Espropri proletari: mi manda Caruso

Non c’è stato niente da fare. Nonostante tutti gli sforzi dei gruppi no-global, i giornali e la gente della strada continuano a riferirsi alle incursioni nei supermarket e nelle librerie come a “espropri proletari”. Eppure i poveretti hanno tentato in ogni modo di far capire che non c’è alcun legame tra le strategie e le tattiche di oggi e quelle degli anni Settanta. Hanno modificato il linguaggio, le modalità organizzative, e manifestano inoltre chiari segni di insofferenza ogni volta che li si accosta agli storici protagonisti di quei beati anni di rivoluzioni fallite. Per depistare i lettori, il quotidiano “Liberazione” ha persino adottato una terminologia anglo-tecnica, annunciando una street-parade per la flexsecurity dei brainworkers, interrotta da momenti di shopsurfing; tutto inutile. Lo sguardo ottuso di coloro che scorrevano il testo si è illuminato solo quando, leggendo di “azioni a sorpresa di riappropriazione del reddito”, hanno finalmente recepito qualcosa: “Ah! Fanno l’esproprio proletario!”

Così i poveri “disobbedienti” si sono dovuti sorbire tutti i commenti dei reduci. Quelli che approvano incondizionatamente, e che, dall’alto di una trentennale esperienza, dispenserebbero volentieri consigli, giusto per eliminare dai prossimi interventi qualche noiosa sbavatura, come spiega l’onorevole Russo Spena: “La redistribuzione dei beni è stata una cosa bellissima, un’azione diretta moderna e innovativa. Da ripetere anche. Magari organizzandola meglio.” E quelli che scuotono arcigni la testa, come lo scrittore Erri De Luca, il quale, facendo un confronto con la propria avventurosa gioventù, non può che fare le bucce agli attuali espropriatori, che appaiono impreparati, approssimativi, irrimediabilmente privi di retroterra sociale.

Lo shopsurfing, comunque, ha avuto successo. Non solo ha raggiunto i suoi obiettivi mediatici, ottenendo ai no-global, dopo parecchio tempo di silenzio, l’attenzione della stampa e della politica. Ma ha anche suscitato l’adesione dei cittadini, se è vero quello che confessano gli attoniti commessi dell’ipermercato romano preso di mira: che cioè i clienti abbiano pertecipato entusiasti, portandosi via prima di tutto televisori al plasma e playstation, e protestando perché il cellulare ultimo modello non era disponibile. Tutto ciò conferma quello che sostengono gli organizzatori: lo vedete che non è un esproprio proletario? Lo vedete che di proletario non ha nulla?

Il giovane leader dei disobbedienti napoletani, Francesco Caruso, ha però corretto il tiro, spiegando che sì, forse a Roma le cose sono andate un po’ così, e infatti i commercianti si sono spaventati, il sindaco buonista è stato costretto a dissociarsi, i media hanno dato alla storia un risalto eccessivo, che ha provocato allarme. Ma a Napoli le cose stanno diversamente. I proletari sono davvero proletari, e queste azioni, che le si definisca in un modo o nell’altro, sono diffuse, abituali ed efficaci. Tutte le domeniche, spiega Caruso, si organizzano dei gruppi che entrano in un esercizio appartenente alla grande distribuzione, chiamano il direttore e chiedono uno sconto del 20, 30 per cento almeno. Sconto che in genere il gestore concede senza tanto clamore, senza allertare la stampa né ricorrere alla polizia. Si tratta dunque solo di una gentile richiesta, una normale trattativa con clienti organizzati. Ma si è reso conto, il simpatico Caruso, che i poveri commercianti delle zone campane sono già stati abituati a queste “trattative” dai camorristi? Immagino che, chino sui libri contabili, il rassegnato direttore riassuma: dunque, giovedì passa Pascalino o’ fetentone per il pizzo, domenica quelli della spesa proletaria. Uno lo manda Picone, gli altri li manda Caruso.