Sul futuro delle socialdemocrazie europee

di Antonio Negri


Le socialdemocrazie europee sembrano piuttosto acciaccate. Perché? Probabilmente perché, negli ultimi trent’anni, non son riuscite a produrre un programma politico adeguato alle trasformazioni delle strutture produttive del capitalismo. È noto infatti come, a partire dalla metà degli anni ’70, le élite globali, politiche ed economiche, abbiano giocato su due terreni una medesima
battaglia: da un lato quella del superamento dell’organizzazione fordista del
lavoro allo scopo di smantellare la regolazione sociale imposta dai movimenti
operai e dalle socialdemocrazie già dagli anni ’30; d’altro lato introducendo
un modello di “limitazione della democrazia” che puntava a costruire nuovi
parametri di controllo sociale, asserviti al “libero mercato” ed all’egemonia
sociale dell’impresa. Le innovazioni tecnologiche che gravitavano attorno
all’automazione della produzione industriale e all’informatizzazione della
società sono state estremamente importanti nel qualificare il superamento del
fordismo; la finanziarizzazione massiccia dell’economia, assunta come criterio
centrale – di misura e di indirizzo – nel riassetto dello sviluppo sociale
della produzione, è stato l’elemento centrale per organizzare il duro controllo
di una società, aperta alla potenza del capitale, chiusa all’estensione della
democrazia ai lavoratori ed alle altre minoranze.
Le socialdemocrazie hanno indubbiamente percepito queste trasformazioni iniziate nella seconda metà degli anni ’70, ma ne hanno letto le conseguenze sociali e politiche con grande ritardo.. Non sono infatti riuscite a resistere all’offensiva iniziata in Inghilterra dalla Thatcher né a ri-orientarsi dinanzi alle ricadute globali del reaganismo.
Le strategie messe in atto dal neoliberalismo sono state sottovalutate, ed anche quando siano state percepite sul terreno conoscitivo, nelle grandi scuole di Londra o di Parigi da tempo legate al progetto socialdemocratico, non è scattata la scintilla di una risposta politica adeguata all’offensiva neoliberale. Per riassumere, mi sembra che:

1. le socialdemocrazie non abbiano proposto alternative a quelle modificazioni dell’organizzazione di impresa e della produzione sociale che trasformavano radicalmente la natura del lavoro.
Il lavoro smetteva di essere prevalentemente materiale e diveniva sempre più
ampiamente immateriale, cognitivo, comunicativo. Il sistema salariale classico
entrava in crisi, il precariato si avviava a divenire importante. Bisognava
assumere questa trasformazione e, da un lato, convincere le organizzazioni dei lavoratori a misurarsi con essa; dall’altro, bisognava costruire nuovi
orizzonti di regolazione del lavoro sia sul terreno sociale (investendo
incessantemente – a garanzia dei redditi da lavoro – sul welfare come unico dispositivo capace di riorganizzare il lavoro “oltre” la fabbrica) sia, propriamente, sulla trasformazione della forza lavoro (investendo senza parsimonia nella scuola, nella ricerca e nella rifondazione dei servizi). Assumiamo che la rivoluzione neoliberale tendesse a bloccare
politicamente il livello del “salario necessario”, cioè di quella misura
(storicamente determinata) del soddisfacimento di bisogni delle famiglie dei
lavoratori, necessaria sia per mantenere un alto grado di produzione, sia per
sostenere un’adeguata riproduzione della forza lavoro complessiva. La questione (per le socialdemocrazie) era dunque non solo quella di mantenere o di aumentare le quantità, ma soprattutto quella di qualificare o di trasformare politicamente la lotta sulla misura del “salario necessario”, nel quadro della trasformazione della forza lavoro. Il salario necessario era stato sottratto, dallo sviluppo capitalistico e dall’ideologia neoliberale, all’analisi dei
tempi della giornata lavorativa e sottoposto alle leggi della finanza.
Conseguenza: la lotta economica per il sovvertimento delle regole del salario
relativo si trasformava in lotta sociale e politica per il sovvertimento delle
regole della distribuzione finanziaria, del reddito e del welfare. La rivoluzione neoliberale metteva un prezzo sulla libertà e l’eguaglianza: esse costano, ci dicevano cinicamente Thatcher e Reagan, sono certo valori assoluti ma hanno anche una base economica determinata. Gli si doveva rispondere che quest’affermazione era senz’altro fondata ma che poteva essere del tutto rovesciata. In effetti, quando il lavoro diventa intellettuale, la libertà ne è un elemento imprescindibile; quando il lavoro diventa cooperativo, l’eguaglianza ne è un elemento qualificante: sicchè senza libertà e/o eguaglianza non c’è ormai più lavoro produttivo. Il lavoro diventava quindi più potente nella sua bilancia con il comando capitalista. Perché non aver costruito
una politica su questo terreno?

2. Le socialdemocrazie non hanno compreso che, nella nuova organizzazione capitalistica del lavoro e della produzione, la finanza diveniva prioritaria rispetto alla produzione diretta. Perché ciò avveniva? Perché i valori monetari e finanziari potevano ormai cominciare a circolare liberamente e ad organizzare la loro relativa autonomia in un mercato che tendeva a divenire globale. Ma ciò determinava anche effetti ambigui:
all’inizio più in linea con l’animo borghese della politica che con quello
capitalista dell’industria, poi, con conseguenze perverse. Per dirlo più
succintamente – malgrado ogni retorica contraria – la rendita diventava
prioritaria rispetto al profitto.
Questo non significa che i valori della finanza fossero solo speculativi: al
contrario, la finanza si mostra simmetrica alla produzione sociale, tanto da
rappresentarne la misura (quella misura che il valore della giornata lavorativa
non riesce più a costituire). Per governare una siffatta finanziarizzazione
(che non era una deviazione parassitaria di quote di plusvalore, ma – come si è detto – la nuova forma di accumulazione del capitale, simmetrica ai nuovi
processi di produzione sociale e cognitiva del valore), bisognava reinventare
la democrazia, costruire nuovi diritti di proprietà sociale dei beni comuni.
Ecco dunque come bisognava intervenire e dove le socialdemocrazie non sono
riuscite. Bisognava impostare una politica democratica della finanza; eliminare
la speculazione, non per ritornare nostalgicamente alle misure della produzione
industriale (e cioè a quel fantasma idiota che a destra e a sinistra chiamano
la “produzione reale”) ma a una concreta e corretta dinamica finanziaria della
produzione sociale. Molte analisi assumono oggi a loro oggetto il contesto
“bioeconomico”, cioè l’integrazione di vita, società e produzione come base materiale dell’analisi economica – ma anche, e soprattutto, come terreno specifico dell’intervento democratico di regolazione. Quando la finanza viene lasciata da sola, quando non viene regolata democraticamente, essa diventa puramente e semplicemente, ed in maniera inevitabile, una forma della rendita (cioè un fenomeno parassitario, privato, geneticamente collegato all’individualismo proprietario – da questo rivendicato con arroganza – tanto più infame quanto più la produzione diventa sociale).
Si può aggiungere a questo proposito che le privatizzazioni (così generosamente autorizzate dalle socialdemocrazie) anziché sostenere l’espansione degli investimenti hanno costruito e permesso ulteriori posizioni di rendita.

3. Le socialdemocrazie non hanno inoltre, a partire dagli anni ’70, minimamente compreso il configurarsi di un nuovo quadro geopolitico, sia sul terreno intensivo-istituzionale della crisi della sovranità nazionale, sia sul conseguente quadro politico degli equilibri internazionali. Che cosa voglio dire con questo? Per rispondere faccio un solo esempio: la questione europea. Il costruirsi lungo gli anni ’80 di una nuova dimensione geopolitica globale (definitasi conclusivamente dopo il 1989) determinava, accanto all’indebolirsi del concetto di sovranità nazionale, l’urgenza di fissare dei poli efficaci di organizzazione politica internazionale – per le socialdemocrazie europee una forte soggettivazione di tipo globale non poteva realizzarsi che attorno all’Unione Europea come istituzione politica. Credete che le socialdemocrazie l’abbiano fatto?
Assolutamente no. Hanno mantenuto, prima e dopo l’89, il concetto d’Europa
dentro la prospettiva atlantica, non hanno mai rotto, anzi hanno esaltato, nel
periodo delle guerre jugoslave, l’importanza dei nodi scorsoi con l’utilizzo
dei quali la NATO strozzava l’Europa. L’Europa dell’Est non è stata conquistata
dall’ideale e dalle istituzioni europee ma annessa dalla NATO. Tutto questo ha
avuto conseguenze disastrose. L’incapacità di una costruzione coerente di un
soggetto europeo, ha tolto alle socialdemocrazie l’ultima possibilità di
salvare il salvabile a vantaggio dei lavoratori, di mantenere i compromessi
sociali del secondo dopoguerra. Oggi, un Dany Cohn-Bendit qualsiasi, può
irridere la socialdemocrazia, agitando il feticcio Europa dal punto di vista di
un interesse interclassista privo di principi! E per fortuna che lo fa, così
almeno l’Europa potrà organizzarsi, nell’ordine globale, come una bella
Svizzera grassa ed impotente – come appunto, per un paio di secoli, è stata la
Confederazione nell’ordine europeo. Il fatto è che tutto questo, oltre che
sulla scena internazionale, non solo non basta, ma produce effetti perniciosi
all’interno dell’Europa stessa: assistiamo al pullulare immondo di piccoli
potentati locali, velleitari, identitari e populisti. Sono queste le vere basi
che sostengono oggi la politica atlantica in Europa, sono queste le forze che
svuotano ogni possibilità di reinventare una politica globale dell’Europa nel
nuovo ordine mondiale (e nella crisi dell’unilateralismo USA). A me le
socialdemocrazie sembrano responsabili di questa involuzione complessiva.

4. Oltre alla relativa crisi del
principio di sovranità, le socialdemocrazie non hanno neppure inteso la “crisi
del governo”. In genere pensano ancora che un governo nazionale, costituito da
un insieme di strutture istituzionalmente e costituzionalmente garantite, basti
per governare. Di qui il feticismo per l’unità amministrativa dell’ordinamento,
per le tradizioni costituzionali, per l’indipendenza della magistratura, solo
per parlare dei temi più importanti. Ma oggi – e le socialdemocrazie sembrano
non essersene accorte – non si governa più all’interno degli Stati-nazione, al
massimo si esercita governance. Ora,
quando sono maggioritarie, le socialdemocrazie tentano di imporre il governo e
falliscono. Quando sono minoritarie, non fanno altro che opposizione
ideologica. Ma – mi viene da aggiungere attraverso un piccolo paradosso –
essere minoritari nella governance è,
in una fase di crisi dei regimi rappresentativi, quasi meglio che essere al
governo. L’esperienza infatti ci insegna che si possono vincere le elezioni con
grandi scarti vantaggiosi e non riuscire a governare: Obama docet. Al contrario, è possibile, a forze scaltre, di
relativa potenza, aprire continuamente focolai di resistenza (a fronte di una
maggioranza), sia sul terreno sindacale sia sul terreno ecologico, sul terreno
scolastico come sul terreno sociale: ed è divertente notare come i “Verdi”
tedeschi, come quelli francesi, proprio sul terreno della governance riescano ad essere trasversalmente efficaci, sia quando
siedono al governo sia quando non vi partecipano – e ciò senza teoria né prassi
sociale solidamente costituite, semplicemente sulla base di un radicato
opportunismo. Le socialdemocrazie hanno invece inopportunamente dismesso ogni
rapporto di discussione, di alleanza e/o di “cinghia di trasmissione” con le
organizzazioni sociali della forza lavoro e della società, e, di conseguenza,
sono risultate sistematicamente incapaci di attaccare le forze di destra e di
centro per il loro legame organico con i potentati economici nazionali e
transnazionali.
Si può riconoscere che la reazione delle
socialdemocrazie alla crisi degli anni ’70-‘80 non è stata lineare né omogenea.
È soprattutto il New Labour che ha
anticipato un po’ tutti sul terreno della percezione delle trasformazioni in
corso. I partiti socialdemocratici scandinavi si sono anch’essi mossi con
coerenza sulla percezione della crisi del fordismo e sulla irreversibilità dei
tessuti sociali produttivi definiti dalla nuova organizzazione
dell’impresa, del mercato e della
finanza. Ma alla comprensione della trasformazione è seguita solo la deriva
politica. È mancata ogni fiducia nel fatto che quella realtà potesse essere
modificata. Le socialdemocrazie hanno odiato il rischio, l’idea stessa di
provarsi a costruire dell’altro, per non parlare di produrre un progetto di
trasformazione. È così che, dopo l’89, si è aperto un vero e proprio
precipizio.. La forza che ancora le socialdemocrazie riuscivano ad esprimere
come puntello al potere borghese contro la minaccia sovietica, è venuto meno,
la funzione parlamentare e sindacale della socialdemocrazia si è assottigliata
al massimo. I grandi poteri hanno distrutto le parole d’ordine di una
socialdemocrazia che non andava al di là di una proposta oscillante fra mercato
“equamente regolato”, ordine pubblico e polizia “democratici”, “moralità” della
mediazione partitica. Buone parole, al posto di qualsiasi linea politica, che
non fosse, ancora e sempre, l’assoggettamento alla NATO e a un modello
capitalistico considerato immodificabile ed insuperabile.
Questo per quanto riguarda il passato. E
per il futuro? Io non so se le socialdemocrazie avranno il tempo per svegliarsi
dal loro disilluso stupore, meglio, dal loro sonno postdogmatico. Non vorrei
essere malaugurante ma mi sembrano essere nella condizione nella quale si trovò
Gorbaciov quando tentò di scuotere l’URSS dalla glaciazione brezneviana. Con
quali mezzi, con quali idee potrebbero le socialdemocrazie affrontare oggi
positivamente la crisi attuale che a tutti sembra gravissima, e che Lula ha
definito “una crisi di civiltà”? Se (per procedere sommariamente) ci teniamo ai
quattro punti già sviluppati più sopra, verrebbe da dire:

1. le socialdemocrazie dovrebbero
impegnarsi nell’organizzazione del lavoro cognitivo, né più né meno, cioè,
nell’organizzazione del nuovo proletariato, che attorno alle condizioni
immateriali e cooperative del lavoro, produce oggi ogni eccedenza di valore.
Dovrebbero attrarre i sindacati nell’orbita delle lotte sulla nuova
produttività sociale, al di là di ogni remora corporativa, dentro e contro i
processi di precarizzazione del lavoro e di differenziazione del salario, costruendo valori comuni a tutti i lavoratori
(se c’è un’alleanza prioritaria da determinare è quella fra operai e lavoratori
cognitivi). C’è inoltre il problema di organizzare una nuova distribuzione welfarista dei redditi: una
distribuzione che deve (come tutte le vere distribuzioni fanno) operare sui
processi produttivi. Si tratta di costruire una politica di “produzione
dell’uomo per l’uomo”, vale a dire di strumenti e di finalità produttivi che
puntino sull’aumento della capacità dei cittadini di essere liberi ed eguali.

2. Le socialdemocrazie dovrebbero
costruire un nuovo controllo democratico del sistema finanziario. Non solo di
quello che si rappresenta nelle banche (che è cosa da fare finchè dura la
crisi) ma soprattutto di quello che è legato ai processi di investimento , alle
dimensioni generali del rapporto fra impresa e mercato, fra produzione diretta
e condizioni sociali della produzione. Qui non è solo un problema di garanzie
della giusta simmetria dei valori finanziari rispetto alla produzione sociale:
il compito è quello di reinventare strumenti democratici di Big Government, rendendo permanenti gli
strumenti che sono stati utilizzati nei momenti più acuti della crisi. Paul
Krugman ha più volte insistito giustamente su questo passaggio ed io credo che
sia uno dei pochi economisti che oggi, alla previsione del ciclo, sappia
aggiungere una corretta immaginazione dell’intervento politico e di exit-politics che non instaurino, con la
riproduzione del privilegio, nuovi accelerati cicli di crisi. Ma è chiaro che il problema fondamentale
resta quello della rendita: bisogna distruggerla e riappropriarne i valori alla
comunità: questa è oggi la prima condizione di ogni elementare avanzamento
democratico. È evidente che, in questo quadro, le politiche fiscali vanno
interamente ripensate e riconfigurate sulla produzione sociale, senza
evidentemente perdere le grandi conquiste democratiche legate al principio di
progressività dell’imposta, ma mirandole alla distruzione della rendita.

3. Le socialdemocrazie dovrebbero mettere
l’unità dell’Europa al centro del loro discorso politico. Senza istituzioni
europee non esiste, in questa fase di crisi dell’unilateralismo americano,
alcuna possibilità di autonomia politica. La rottura del legame atlantico è
fondamentale, sia dal punto di vista della sicurezza, dei rifornimenti
energetici ed in generale del governo dei flussi produttivi sul mercato
mondiale (per non parlare della lotta contro la povertà); sia – ed è la cosa
più importante – dal punto di vista della ricostruzione di un orizzonte politico
comune per le popolazioni europee. Non c’è prezzo che su questo terreno non
possa essere pagato. I contenuti culturali dell’umanesimo europeo e le grandi
tradizioni progressiste del movimento operaio possono essere innovate solo sul
terreno europeo.

4. E poi, e questo è il punto cruciale,
le socialdemocrazie dovrebbero essere capaci di coraggio. Non si chiede il
coraggio di Lenin né quello di Roosevelt – basterebbe quello del buonsenso. Per
proporre e per provarsi a fare quel che si è detto ai punti precedenti, non ci
vuole un grande sforzo: semplicemente ascoltare il mondo del lavoro e quello
del sapere. Poi, come una prima indicazione, credo che, dal punto di vista
della teoria costituzionale, aver coraggio potrebbe significare rinunciare ad
ogni modello di bipolarismo destra-sinistra che, nella situazione attuale, è
del tutto inappropriato; nella prospettiva della governance, penso che aver coraggio possa significare rinunciare ad
ogni modello di bipartitismo, mostrando piuttosto lealtà costituzionale alla
pluralità delle spinte sociali e politiche al rinnovamento. Si tratta di uscire
dalla political science e dalle sue
arguzie conservatrici, e di riscoprire le grandi linee della produzione di
soggettività nel mondo intellettuale e sociale del lavoro. Ragionare sulle
nuove forme ed i nuovi soggetti della lotta di classe (dal punto di vita
sociologicoù) non sarà forse inutile alle socialdemocrazie, programmare uno
scontro sul terreno sociale (dal punto di vista politico) sarà forse utile e
produttivo. Le socialdemocrazie dovrebbero ricordare che, in Italia, per
esempio, senza il luglio del ’60 non si sarebbero mai risollevate dall’aprile
del ’48.

settembre 2009

* pubblicato nel
numero 4/2009 di “Italianieuropei”,
bimestrale del
riformismo italiano diretto da Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Viva la Comune