Ormai è una certezza: la Cina è un dei più grandi consumatori di greggio al mondo e si prospetta entro il 2020 una crescita della dipendenza dal petrolio straniero pari al 70%. Ma il drago d’oriente sembra essere ben cosciente della situazione e si fa strada già da ora, dando inizio a quella che potremmo definire una vera e propria “caccia” all’oro nero, ampliando l’accesso a giacimenti già esistenti e tracciando nuove rotte di conquista. Inevitabile lo scontro con un altrettanto grande consumatore di petrolio, il gigante statunitense.
(Paolo Cacciato)

Equilibri.net (16 novembre 2004)



Il petrolio: possibile scintilla di contrasti?

È la domanda che più facilmente passa per la testa a chiunque abbia ben chiaro il livello odierno di crescita del dragone cinese e la sua smisurata sete d’energia. La Cina ha bisogno del petrolio per soddisfare il bisogno energetico delle sue infinite città, dei suoi nuovi centri produttivi, della sua industria dalle proporzioni gigantesche. È un consumo continuo e impressionante proprio del paese dalla popolazione più numerosa al mondo. È ovvio che se, da una parte, tale dato è segnale di una crescita economica-produttiva, che allinea la Cina alla schiera delle potenze mondiali, dall’altra ne mette in luce anche la debolezza in fatto di dipendenza da risorse energetiche. La Cina è si uno dei poli da cui dipende l’assetto economico dell’Asia e del mondo intero, ma nello stesso tempo è anche macchina dalle proporzioni titaniche, che necessita di continue cure e alimentazione. Sicuramente i cinesi non si possono permettere un “guasto” di percorso né tantomeno un blackout; ecco quindi che è legittimo pensare, alla luce del continuo impoverimento delle risorse petrolifere, al sorgere di una potente rivalità fra i due consumatori più accaniti: Cina e USA. Prima di arrivare a conclusioni affrettate è necessario inquadrare, però, le odierne direzioni percorse dalla dirigenza cinese in fatto di politica energetica; molte scelte affrontate dal governo di Pechino, difatti, mettono in luce l’anima meno offensiva e più accomodante di un paese che, forse memore degli errori del passato, pare oggi far leva sul ruolo di superpotenza che ormai riveste da tempo, e pare giocare abilmente con i propri antagonisti in un’atmosfera di sicura e agiata competitività.

L’avanzata cinese a metà fra dichiarata competitività e aperto dialogo

Alla luce di questo neodiplomatismo, possiamo individuare per il caso cinese un duplice atteggiamento nell’ambito delle politiche energetiche in una prospettiva di scontro con gli USA. Il primo di questi percorsi rinvia alla consapevolezza maturata dal gigante asiatico di dover in qualche modo raggiungere un alto livello di competitività. E in virtù di questo obiettivo è da ricollegare il progetto di costruzione di un nuovo oleodotto che colleghi la Cina al Kazakistan, così come sancito da un trattato firmato nel 1997. Già oltre quattrocento km di questo nuovo impianto di trasmissione del greggio sono stati completati, segno tangibile di una presa di posizione ferma e convinta. Nell’attuare questa politica del “riordino energetico” il governo di Pechino pare seriamente interessato a raggiungere anche uno scopo di tipo politico: sotto la bandiera del controllo energetico e della difesa di questo dai consumatori stranieri, il governo cinese intende rafforzare l’unità della regione, sfavorendo la presenza statunitense e scoraggiando le voci indipendentiste nello Xinjiang. Il rafforzamento della competitività non riguarda solo lo sfruttamento di giacimenti di greggio dalla consolidata potenzialità, ma, data la consapevolezza dell’esaurirsi di tali fonti per i prossimi anni, la Cina sta ampliando, inoltre, l’accesso allo sfruttamento d’energie alternative e sperimentando il vigoroso apparato tecnologico, di cui oggi comincia a disporre, verso l’utilizzo della forza idrica, del gas naturale e d’altre fonti rinnovabili. Tutto ciò fa presagire l’intenzione cinese a prepararsi con vigore al momento in cui la Cina sarà chiamata a una sfida aperta. Dall’altra parte, però, non si può tralasciare la partenza di una vera e propria trattativa di dialogo fra Cina e USA: già a partire da maggio scorso, infatti, è stato avviato un dialogo nella conduzione della politica energetica sino-statunitense. Si tratta di un atteggiamento duplice, quello assunto dalla Cina in fatto di “rincorsa” all’energia; se da una parte, difatti, è chiara la ferma convinzione a voler emergere a consumatore massimo, accaparrandosi il maggior numero di giacimenti possibili, dall’altra è altrettanto evidente lo spazio che il gigante asiatico lascia al dialogo e alla trattativa con i propri antagonisti. Ma è il primo percorso, quello della sfida, che lascia spazio a maggiori considerazioni.

Lo Yunnan: un corridoio prezioso, un ponte verso l’Europa

Sembra proprio una delle rotte più interessanti per il governo di Pechino, quella che vede come protagonista la provincia cinese dello Yunnan, al margine sud-occidentale della Repubblica Popolare ai confini con l’altopiano del Tibet, con il Myanmar (Birmania), il Laos e il Vietnam. Un corridoio strategicamente importante perché permetterebbe la comunicazione diretta con la Birmania e con la Baia del Bengala, importante chiave d’accesso ai mercati europei, via terrestre questa che comporterebbe un notevole risparmio di tempo e denaro. Inoltre, l’apertura di questo corridoio permetterebbe di aggirare la dipendenza cinese in fatto di commercio del greggio dai mercati di una zona critica, quello dello stretto di Malacca, polo di lunga tradizione terroristica. Ciò che si attende in data odierna è l’approvazione da parte dello stato del Myanmar del piano d’investimenti, che secondo i progetti di esperti ingegneri cinesi dovrebbe coinvolgere attivamente anche lo storico porto di Bhamo, che necessita di urgenti risanamenti per sostenere la crescita continua dei traffici cinesi. Un progetto ambizioso, quindi, che non sembrerebbe giovare però solamente alla superpotenza cinese; anche Giappone e Corea difatti gioverebbero del risanamento del corridoio-Yunnan per l’accesso a importanti nervature commerciali. Dal canto suo alla Cina non potrebbe che giovare il titolo di supervisore a questo grande progetto e ne deriverebbe prestigio e controllo su moltissime rotte commerciali. Ma non sono solo le grandi potenze dell’Asia a valutare positivamente questo piano; anche lo Yunnan beneficerebbe in termini di prestigi internazionale e di maggior riguardo da parte del governo centrale di Pechino.

La sfida thailandese

La necessità di valutare nuove chiavi d’accesso alle fonti di greggio spinge la Cina a prendere in considerazione continue nuove collaborazioni, anche con paesi che in passato si sono rivelati piuttosto ostili a Pechino. È il caso della Thailandia. Il bisogno di una maggior indipendenza dai giacimenti del Medio Oriente e soprattutto l’acquisizione di nuove rotte oltre allo stretto di Malacca, saturato da presenza di traffici non solo cinesi, ma anche giapponesi, americani e indiani, il cui improvviso blocco comporterebbe seri danni all’economia cinese e in generale asiatica, ha fatto sì che oltre al condotto attraverso lo Yunnan in direzione Birmania si iniziasse a parlare in Cina di una seconda rete di condutture del greggio, quelle in Thailandia per l’appunto. Rete che toccherebbe, nella sue estensione, anche i territori di Pakistan e Bangladesh. Grande sostegno sembra provenire dalle fine del governo thailandese, che nella voce del primo ministro, Thaksin Shinawatra, si è dimostrato fiducioso in un accordo con la Cina per permettere un rinnovato benessere in termini di contatti commerciali nell’intera Asia. Questi progetti sono stati illustrati a Manila al congresso economico dell’associazione delle nazioni del sudest asiatico (ASEAN). Questa nuova rete di condotti permetterebbe di risparmiare più di una settimana di tempo nel traffico di greggio diretto in Cina, Giappone, Sud Corea e Filippine. Ad ogni pro ovviamente sorge anche qualche contro; se tale progetto dovesse realizzarsi, infatti, oltre agli altissimi costi della messa a punto (880 milioni di dollari americani), ne risulterebbero compromesse le relazioni con Singapore, che di fatto oggi rappresenta uno dei porti più efficienti e significativi per il traffico di greggio in Asia.

Il sogno sovietico

Più delicata e parallelamente di grande interesse per le ambizioni cinesi, è la questione energetica aperta con l’ex URSS. Sicuramente la visita del premier cinese Wen Jiabao a Mosca ha voluto sancire un riavvicinamento dell’asse Mosca-Pechino, all’attualità, ancor più intensificato da sei punti volti a promuovere una collaborazione bilaterale a tutti gli effetti, e non solo limitatamente all’ambito “energetico”: Cina e Russia difatti si impegnano a migliorare i legami commerciali, ad avviare un programma di investimento comune per un risanamento della rete commerciale, a sviluppare una cooperazione nell’ambito della politica energetica, a rinforzare l’alleanza nella collaborazione tecnica e, infine, a rafforzare i confini di mercato comune. Punti che parlano chiaro della convinzione reciproca a “camminare” insieme nella sfida internazionale ai grandi consumatori di petrolio. La visita di Wen Jiabao, inoltre, ha riportato alla luce una questione piuttosto problematica e che sta molto a cuore al protagonista cinese: l’assalto legale sovietico a Yukos, uno dei maggiori esportatori di petrolio in Cina, ha danneggiato incredibilmente l’economia di Pechino. Yukos difatti, a seguito delle pesanti sanzioni economiche, non sarebbe più in grado si sostenere i costi d’esportazione, le autorità russe, inoltre, hanno congelato i conti in banca della Yukos e bloccato ogni movimento dei medesimi prima del pagamento delle tasse dovute al governo. La China National Petroleum Corp (CNPC) e la Sinopec, sono le due grandi raffinerie cinesi che hanno sottoscritto un importante contratto con la Yukos e si trovano economicamente danneggiate dall’azione intrapresa dal governo sovietico. La visita del primo ministro cinese ha riportato a galla la questione con interessanti risvolti: la CNPC e la Sinopec sarebbero disposte a farsi carico delle spese d’esportazione e parallelamente Mosca si è dimostrata più che intenzionata ad avviare un programma di risanamento della rete ferroviaria e dei collegamenti con Pechino, sobbarcandosi spese di progetti e messa in opera. In cambio di questa politica di collaborazione, Pechino è disposta a ricambiare mediando proficuamente in favore del gigante russo in ambito WTO. La Russia, difatti, oggi necessita più che mai di un supporto nel prendere posizione al commercio internazionale e questo può essere dato solo attraverso la “considerazione” benevola dei membri del WTO. Il primo stato alleato potrebbe essere proprio rappresentato dal governo centrale di Pechino. Tutto sembra perfetto, perciò, per l’avvio di questa neo collaborazione; i cinesi si auspicano grandi passi in avanti attraverso l’accesso alle risorse russe e a un cammino di cooperazione con la Russia, dall’altra l’ex gigante sovietico appare compiaciuto di tutta quest’attenzione e soddisfatto nel suo ruolo di rilievo nella “comunicazione” preferenziale con la Cina.

L’avanzata iraniana

La Cina mette a segno un altro colpo grosso in terra iraniana. Un successo che, unito al grande passo in avanti ottenuto dalla neo collaborazione con Mosca, permette al governo di Pechino di intensificare un altro paradigma di rilievo nella strategia cinese: la dominazione politico territoriale. Il gioco di alleanze di vicinanza geografica, si fa difatti più netto e più pericoloso agli occhi di possibili concorrenti nella corsa all’oro nero e nei confronti di avversari politici su scala nazionale. È palese che la vicinanza Cina – Russia – Iran non possa che intimorire o perlomeno far riflettere l’antagonista statunitense. Con l’accordo siglato alla fine d’ottobre fra Sinopec e il ministro per gli affari petroliferi iraniani Bijan Zanganeh, la Cina avrà, difatti, accesso per oltre 30 anni a ben 250 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto in suolo iraniano e per oltre 25 anni al commercio di ben 150.000 barili di greggio al giorno. In una simile disposizione d’alleanze, la Cina non solo potrà giovare di quantità mai raggiunte fino ad oggi di energia, ma si ritroverà inevitabilmente in testa a un complesso geostrategico di dimensioni inaudite, che richiama per memoria storica, in quanto a potenzialità e coesione politica, il blocco asiatico della guerra fredda.

Conclusioni

È indubbio il fatto che la Cina è, oggi, uno dei più grandi consumatori di greggio al mondo e le sue proporzioni sono destinate ad aumentare sempre di più nei prossimi anni. Ciò arriva ad intaccare la gestione statunitense delle fonti petrolifere e, soprattutto, pone la Cina a pari livello degli USA nella corsa all’oro nero. La via del dialogo e della collaborazione in fatto di politica energetica è stata iniziata, ma la Cina sembra essere intenzionata, oggi più che mai, ad affinare la propria competitività ampliando le rotte commerciali di traffico del greggio e costruendo nuove condutture per il trasporto del medesimo. Ecco spiegati i progetti di risanamento dello Yunnan, per accaparrarsi uno sbocco diretto sulla Birmania, o le trattative intavolate con la Tailandia per la costruzione di un nuovo impianto di condutture o la neovicinanza alla Russia per un’attiva collaborazione bilaterale. L’accordo con il governo iraniano è, inoltre, non solo un successo per la corsa all’oro nero, ma anche la dimostrazione più valida dell’intenzione cinese a voler rafforzare su scala internazionale il proprio ruolo politico. Quella che ci si presenta è una Cina sempre più consapevole della propria competitività e che alla luce di ciò osa sempre più e che, senza ritegno, corre per accaparrarsi le armi migliori in attesa di scendere in campo.