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Discussione: Celtismo e new age

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    CELTISMO, NEW AGE E IDENTITA'
    di Claudio Magnabosco
    La moda è davvero scoppiata .... e siamo Celti! In particolare presso le nazionalità alpine dove, a ben vedere, non si sa più cosa vuol dire essere valdostani, occitani, friulani, ecc., e c'è chi afferma che un'identità valdostana, occitana, friulana, ecc. non esiste e non è mai esistita, scopriamo un'identità parziale, fittizia, surrettizia, sostitutiva.
    Il bisogno di questa identità (o, comunque, di un'identità) è il risultato di un processo di disidentificazione ben individuabile nel suo proporsi storico; un processo culturalmente, socialmente e politicamente pericoloso, perché la perdita della dimensione storica dell'identità (individuale e collettiva, di ogni uomo e di ogni popolo) determina uno scadimento dei valori stessi dell'umanità. Scrive Borges: "l'identità personale risiede nella memoria e l'annullamento di questa facoltà comporta l'idiozia. Senza una eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accade nelle anime, la storia è tempo perso, e con essa la nostra storia personale".

    La ricerca di una identità nel passato, e di cui si ricerchi memoria separata da ciò che essa è divenuta nel tempo, è improduttiva se non addirittura inutile e falsa. O nella attualità non c'è più segno di quel passato; o non si sa coglierlo; o non ci piace ciò che quella identità ha prodotto e tentiamo un hollywoodiano "ritorno al futuro": scopriamo di essere Celti per far ripartire la storia da una interpretazione affascinante di ciò che eravamo ieri, insoddisfatti di ciò che siamo oggi. Mitizzare la storia e la cultura equivale, però, ad ideologizzarle, con tutto ciò che ne consegue: una mitizzazione fa, così, considerare aurea l'epoca delle Franchigie valdostane, viste in chiave prodromica dell'autonomia e del federalismo; un'altra ha esaltato la grandezza di Roma, facendone il substrato del fascismo; ecc.

    Non è che le ideologie (quantunque superate!) non producano cultura: producono cultura politica e, spesso, la libertà della vera cultura, nel senso più ampio, è sacrificata all'altare del potere e dei suoi interessi; ma questa è una colpa degli uomini di cultura, degli intellettuali che massimizzano piccoli egoistici interessi, mostrandosi incapaci di contrastare moda e poteri.
    Il celtismo va di moda, poco importa se sostanzialmente sia un gioco di ruolo, una ricerca di identità o altro.
    Il fatto è questa riscoperta dei Celti viene barattata al mercato decadente delle culture dominanti; queste non sanno più come perpetuarsi ed attingono ai valori delle culture dominate, tentano di assimilarle, snaturandole senza farsi di questo un cruccio visto che, fino ad ora, le avevano negate ed oppresse.
    Questa new age intraeuropea non si propone in modo diverso nella dimensione planetaria: i pellerossa Lakota hanno dichiarato guerra alla new age che diffonde "iniziative spirituali" intitolate alla cultura degli indiani d'America e mescola teosofia, danze tribali, ufologia, egittologia, elementi della religiosità orientale in quello che possiamo definire "qualunquismo spirituale" e che scientificamente viene chiamato "sincretismo religioso".

    Il sincretismo, nei fatti, espropria le culture etniche prelevando da esse, a piacere, gli elementi compatibili con la cultura occidentale, eliminando ogni momento di contrasto tra quelle culture e la cultura occidentale dominante.
    Questo universalismo, stranamente ma non troppo, è compatibile con il mondialismo economico, con il colonialismo linguistico, con il dominio politico europeo ed americano.
    E allora di quale valorizzazione delle culture stiamo parlando? A che serve parlare di Celti in chiave identitaria?
    Scrive Brodskij: "poiché, le civiltà sono un qualcosa di 'finito', nella vita di ognuna viene il momento in cui il centro non tiene più. Ciò che allora le salva dalla disintegrazione non è la forza delle legioni, ma quella della lingua. Così fu per Roma e, prima, per la Grecia ellenica. Il compito di 'tenere', allora ricade sugli uomini delle province, della periferia". Oggi, forse, le nazionalità dell'arco alpino potrebbero - per certi versi - essere una di quelle periferie dove si sta decantando l'identità europea in un crogiolo di identità e di lingue.

    Ma se questa osservazione è contestabile (e, appena accennata come qui risulta, non riesce ad esprimere la verità di cui è portatrice) ancor più lo è andar a caccia di periferie nella storia passata: che razza di celtismo può mai essere quello che fa propri solo i miti più accattivanti, celebrando un celtismo di bardi, combattenti, orefici quando presumibilmente, le propaggini celtiche che si stabilirono in alcune vallate dell'arco alpino, erano formate da semplici contadini; e quando quei contadini, divenuti commercianti e doganieri, si sono rivelati tanto esosi da convincere Roma che era tempo di spazzarli via, non senza descriverne negli annali scritti una presunta fierezza, poiché, altrimenti, Roma non avrebbe conseguito gloria alcuna nello sconfiggerli...!

    L'influenza celtica è stata certamente più rilevante di quanto questa rapida e dissacrante ricostruzione non dica: ma non faccio altro che rispondere ad un mito con una ideologizzazione; entrambi non hanno bisogno di corrispondere alla verità per esser creduti. Nessuno mi toglie dalla testa, però, che erano molto più celtiche, barbare, rurali ed orgiastiche alcune vecchie "feste" alpine, dei vari "festival" celtici imborghesiti dei nostri tempi.
    Il fatto è che questo tipo di celtismo e la new age non dicono il vero quando attingono, apparentemente per valorizzarle, alle culture etniche.
    Molti di quanti si occupano o, più semplicemente, sono affascinati dal celtismo, non si sentono valdostani, occitani, friulani, ecc., non ne praticano e non ne difendono le lingue, hanno una posizione anarcoide o infastidita verso i tentativi culturali, sociali, sindacali e politici, di rappresentarne e tutelarne l'identità di oggi. E neppure si distinguono da coloro che, negando l'esistenza di una identità, ne pongono comunque il problema.
    Non è insignificante il fatto che nei vari "Festival" celtici proposti sull'arco alpino, siano inserite conferenze tipo "Celti ieri, Occitani oggi", evitando, tuttavia di riflettere su quali siano, oggi, la lingua ed i diritti di questi occitani. Tanta attenzione per una tematica identitaria non ha, quindi, corrispondenza in un impegno concreto, in una battaglia identitaria, culturale, linguistica a favore degli occitani di oggi, a favore delle identità etniche di oggi.

    Una moda, quindi, godibile e piacevolissima che consente, tra l'altro, di diversificare il mercato della proposta turistica, di dar spazio a musicisti ed artigiani. Ma le mode fagocitano tutto e capita, così, che in Valle d'Aosta, per vendere meglio il festival celtico si faccia richiamo espresso ai Salassi, lasciando intendere che addirittura le stele antropomorfe di Saint-Martin de Corléans (uno dei ritrovamenti archeologici più importanti d'Europa che documenta l'origina caucasica delle prime popolazioni valdostane), abbiano a che fare con i Celti, mentre risalgono a due mila anni prima che i Celti facessero la loro apparizione. Non si tratta di un errore, ma di una ideologizzazione che soddisfa l'esigenza di render più grandi i Celti, deviando il vero discorso sulla identità valdostana, discorso che si è fatto ambiguo: il potere politico, i cui detentori rischiano l'impopolarità nel proporre la loro errata politica di difesa dell'identità oggi, sbagliando nel "rito" del bilinguismo, tentano di recuperare sul piano più che del "rito" della "festa", proponendone gli aspetti più accattivanti. Poiché migliaia di calabresi immigrati e residenti in Valle d'Aosta hanno la loro festa etnica, i valdostani che attendono una loro festa nazionale, per avere un pubblico numeroso ricorrono alla moda celtica: piace ai valdostani valdostani, ai padani, ai giovani ... che si vuole di più?
    Fra qualche anno, quando la moda dei Celti sarà passata, celebreremo un festival in nome dei proto-valdostani di Saint-Martin de Corléans, non appena il bisogno di identità uscirà insoddisfatto dalla moda celtica.
    La storia é un continuum che non può esser spezzato estrapolando da essa un momento solo, ergendolo a modello, facendo ruotare tutto il resto attorno ad esso, perché, ciò significa solo interpretarla ideologicamente a vantaggio di un partito, di una religione, di una moda.

    La radice celtica è sicuramente più pregnante, rilevante, determinate per l'identità dei gallesi, degli scozzesi, degli irlandesi, dei galleghi, dei bretoni, oggi.

    Lo è meno per altri popoli, come appunto quello valdostano, e quello friulano che hanno nel celtismo una componente della loro storia; se sposano il celtismo è per giocare un altrimenti improponibile parallelismo storico: Roma che ieri scaccia e sconfigge i Celti, sarebbe la stessa Roma che nega l'autodeterminazione alla Valle d'Aosta, al Friuli, ecc. oggi.

    Nel mito politico il parallelismo regge; nella ideologia pure.

    Non sono pregiudizialmente restio a sposare dialetticamente il miti e la cultura politica, così come ho sempre raccontato fiabe e leggende ai miei figli; in nessuno dei due casi, però, ho confuso realtà e fantasia. Del resto è proprio la mitologia greca a consentirci di "leggere" alcune verità storiche: Giasone, Eracle e Cadmo rappresentando simbolicamente le fasi delle emigrazioni e delle colonizzazioni dell'Europa in epoche remotissime. Ciò che mi chiedo è se riusciremmo ad essere migliori valdostani, occitani, friulani, ecc. tentando di riscoprirci Celti, oppure Longobardi, oppure Romani. Ciò che mi chiedo è se i popoli che ancora oggi conservano un forte senso della propria identità, trovano nei celtisti degli alleati affinché la loro storia e la storia della loro identità non si interrompano.

    Nel recente passato alcune associazioni culturali dell'arco alpino elaborarono un vero e proprio progetto di valorizzazione delle culture etniche; così dei Celti e degli altri popoli vennero proposti, via via, la musica, il teatro, il cinema, l'arte, la storia, l'attualità politica, le problematiche economiche, l'archeologia. Questo progetto venne realizzato ricorrendo a tutti gli strumenti della comunicazione: convegni (importante quello sui Celti e le Alpi occidentali realizzato a Cuneo); attività didattiche; dibattiti (con il leader del Sinn Feinn, con il responsabile della scuola bretone); iniziative solidaristiche (con il sostegno alla lotta prima e con la partecipazione ai funerali, poi, di Bobby Sands); l'impegno e il sacrificio personale (un giovane amico torinese morì precipitando sulla scogliera, in Galles dove si era recato per studiare le radici delle identità gallese, dopo aver già pubblicato il risultato dei suoi studi in Scozia e Irlanda); venti anni di musica etnica proposti su tutti l'arco alpino; tre dischi prodotti, di cui due celtici: nel primo Stivell e Milladoiro cantano, tra gli altri, "affinché" - come dice la copertina della Polygram - "il provenzale e il francoprovenzale delle Alpi Occidentali non muoiano"; nel secondo, il viaggio nella cultura celtica sfocia in quella mediterranea e approda a quella andina, coinvolgendo i migliori musicisti.

    Solo in questa ottica complessiva di "progetto", i festival celtici (una parte del "Festenal" che da oltre 20 anni raggiunge la Valle d'Aosta, l'Occitania, il Friuli, la Ladinia, la Valtellina) con Stivell, Patrick Ewen, Gabriel Yacoub, Malicorne, Dan Ar Braz, Heritage, Try Yann, Mairtin o' Connor, Milladoiro, Chieftains, hanno avuto un senso, non sono rimasti appuntamenti fini a se stessi.

    Senza un "progetto", invece, certe mode come il celtismo, reiterano truci esperienze del passato quando sorressero, sublimarono addirittura posizioni razziste.
    Quanto più celebriamo il valore della tradizione antica, tanto più ci esponiamo al pericolo di guardare ad una società arcaica, eroica, razzista. Il "mito", il "rito" e "la festa" cui, come abbiamo visto, ricorre ancora oggi il potere politico, sono emblematicamente il nucleo della società aristocratica, ispirata allo spiritualismo etnico di Julius Evola, il Marcuse dell'estrema destra.
    Sull'arco alpino esistono un certo numero di gruppi e sette religiose; abbiamo un gruppo attivo e propositivo che si occupa di teosofia; abbiamo organizzazioni ed attività imprenditoriali basate sul celtismo.
    L'apparente innocenza e la carica di entusiasmo di queste componenti non ci inganni; il fascino delle mode non ci illuda; l'onestà intellettuale degli animatori non ci rassicuri.
    Più di un sospetto ci fa ritenere che sussistano, inoltre, indecifrabili interessi di tipo "massonico"; più di una evidenza comprova l'esistenza di un certo clanismo, l'affidamento - cioè - ad una ristretta cerchia di persone, della gestione delle questioni economiche e delle decisioni politiche, solo formalmente affidate ad organi democratici.
    Tutto ciò pare riassumibile come l'intreccio di una sorta di esoterismo, di società iniziatiche, di nuovo fascismo strisciante e populista.
    La ricerca di una identità nazionale, diversa da quella esistente è, dunque, una sorta di alibi per poterla - in realtà - sostenere nei suoi attuali arbitrii gestionali, più che una fuga irrazionale da essa per l'impossibilità di riconoscervisi.
    C'è una ulteriore ipotesi. Esaltare celtismo, che lo si faccia per moda o per rifiuto della identità d'oggi, è comunque funzionale ad un discorso di massa, ad una cultura politica, ad una ideologia su cui si basa il consenso elettorale attribuito ala forza egemone.
    Non necessariamente la storia è giusta e morale. Né celtisti né potere politico desiderano, in questo senso, davvero la realizzazione della cultura etnica.
    Quando, in nome di essa, la Valle d'Aosta dovesse davvero rompere con Roma, molti valdostani si chiederebbero se non era meglio la dorata dipendenza piuttosto che la difficile assunzione di responsabilità che l'indipendenza comporta. E la ricchezza dell'autonomia non sarà certo rifiutata neppure dai sudtirolesi...
    E, a questo punto, scopriremmo di essere ancora un po' Celti; non divinità, druidi, elfi, eroi, orafi ed intagliatori, ma contadini e doganieri. E nessuno ci dedicherà, mai più, un festival.
    Se non riusciremo, in tempi brevi, a dar corpo ad una seria e concreta politica identitaria, non passerà molto tempo prima che si possa realizzare, ad Aosta, a Cuneo, a Udine, a Bolzano, un Festival Italiano, dedicato alla nostra identità risultante dalla storia dei vari celtismi senza progetto.
    In passato venne molto criticata la logica della folkorizzazione della cultura ad uso e consumo dei turisti; oggi, con il celtismo, la logica sembra essere analoga: il celtismo, fattosi ballo al palchetto, funziona, è accattivante; e permeare di mitologia suoni concepiti per far ballare la gente, dà ad essi una patina di cultura che non disturba, a patto di non esagerare e di non approfondire troppo: in fondo anche Casadei sarà "troppo popolare", ma sostanzialmente... anche lui fa ballare e divertire la gente. Soprattutto non la fa pensare.
    Ballo liscio, tarantella, giga, musica e danza ci rendono uguali. In fondo siamo tutti un po' Celti, un po' valdostani, un po' friulani, un po' occitani, un po' calabresi, un po' africani e un po' niente.

  2. #2
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    La tradizione non è il passato. La tradizione ha a che vedere con il passato né più né meno di quanto ha a che vedere col presente o col futuro. Si situa al di là del tempo.
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    Che brutto articolo!
    Io non sono sicuramente un africano...
    La mia famiglia,come tutte quelle del Friuli,ha origini celtiche e germaniche,con qualcosa di romano..
    Pro aris rege!

  3. #3
    Forumista assiduo
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    INSUBRIA, next to the Ticino river
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    Predefinito SECESSIONE

    Originally posted by Lupus
    Che brutto articolo!
    con qualcosa di romano..
    con qualcosa di romanizzato a forza :

    di merdoso gene romano in Padania non è rimasto nulla,è scientificamente provato.

    Le costruzioni romane ? Tutte devastazioni del paesaggio naturale,non a caso fatte dagli inventori della fetida urbanistica (urbe era il nome che i romani davano alla loro città)

    E' rimasta solo l'oppressione culturale.http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=107938


    Poi mandami un messaggio se ricevi "Noi celti e longobardi"

    da questo indirizzo.www.azetalibri.it


 

 

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