei territori palestinesi e ricercare alternative all’esclusivo controllo di Arafat sulla società palestinese

    - inaugurare una nuova base di relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, rafforzando la reciproca fiducia, la cooperazione strategica in aree di mutuo interesse e riaffermando i principi informatori dell’Occidente. Questo può essere fatto solo se Israele intraprende seri passi per far cessare aiuti umanitari, il maggior ostacolo alla riforma economica

    Questo report è scritto rimarcando i passaggi chiave e mettendo in evidenza il taglio netto che il nuovo governo ha l’opportunità di compiere.

    Un nuovo approccio alla pace

    Imperativo categorico per il nuovo primo ministro è l’adozione coraggiosa di nuove prospettive di pace e sicurezza. Mentre il governo precedente, appoggiato anche da paesi stranieri, aveva puntato sulla formula ‘terra in cambio di pace’, che avrebbe di fatto imposto ad Israele una disfatta culturale, economica, politica, diplomatica e militare, il nuovo governo può fare appello ai valori e tradizioni dell’Occidente. Un tale approccio sarebbe certamente accolto favorevolmente negli Stati Uniti e sarebbe basato sulla formula ‘pace in cambio di pace’, ‘pace attraverso la forza’ e ‘fiducia in se stessi’, formula da realizzare attraverso un confronto di forza.

    La nuova strategia per acquisire l’iniziativa può essere così sintetizzata:

    Per quattro anni abbiamo perseguito un piano di pace basato sulla formula Nuovo Medio Oriente. Israele però non può continuare a giocare un ruolo innocente in un mondo che innocente non è. La pace dipende dalle intenzioni e dal comportamento del nemico. Noi viviamo a contatto con vicini assai pericolosi, in presenza di fragili equilibri e aspre rivalità. Mostrando ambivalenza morale tra lo sforzo di edificare uno stato ebraico e il desiderio di annichilare tale sforzo applicando la formula ‘terra in cambio di pace’, noi non ci assicureremo la ‘pace ora’. Il nostro appello per gli anni 2000 è nobile e legittimato. Non è prescindendo dalla nostra potenza, non importa quanto concederemo, che potremo costruire una pace unilaterale. Solo con la totale accettazione da parte degli arabi di quelli che sono i nostri diritti, specialmente quelli territoriali, la formula ‘pace in cambio di pace’ può essere considerata una base solida per il futuro.

    La richiesta di pace da parte di Israele deriva e non sostituisce il perseguimento dei suoi ideali. La fame di diritti umani del popolo ebraico, forgiata dal sogno vecchio di 2000 anni di vivere libero nella propria terra, informa il nostro concetto di pace e riflette continuità di valori della tradizione occidentale ed ebraica. Israele ora può intraprendere negoziati ma essi sono il mezzo , e non il fine, per perseguire i propri ideali e dimostrare la risolutezza della nazione.

    Sicurezza della frontiera settentrionale

    La Siria fronteggia Israele sul suolo libanese. Una soluzione efficiente, cui gli americani guardano con favore, sarebbe l’assunzione da parte di Israele dell’iniziativa lungo la frontiera settentrionale sfidando, oltre agli Haziballah, Siria e Iran, i principali aggressori in libano. Ciò può essere fatto:

    - rendendo alla Siria la paga contrastando le organizzazioni terroristiche operanti in Libano, tutte focalizzate nella zona di Razi Qanan

    - a seconda del comportamento della Siria stabilire un precedente secondo cui il territorio siriano non deve essere considerato immune da attacchi condotti da forze Israeliane attraverso il Libano

    - colpire obiettivi militari siriani in Libano, e se ciò dovesse rivelarsi insufficiente, colpire direttamente la Siria su obiettivi appropriatamente selezionati

    Israele inoltre non deve trascurare l’opportunità di ricordare al mondo la natura del regime esistente in Siria. La Siria ripetutamente viola gli impegni che a parole si assume. Essa ha violato numerosi accordi sottoscritti con la Turchia e ha tradito gli Stati Uniti proseguendo l’occupazione del Libano in violazione degli accordi di Taef del 1989. Inoltre la Siria, governata da un regime tipo Quisling portato al potere con elezioni truccate, ha imposto nel 1991 al Libano un ‘Accordo di Fratellanza’ che ha posto fine alla sovranità di quel paese. Successivamente la Siria ha intrapreso la colonizzazione del Libano, condotta da centinaia di migliaia di siriani, massacrando contemporaneamente decine di migliaia di suoi stessi cittadini, come nei tre giorni di strage ad Hama del 1983. Il regime siriano supporta e finanzia i gruppi terroristi basati in Libano e sul suo stesso territorio. In verità, la Valle della Bekaa, situata in territorio libanese sotto controllo siriano, è per l’industria del terrore quello che Silicon Valley è per l’industria dei computer. La Valle della Bekaa è divenuta una delle principali sorgenti, se non una vera e propria fabbrica, della ‘supernota’, contraffazione della moneta americana talmente ben fatta che da esserne impossibile il riconoscimento.

    Negoziare con un regime repressivo quale è quello siriano richiede cauto realismo. Non ci si può ragionevolmente attendere da esso buona fede. Sarebbe assai pericoloso per Israele stringere accordi amichevoli con un regime che assassina il suo stesso popolo, apertamente aggressivo nei confronti dei vicini, coinvolto criminalmente nel traffico internazionale di droga e della contraffazione e sostenitore delle più criminali organizzazioni terroristiche
    Data la natura del regime di Damasco è sia naturale sia morale che Israele abbandoni lo slogan ‘pace globale’, inauguri una politica di contrasto alla Siria, seguendo con attenzione lo sviluppo del suo programma di armi di distruzione di massa e infine rinunci ad ogni accordo del tipo ‘terra in cambio di pace’ per quanto riguarda le Alture di Golan.

    Tappe verso una strategia di confronto di forza

    Dobbiamo distinguere con attenzione gli amici dai nemici. Dobbiamo essere sicuri che il nostri amici nel Medio Oriente non abbiano mai dubbi sulla convenienza di esserci amici.

    Israele è in condizione di rinforzare la sua sicurezza strategica contrastando, contenendo e infine rovesciando la Siria con l’aiuto di Turchia e Giordania. Tale sforzo deve concentrarsi sulla necessità di rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq [un importante obiettivo strategico che rientra nei pieni diritti di Israele] al fine di ridimensionare le ambizioni regionali della Siria. La Giordania ha recentemente sfidato la Siria suggerendo il ripristino degli Ascemiti in Iraq. Questo ha innescato una rivalità giordano-siriana a cui Assad ha risposto accrescendo gli sforzi per destabilizzare il Regno Ascemita, ricorrendo anche ad infiltrazioni. La Siria ha di recente fatto capire che lei e l’Iran preferiscono sostenere un ancorchè debole Saddam pur di frustrare gli sforzi giordani per la sua rimozione. La Siria entra tuttavia in questa competizione con una debolezza sostanziale: Damasco è troppo preoccupata a tracciare nuovi equilibri nella regione per permettersi distrazioni sul fronte libanese. Damasco in sostanza teme che lo ’asse naturale’ con Israele da un lato, con la Turchia dall’altro e la Giordania in mezzo finisca per compromettere il suo ruolo in tutta la Penisola Arabica. Per la Siria questo sarebbe il preludio ad un rifacimento della mappa del Medio Oriente con gravi conseguenze sulla propria integrità territoriale.
    Dal momento che il futuro dell’Iraq può inficiare profondamente l’equilibrio strategico in Medio Oriente, è comprensibile che Israele abbia interesse a supportare il Regno Ascemita nei suoi sforzi per destabilizzare l’Iraq, è ciò può essere fatto con una prima visita ufficiale in Giordania, prima ancora che negli Stati Unti, del nuovo governo Netanyahu, col supporto a Re Hussein fornendo a lui qualche tangibile misura di sicurezza che protegga il suo regime dai tentativi di sovversione promossi dalla Siria, con l’incoraggiare attraverso l’influente comunità di affari americana investimenti in Giordania al fine di rendere la sua economia sempre meno dipendente dall’Iraq e creando diversivi alla Siria usando a questo scopo elementi dell’opposizione libanese per destabilizzarne il controllo sul Libano.
    La cosa più importante è comprendere bene che Israele ha tutto l’interesse a supportare diplomaticamente, militarmente e operativamente l’azione di Turchia e Giordania contro la Siria, per esempio attraverso accordi con tribù arabe in grado di penetrare nel territorio siriano e ostili alla classe dirigente della Siria.
    Re Hussein potrebbe fornire ad Israele qualche buona idea su come risolvere il problema del controllo del Libano del Sud. La dominante popolazione Sciita del Libano del Sud è stata tenuta per secoli sotto la dominazione irakena. Se fossero gli Ascemiti a controllare l’Iraq, essi potrebbero utilizzare la loro influenza per aiutare Israele a sottrarre il controllo del Libano agli Hizballah, all’Iraq e all’Iran. Gli Sciiti poi in maggior parte venerano il Profeta, del quale Re Hussein sarebbe un diretto discendente.

    Drastico cambio della natura dei rapporti con i palestinesi

    Israele ha una seria chance di costruire un nuovo rapporto suo con i palestinesi. Prima e più importante cosa. Gli sforzi di Israele per rendere sicure le proprie strade può richiedere l’occupazione a caldo delle aree sotto controllo palestinese, un provvedimento senz’altro giustificato cui gli americani guardano con favore.
    Elemento chiave di questo processo di pace è il rispetto degli accordi già sottoscritti. Pertanto Israele ha il pieno diritto di insistere sul loro pieno rispetto, compresa la chiusura della Porta Orientale di Gerusalemme. Pertanto Israele e gli Stati Uniti potrebbero costituire un Comitato Congiunto di Controllo sul Rispetto degli Accordi per esaminare periodicamente se il PLO rispetta uno standard minimo di rispetto degli accordi, di autorità e responsabilità, diritti umani nonché affidabilità giudiziaria e fiduciaria.

    Noi crediamo che all’autorità palestinese debbano essere richiesti gli stessi standard minimi richiesti ad altri paesi sottoposti ad aiuti da parte americana. Una pace stabile non può tollerare repressione e ingiustizia. Un regime non può adempiere ai più elementari obblighi verso il suo popolo se prima non adempie agli obblighi nei confronti dei vicini.

    Israele non ha alcun vincolo al rispetto degli accordi di Oslo se il PLO non adempie agli obblighi assunti. Se il PLO non è in grado di adeguarsi a questo standard minimo, non può essere un valido interlocutore per il presente e non può sperare di esserlo nel futuro. Nel prendere atto di questo Israele deve prendere in considerazione possibili alternative al potere di Arafat. I giordani hanno qualche idea al riguardo.

    Per enfatizzare il fatto che Israele guarda con sfiducia all’operato del PLO, ma non di tutti i popoli arabi, Israele potrebbe considerare l’opportunità di fare uno speciale sforzo per acquisire amici tra gli arabi sollevando la questione dei diritti umani. Molti arabi sarebbero felici di collaborare con Israele e quindi identificarli e incoraggiarli è importante. Israele potrebbe anche trovare che la maggior parte dei suoi vicini, come i giordani, hanno dei problemi con Arafat e sarebbero disposti a collaborare. Israele potrebbe anche scegliere per una migliore integrazione dei propri cittadini arabi.

    Costruzione di nuove relazioni tra Israele e Stati Uniti

    Negli anni scorsi Israele più volte ha invitato gli Stati Uniti ad intervenire attivamente nella propria politica interna ed estera per due ragioni. Superare l’opposizione interna alla politica della ‘terra in cambio di pace’, invisa all’opinione pubblica di Israele e indurre gli arabi al negoziato facendo leva sulla concessione di finanziamenti e tecnologie americane. Questa strategia, la quale richiede la fornitura di denaro americano a regimi repressivi ed aggressivi, si è rivelata rischiosa e assai gravida di costi sia per gli Stati Uniti sia per Israele, piazzando oltretutto gli americani in un ruolo che non avrebbero mai voluto avere.
    Israele deve quindi fare un taglio netto con passato e stabilire nuove basi per la sua cooperazione con gli Stati Uniti, basate su fiducia reciproca, maturità e mutua collaborazione, non ristretta a sole dispute territoriali. La nuova strategia di Israele, basata su di una filosofia di pace condivisa raggiunta con l’impiego della forza, riflette continuità con i valori dell’Occidente sottolineando il fatto che Israele è autosufficiente e non abbisogna di truppe americane per la propria difesa in nessuna circostanza, comprese le Alture di Golan, ed è in grado di condurre i propri affari. Tale autosufficienza garantisce ad Israele maggiore libertà di azione e impedisce il raggiungimento di significativi livelli di pressione esercitati contro di essa in passato.
    Per rafforzare questo punto il primo ministro può cogliere l’occasione della sua prima visita ufficiale per annunciare che Israele è ora sufficientemente matura per fare a meno da subito di ogni aiuto economico americano e del relativo indebitamento che ostacola grandemente la riforma economica [il settore militare per il momento è a parte fino a quando non saranno messi a punto adeguate misure che assicurino ad Israele il necessario livello di difesa in ogni caso]. Come sottolineato in un altro report Israele può divenire totalmente autosufficiente liberalizzando la propria economia, tagliando le tasse, reintroducendo per legge una zona di libero scambio, e vendendo proprietà ed imprese pubbliche, tutti provvedimenti che troveranno entusiastico supporto da parte di un settore a largo spettro di leader filoisraeliani del Congresso, primo fra tutti il portavoce della Casa Bianca Newt Gingrich.
    Sotto queste ipotesi Israele potrà meglio cooperare con gli Stati Uniti nel contrastare le reali minacce della regione e garantire la sicurezza dell’Occidente. Mr. Netanyahu può rendere chiaro il proprio desiderio di cooperare più strettamente nel campo della difesa antimissile con lo scopo di rimuovere questo genere di minaccia che anche un esercito debole e distante è sempre in grado di imporre ad uno stato. Tale cooperazione nella difesa antimissile non solo contrasterà una tangibile minaccia alla sopravvivenza fisica di Israele, ma allargherà di molto la base del suo consenso all’interno del Congresso degli Stati Uniti che al momento conosce poco i problemi di Israele, ma è assai impegnato nella difesa antimissile. Ciò aiuterà senza dubbio negli sforzi per trasferire a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti.
    Allo scopo di anticipare le reazioni degli Stati Uniti e avere modo di controbattere a tali reazioni, il primo ministro Netanyahu potrà formulare le richieste che gli stanno a cuore impostando temi familiari all’amministrazione americana del tempo della guerra fredda che si applichino bene a Israele. Se Israele intende avanzare proposte che richiedono una benevola accoglienza da parte americana allora il periodo migliore per questo è prima del mese di novembre.

    Conclusioni: liquidare tutti i conflitti arabo-israeliani

    Israele non dovrà solamente contenere i suoi nemici, li dovrà liquidare

    Alcuni eminenti intellettuali arabi hanno scritto estensivamente riguardo la loro impressione circa il prossimo affanno di Israele e la sua perdita di identità nazionale. Questa impressione ha esposto il fianco ad attacchi, impedito il raggiungimento di una vera pace e offerto chance a chi vuole la distruzione di Israele. La precedente strategia ha finito col portare il medio oriente verso un’altra guerra arabo-israeliana. La nuova agenda di Israele può segnare una decisiva svolta abbandonando la politica che prevedeva un ritiro strategico basato sul principio della prevenzione. La nuova agenda strategica di Israele può cambiare drasticamente il quadro della regione in modo da garantire ad Israele la possibilità di indirizzare le proprie energie dove maggiormente ve n’è bisogno, di rinnovare la sua idea di nazione, cosa che può essere fatta solo cambiando la concezione socialista dell’economia con una più solida dottrina, e infine di superare lo stato di ‘affanno’ che ne mette a repentaglio la sopravvivenza.
    Da ultimo Israele deve cessare di risolvere il conflitto tra arabi e israeliani ricorrendo alla guerra. Nessun complesso di armi o di vittorie militari garantirà ad Israele la pace che essa cerca. Allorchè Israele sarà in piena ripresa economica, libera, potente e sana internamente essa non controllerà semplicemente il conflitto tra arabi e israeliani, essa lo liquiderà. Come un anziano leader dell’opposizione ha recentemente affermato: ‘… Israele deve ringiovanire e rivitalizzare la sua leadership morale e intellettuale. E’ un importante elemento, per me il più importante, nella intera storia del Medio Oriente…’. Una Israele orgogliosa, sana, solida e potente sarà la futura base di un Medio Oriente nuovo e rappacificato.



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  7. #7
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    In origine postato da UgoDePayens
    Questo dimostra solo che prima i terroristi non vedevano nell'Irak un nemico da prendere di mira...

    ....adesso si! Grazie Bush!

    Informauro

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    Chissà quali nuove frontiere vorrà il presidente Bush aprire al terrorismo: la Siria? l'Iran?

    Giacché il fine esplicito è l'esportazione della democrazia, io proporrei l'Arabia Saudita. Ma anche la Russia necessita di una maggior democrazia....

    Informauro

  9. #9
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    In origine postato da informauro
    ....adesso si! Grazie Bush!

    Informauro
    Forse ti sfugge una cosa: il terrorismo non si deve EVITARE si deve sconfiggere.
    Se prima non prendeva di mira l'Irak la ragione era che l'Irak era AMICO del terrorismo arabo (se non parte integrante).
    Ora evidentemente è un NEMICO del terrorismo, e per questo ne paga le conseguenze.
    Non so se tu sia talmente pavido da dire che di fronte ai kamikaze e alle minacce si debba scappare...

  10. #10
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    Predefinito

    In origine postato da UgoDePayens
    Forse ti sfugge una cosa: il terrorismo non si deve EVITARE si deve sconfiggere.
    Se prima non prendeva di mira l'Irak la ragione era che l'Irak era AMICO del terrorismo arabo (se non parte integrante).
    Ora evidentemente è un NEMICO del terrorismo, e per questo ne paga le conseguenze.
    Non so se tu sia talmente pavido da dire che di fronte ai kamikaze e alle minacce si debba scappare...
    ===
    certo che no..... ma neppure attivarsi per far incazzare un po di gente e far diventare tutti gli uomini del mondo dei kamikaze....e ormai ci siamo vicini
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

 

 
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