Penso di non sbagliare se dico che il Sud si è stancato di essere una questione. Non ce ne voglia Presidente, lei che è uomo di grande sincerità, generosità e senso dello Stato, ma il termine questione significa problema ed a sua volta problema è sinonimo di debolezza, soprattutto se per risolverlo ci vogliono (tesi sbagliata) più soldi. Il Sud non è e non deve essere una questione, per innumerevoli motivi. Innanzitutto per una ragione storica.
Il Sud è un problema dai tempi di Garibaldi. Ero un paese allo sbando e bisognava riunificarlo all’Italia, più per esigenze patriottiche, che non per spirito di aiuto, ché i Savoia non ne avevano di certo molto. Poi la questione meridionale toccò subito i due problemi fondamentali: delinquenza e lavoro, mai risolti, ma sempre presenti.
Da allora il Sud ha fatto progressi da gigante. I migliori politici, magistrati, avvocati, esperti in campo scientifico, medici, vengono dal Sud. Il Sud continua a sfornare manodopera preziosa per le industrie, ma anche grandi professionisti che ne migliorano le idee. Giovani si stanno laureando con sempre maggiore frequenza e si stanno distinguendo per volontà e capacità manageriale ed imprenditoriale. Tutto ciò ha un prezzo, e al Sud questo prezzo si chiama: emigrare.
Tutto ciò non è un danno, ma una condizione essenziale, in un mondo sempre più spinto verso Nord, dove il progresso lascerà sempre indietro chi è partito male. E’ normale, in tale contesto, che le imprese guardino, o al paese ricco, quello dove i commerci, le relazioni sono vive ed importanti, o al paese disperato, dove i costi di distribuzione, gestione, manodopera sono la terza o la quarta parte di ciò che si spenderebbe qui. Ecco perché al di là di ogni abbassamento di tasse, la Romania, la Bulgaria, la Polonia, la Slovacchia, saranno sempre paesi preferite dalle imprese rispetto al Sud. Nessuno qui ha pianto per questo.
La gente che ha voglia di lavorare, ha capito questa logica, ha sperato per un po’ e poi ha preso il suo bravo zaino ed è “andata sopra” ed è stata premiata. E’ anche un errore pensare che tutto si riduca ad un problema di soldi, quanto di lavoro e dignità e le due cose non sono collegate. I soldi non danno lavoro, possono favorire qualche piano regionale o locale a breve scadenza, possono finanziare piccole imprese di 10-20 dipendenti, fin quando queste non decidano di andare via, perché per una piccola impresa sopravvivere senza il supporto di una grande impresa vicino è una strategia da pazzi. E le grandi imprese che hanno favorito un po’ di sviluppo al Sud, hanno finito la benzina. Ammesso che i soldi servano…Da dove partire, chi aiutare e soprattutto da chi prenderli? Non si può rubare ai ricchi (sempre che in Italia si possa usare questo termine, nell’accezione con il quale si usa negli altri paesi), per dare ai poveri, non si può vessare che il Nord-Est, l’Emilia, la Toscana, il Bresciano, il Piemonte, per aiutare il Sud, con la scusa che i meridionali hanno fatto la loro fortuna.
E’ un ricatto morale, oltre che inutile. Al Sud non resta spazio che per il professionista di turno, perlopiù architetti o ingegneri, colpiti dal vento della stagione edilizia, l’archeologo che scava in cerca di ricchezza senza frutto (altra moda del momento) ed “il fortunato” che ha vinto il solito concorso pubblico. Detto ciò, la questione è risolta

Angelo M. D’Addesio