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    Predefinito L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    di Claudio Moffa - 09/11/2009

    Fonte: 21e33.it

    Claudio Moffa intervista Renato Pallavidini

    Il professor Renato Pallavidini, sottoposto a gogna mediatica per aver osato – su domanda degli studenti - criticare in classe la politica dello stato di Israele, vince la causa contro i suoi persecutori: sconfitta l’intolleranza dentro le mura della scuola di stato, riaffermato il carattere laico dell’insegnamento. Una vittoria di grande portata, che costituisce un’inversione di tendenza rispetto alle vicende liberticide degli ultimi tre anni.
    Certo come lui stesso dice, ci potranno essere contraccolpi pericolosi. Ma intanto si può dire con tranquillità che il vittimismo eccessivo non paga, vincere si può: anche in sede giudiziaria.

    Difeso dall'avv. Roberto Preve, il prof. Renato Pallavidini ha vinto la causa contro il liceo Cavour di Torino che nel 2007 lo aveva sospeso e sanzionato con la riduzione dello stipendio e l’annullamento di uno scatto di anzianità, per aver "osato" nel gennaio 2007 criticare in classe -peraltro su domande degli studenti- la politica estera di Israele. Si tratta di una vittoria eccezionale per la libertà di insegnamento e di espressione in Italia, che costituisce una netta inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto negli ultimi anni, vedi per citare solo l'ultimo clamoroso “scandalo", il caso Caracciolo.


    Professor Pallavidini, innanzitutto come sta? Che effetto le fa la sentenza del giudice Daniela Paliaga di Torino?

    Prof. Pallavidini - Un effetto tonificante! Vorrei vedere in questo momento le facce della Preside Zanini e dell'Ispettore Favro, che tanta pena si sono dati per cercare di distruggermi professionalmente, e di ottemperare alle rimostranze dei genitori di due mie studentesse che avevano sollevato il caso: la signora Loewenthal, de la Stampa, e la signora Masia. Ma al di là di questo mio risentimento, spero comprensibile a tutti per quanto sono stato costretto a subire in questi 3 anni, sono contento: verranno abolite tutte le sanzioni ingiustamente inflittemi dall’autorità scolastica. L’unico cruccio come cittadino è che a pagare il risarcimento delle spese legali sarà lo Stato: soldi, sia pure pochi, buttati via in tempi di crisi economica.

    Cosa dice esattamente la sentenza?

    Prof. Pallavidini – Conosco solo il dispositivo. So che sono stati revocati i 14 giorni di sospensione a suo tempo inflittimi, effetti economici compresi (la riduzione dello stipendio, ndr), che è stato revocata l’abolizione dello scatto d’anzianità già toltomi in base al provvedimento disciplinare, e inoltre, come ho già detto, che avrò il risarcimento delle spese legali. Vittoria totale. L’Inquisizione è stata sconfitta …

    Inquisizione … In effetti la sua vicenda è stata per molti versi allucinante. Lei, intellettuale stimato e autore di numerosi libri di filosofia- uno dei quali con la prefazione di Remo Bodei: sicuramente un motivo di possibile invidia in certo mondo scolastico venne addirittura sottoposto a perizia psichiatrica. Veramente pazzesco! Che ricordo ha di quella esperienza? E chiederebbe lei adesso una perizia psichiatrica per i suoi nemici che volevano annientarla professionalmente?

    Prof. Pallavidini - E' stata un'esperienza squallida! Psichiatri della mutua che s'inventavano domande assurde, come quelle relative alle relazioni sessuali fra mio padre e mia madre buonanima, per poi chiedermi cosa ne pensavo del Partito Democratico! Roba da Gulag! Ne ho sofferto: ma in tutta sincerità voglio dire che non farei fare la stessa esperienza né alla signora Zanini né al signor Favro, per me la vicenda è chiusa, punto e basta. Si volta pagina.

    Lei è stato linciato mediaticamemte, come altri docenti - il sottoscritto a Teramo, il prof. Valvo e per ultimo il prof. Caracciolo da una campagna di stampa indecente e che spesso travisava i fatti, li isolava per una migliore demonizzazione, e soprattutto invitava l'autorità scolastica o universitaria a procedere nei confronti della vittima di turno. Secondo Lei tutto questo, in un paese normale, si sarebbe potuto evitare? Come legge l'origine vera di quanto le è accaduto?

    Prof. Pallavidini - Ho sin dall'inizio avuto la netta impressione (e la relazione Favro da Lei smontata pezzo per pezzo sul suo sito nel febbraio 2007 lo dimostra! - ndr: :::Claudio Moffa:: di una manovra strumentale per liquidare un professore scomodo e preparare la strada alla legge antirevisionista, di cui si parlava in quei mesi e si parla tuttora. La CGIL scuola era ed è chiaramente infastidita dall’attività docente del sottoscritto, che continua orgogliosamente a muoversi secondo canoni pedagogici gentiliani, ignorando la loro riforma. Poi ci sono gli ambienti sionisti che, al solito, ne cercano uno per “educarne” 100 e far passare la legge liberticida contro i revisionisti: vedi le esternazioni del deputato PD Fiano a favore dell’abolizione dell’articolo 21 della Costituzione.

    Quello che dice è emblematico della degenerazione filosionista di ormai quasi tutta la sinistra. Ma la sua vicenda, con la conclusione odierna, dimostra anche che il nostro paese, per nostra fortuna, non è la Francia o la Germania, dove chi osa solo pensare e scrivere cose diverse dalla lettura ufficiale della II guerra mondiale, finisce addirittura condannato in sede giudiziaria e persino incarcerato. A cosa attribuisce questa parziale anomalia italiana, più alla destra, più alla sinistra, o pensa che in entrambe gli schieramenti ci siano persone disoneste e servili da una parte, e oneste e dotate di coraggio civile dall'altra?

    Prof. Pallavidini - Persone servili sono presenti certamente ovunque, soprattutto nelle ex ali estreme che hanno il problema di rifarsi la cartà d'identità: non faccio nomi, ma penso alla guerra di Jugoslavia, o a quel sindaco di estrema destra che è diventato improvvisamente filo sionista e chiede vigliaccamente la testa dei cosiddetti “negazionisti” senza sapere nulla di quel che è successo. Tuttavia credo che a destra ci sia una maggiore complessità di schieramento che blocca certe manovre liberticide, a livello di magistratura come di scuola. Io non sono mai stato simpatizzante di Berlusconi, ma devo ammettere che sarebbe ora di rivederne il ruolo politico assunto in questi anni. Penso che, minimo, senza di lui la scuola sarebbe diventata una catena di montaggio berlingueriana asfissiante.
    Certamente un governo Prodi una bella legge sul revisionismo ce l'avrebbe già regalata!

    Io dubito di quest’ultima affermazione, qualche debole resistenza c’è anche a sinistra, ma di questo se ne può discutere una prossima volta. Un’ultima domanda: cosa augura a quanti hanno subito come lei delle vessazioni e delle censure a causa delle loro posizioni critiche, sempre argomentate, su problemi storiografici come la vicenda dei lager nazisti, o come l'annoso conflitto israelo-palestinese?

    Prof. Pallavidini - Esprimo loro tutta la mia solidarietà, spero che ne escano bene come me e siano lasciati in pace. Spero anche che la Giudice che ha avuto il coraggio civile di darmi ragione con la sentenza di oggi non sia presa di mira dalla stampa!


    http://www.ariannaeditrice.it/artico...articolo=28831
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    VITTORIA DI PALLAVIDINI

    novembre 9th, 2009

    PALLAVIDINI E I MASS MEDIA: DAL LINCIAGGIO DEL 2007 ALL’ASSORDANTE SILENZIO DEL 2009.
    di Claudio Moffa

    Nel gennaio 2007 il caso Pallavidini rimbalzò da Torino su tutti i media nazionali: il professore torinese venne linciato e l’autorità amministrativa scolastica si mosse al seguito dello strapotere dei media, ormai quasi diventati il primo potere della nostra poco democratica Repubblica. L’ispettore ministeriale tallonò il docente e appena due giorni dopo lo “scandalo” – l’aver il docente criticato, in risposta a una domanda di una studentessa, l’uso politico della Giornata della Memoria da parte di Israele – lo sottopose a interrogatorio, primo passo del calvario che lo avrebbe portato alla perizia psichiatrica e poi al sanzionamento da parte del MIUR di Fioroni. Eppure la risposta di Pallavidini alla sua allieva era argomento non diverso da quelli de L’Industria dell’Olocausto di Norman Finkelstein, il figlio di deportati ad Auschwitz odiato dai suoi correlegionari per aver scritto il vero, esattamente come Ariel Toaff; né diverso da quanto detto qualche anno fa, sul Jerusalem Post, dalla giornalista israeliana Amira Hass.
    Furono in effetti i mass media a decidere della sorte di Pallavidini, tanto che nella sua relazione l’ispettore addusse come “prove” gli articoli “della Stampa” (sic, con la maiuscola). Furono i mass media a processarlo al posto dei Giudici: come i parlamentari di Tangentopoli, e come in tutti gli altri casi di ordinario totalitarismo scolastico e universitario. Il caso Faurisson a Teramo, dove quel che accadde il 18 marzo 2007 e dopo, fu la velenosa conseguenza degli attacchi furibondi, falsi e diffamatori de L’Unità; il caso Valvo, 5 mesi e passa di sospensione per aver fatto l’insegnante di via Ripetta qualche battuta sui viaggi ad Auschwitz – uno spreco di denaro pubblico, come raccontato recentemente in una cronaca da Cremona – ma non in aula bensì nel Consiglio di classe; il caso Caracciolo esploso a freddo – senza cioè alcuna nuova notizia che desse una vera giustificazione al lancio mediatico a fine settembre scorso grazie a Repubblica; il caso Valvo bis, con un velenosissimo trafiletto ancora del quotidiano di Mauro in cui si ricordava – di nuovo assolutamente a freddo, come nel quadro di una strategia preordinata – che il docente aveva avuto più di cinque mesi di sospensione.
    Prima i mass media dispongono, e poi l’ “autorità” impone la “sua” legge: vedi Alemanno, che uno ormai si chiede se sia lui il sindaco – quando non avendo alcun potere e autorità per intervenire, pretende di cacciare il “negazionista” di turno dalla scuola o dall’Ateneo e non qualcun altro di cui egli è solo il portavoce.
    Un silenzio che paradossalmente mette in luce l’importanza della notizia
    Ora però, improvvisamente, i giornali tacciono. Pallavidini ha vinto la causa – abolizione della sanzione, restituzione dello stipendio tolto, riconferimento dello scatto di anzianità già toltogli, e risarcimento delle spese legali ma la notizia è stata ripresa solo dalla Repubblica, e nella pagina della cronaca locale. E attenzione, in una pagina web graficamente confusa quasi se ne volesse nascondere sia l’autrice (il cui nome è al maschile sul sito), sia persino il giornale che lo ospita: infatti almeno fino a ieri l’articolo non era leggibile tramite normale cliccaggio del titolo del richiamo sulla prima schermata, ma in una colonna a destra, senza titolo tranne un generico “link correlati”: link con che cosa, con qualche altro sito? Chiunque non sia un lettore torinese de La Repubblica, con la possibilità di verificare il cartaceo, potrebbe porsi la domanda.
    L’assordante silenzio dei mass media sul “caso Pallavidini alla rovescia” è peraltro indice che la notizia della sentenza del giudice Daniela Paliaga – esperta di mobbing, a leggere altre sue sentenze sulla rete – è molto importante. E’ importante, perché – a parte la più antica e specifica vicenda Damiani – quello di Pallavidini è stato il primo caso della serie liberticida nel mondo dell’insegnamento, che sarebbe proseguita con Faurisson-Teramo, con Valvo, le insegnanti di Verona, la maestra di Livorno e oggi con Caracciolo: casi differenti ma tutti sollevati senza alcun distinguo sempre dal medesimo “furore totalitario” che, in diverse salse e con diversi contenuti (non c’è solo la annosa questione Israele), pretende di imporre una verità di stato su argomenti storici perciostesso sempre discutibili: che si tratti della prima o della seconda guerra mondiale, della religione cristiana o di quella musulmana o ebraica.
    Pallavidini fu il primo ad essere colpito, e il suo caso a dar vita al primo procedimento giudiziario. Il suo è il primo procedimento giudiziario a ben concludersi, sia pure solo in primo grado. Comunque un passo in avanti notevole, una inversione di tendenza rispetto al clima di paura che l’Inquisizione del III millennio (di Inquisizione parlò anche Sergio Romano, l’autore contestato di una Lettera a un amico ebreo di una decina di anni fa, in un articolo sul Corriere) incute persino nel mondo dei bloggers e delle ali estreme dello schieramento politico, dove prevale spesso l’autocensura e il vittimismo perdente.
    Le reazioni prevedibili
    Tutto questo non vuol dire affatto che la vicenda sia conclusa: la partita è grossa, e perciò ecco le possibili reazioni alla sentenza Paliaga.
    1) Innanzitutto la risposta mediatica alla diffusione della notizia: come da alcuni commenti anonimi su Come Don Chisciotte che ha ospitato la mia intervista a Pallavidini, si sottolineeranno sicuramente le posizioni, le frasi, le battute più o meno fasciste di Pallavidini e dunque il terribile possibile connubio rossobruno. E’ un déjà vu a fini di disorientamento del lettore, che gira da quasi vent’anni. Guerra contro la Jugoslavia, Milosevic è come Hitler e dunque chi lo difende è un rossobruno o un nazista. Guerra contro l’Iraq, anche Saddam Hussein è come Hitler, e nei cortei e negli appelli pro iracheni ci sono alcuni “antifascisti” che danno la caccia ai giovani di destra unitisi alle manifestazioni: per loro non è importante fermare la guerra – viene anzi il dubbio che siano a favore – era forse più importante che attraverso la denuncia di quella contaminazione, si diffamasse e si delegittimasse la solidarietà con l’Iraq. Ancora: appello pro Jurgen Graf del 1995 promosso dal sottoscritto, con firme di storici e docenti liberali (Di Nolfo), di destra (Cardini) e di sinistra ed ecco che il linciaggio liberticida di un quotidiano “comunista” parla appunto di “rosso bruni”.
    Insomma, il gioco è evidente: si “lavora” sulla dialettica fascismoantifascismo, per cominciare a delegittimare la giusta lotta in difesa o della pace o della libertà di parola, di opinione e di insegnamento. Peccato però che questa dialettica ha poco senso oggi: la lotta contro il razzismo, per la pace, per la democrazia e per tutti i valori iscritti nella nostra Costituzione – fermo restando che storicamente parlando anche nella Resistenza c’erano Poteri forti, eccome: Cefis non era Mattei – passa per il confronto con ben altri Poteri, quelli di cui al dibattito diffuso non solo in rete, su massonerie, circoli e club di potenti, sionismo, P2, dirigismo europeo.
    E attenzione, si noti la tecnica su internet: la tecnica in rete è quella delle piccole gocce per tentare di scatenare poi il fiume della diffamazione o arginare il possibile consenso. Il piccolo insulto, la battutina velenosa di mezza riga: così sono la maggior parte dei falsi dibattiti su internet. Falsi perché questi dibattiti, anonimi, sono condotti o da una stessa persona con più nicknames, o da gruppi di bloggers che si sentono “eletti” alla grande battaglia contro il fascismo e il nazismo. Falsi perché una battuta non è un argomento, è solo un momento tattico di una diffamazione e di un attacco già pianificati a tavolino: si pensi alla polemica contro la CGIL fatta da Pallavidini, o al suo accenno critico alla riforma scolastica, o al suo richiamo a Gentili: sono tutte questioni che stanno anche dentro il DNA della sinistra critica. Di Gentile in termini positivi ne parlarono parecchi docenti di sinistra una decina di anni fa per denunciare la falsa autonomia universitaria della riforma Berlinguer (un discorso analogo vale per le scuole con l’autoritarismo e l’invasività crescente del direttore d’Istituto e dell’organo collegiale, sul docente in quanto singolo trasmettitore di sapere). La critica alla CGIL è stata pane quotidiano della sinistra non solo estrema, almeno fin dall’autunno caldo.
    2) Seconda reazione prevedibile: si cercheranno in tutti i modi rivalse su altri terreni e in altri casi: si monteranno altri scandali mediatici, si devierà l’attenzione su altri problemi collaterali (trasformare hic et nunc il caso Pallavidini in un dibattito per altro utile e necessario su internet?)
    3) Si lavorerà sul piano giudiziario, fin da subito, e in due modi: il primo, cercando di far pressioni sulla coraggiosa magistrata Daniela Paliaga. Proprio Repubblica ha accennato in modo indiretto alla questione, ricordando che della sentenza si conosce solo il dispositivo e che bisognerà vedere se nelle motivazioni la Giudice argomenterà solo in termini procedurali o anche nel merito. Come dire: “speriamo” che la causa sia stata vinta da Pallavidini solo per vizi procedurali, che indubbiamente ci sono stati (qualche riferimento nei documenti sul sito 21e33), non per questioni di merito.
    Ma attenzione, innanzitutto c’è merito e merito: per chi scrive non è giusto che un giudice entri nel merito del dibattito storiografico o politologico – come nella sentenza del giudice inglese contro Irving – dicendo cosa è vero e cosa non è vero storicamente. È auspicabile invece che la Giudice – come in suo potere, ove ne riscontri gli elementi – entri nel merito del diritto alla libertà di opinione e insegnamento violate nei confronti di Pallavidini. Ma non c’è dubbio che, dati i tempi, persino una vittoria per meri vizi procedurali resterebbe tale. Il pericolo maggiore viene invece dal possibile ricorso in appello dell’autorità scolastica provinciale e regionale. Ma qui la palla passa al governo di centrodestra e ai suoi equilibri politici, visto che il resistente è il MIUR e le sue articolazioni. Un problema tutto aperto, su cui converrebbe non far calare l’attenzione dell’ “opinione pubblica”, ma anzi rispondere colpo su colpo alla contropropaganda che già sta girando in rete.
    Qualche tempo fa il Presidente del Consiglio Berlusconi fece una battuta sui “cittadini normali” che non hanno le spalle forti per resistere alle malefatte di certa Giustizia italiana. Più che le spalle, Presidente, non hanno i soldi per affrontare cause comunque dispendiose per i magri stipendi dei docenti. Nel caso in oggetto, il professor Pallavidini meriterebbe di chiudere qui la partita, senza ulteriori strascichi giudiziari: e non solo per gli appena detti banali motivi di vita quotidiana, ma anche per una questione di contenuto importante che ha come protagonista proprio l’attività legislativa politica del centrodestra.
    Un ricorso in appello da parte dell’Autorità amministrativa contro il prof. Pallavidini – “reo” di aver espresso una sua libera opinione, peraltro in risposta a una domanda di una sua studentessa – contrasterebbe infatti almeno due delle battaglie del centrodestra in questi ultimi anni, apparentemente contraddittorie e invece perfettamente coerenti: la prima è l’impegno a depenalizzare i reati di opinione, come nel caso della legge 85 del 2006 che ha ridimensionato la stessa legge Mancino; la seconda è quella contro gli “eccessi” dei mass media, mascherati da “libertà di stampa” e di “opinione” e che invece risultano essere quasi sempre diffamazioni a mezzo stampa. Il caso Pallavidini rientra perfettamente, in modo rovesciato, in questo doppio binario: hanno cercato di tappargli la bocca addebitandogli di fatto un inesistente reato di opinione, mentre una campagna di stampa isterica e a briglie sciolte lo diffamava pesantemente creando il clima che lo avrebbe condotto all’insulto abominevole della perizia psichiatrica. Accanirsi contro di lui – autore peraltro di diversi libri, fra cui uno prefatto da Remo Bodei – significherebbe smentire l’operato del governo in tutti e due i sopraddetti campi di battaglia, e abbandonare un “cittadino normale” – con i suoi 3600 volumi nella biblioteca di casa: non è questo un segnale da insegnante modello? nelle fauci degli stessi o consimili Poteri forti che l’alleanza di centrodestra dice di voler contrastare a beneficio non dei soliti pochi, ma di tutto il popolo italiano.
    Claudio Moffa – 9 novembre 2009
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    IL MITO DELL’OLOCAUSTO
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  3. #3
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    Questa persona ha passato un calvario e alla fine ne è uscito. La cosa non è pari a zero, la sofferenza la ha patita, la perizia psichiatrica la ha subita, le sanzioni le ha subite, il dubbio sulla sentenza, durante la durata del processo, lo ha avuto. Non credo che la notizia della buona conclusione del processo possa incoraggiare altre persone ad esprimere le proprie opinioni sull'uso politico della giornata della memoria e argomenti simili, perchè il messaggio è comunque che chi le esprime magari alla fine la spunta, ma il calvario lo passa
    Far ragionare un idiota non è impossibile, è inutile

  4. #4
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    È doverosa la sua pubblicazione, visto l'uso demonizzatorio e diffamatorio, fatto a suo tempo, dell'accusa infondata.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #5
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    i servi sono dappertutto...
    e i padroni sono sempre gli stessi; chiese, capitale, partiti politici.....
    nessuno può salvarci dai soprusi dei lecchini... se non giudici indipendenti e onesti.... come in questo caso.
    Ultima modifica di PUPO; 10-11-09 alle 13:06
    [B]per mantenere in pace un mondo caratterizzato da ingiuste concentrazioni di ricchezza ed enormi sacche di povertà è necessario trasformare i poveri in zombie con la propaganda e le religioni[/B]

  6. #6
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    La religione dell’olocausto? Nasce con la Bibbia
    di Gilad Atzmon* - 07/03/2007

    Fonte:

    Pubblichiamo ampi stralci del fondamentale saggio di Gilad Atzmon*, «Purim special - from Esther to AIPAC», apparso su Counterpunch il 3-4 marzo 2007. Atzmon, israeliano di nascita dove ha combattuto militarmente per Israele, ha scelto oggi di vivere a Londra, da europeo e non da ebreo. E’ un noto sassofonista jazz. Il suo ultimo CD, «Exile», che riecheggia i motivi polemici di questo suo scritto, è stato definito dalla BBC il miglior disco jazz dell’anno.

    L’ebraicità è un concetto assai vasto.
    Si riferisce a una cultura con molte facce, tanti gruppi distinti, diverse credenze, campi politici opposti, etnie differenti.
    Ma questa gente così diversa si identifica come «ebreo», e ciò sorprende. […]
    Cercherò di identificare il legame collettivo, intellettuale, spirituale e mitico, che rende l’ebraicità una identità così potente.
    […] La ebraicità si autodetermina come razziale, ma il popolo ebraico non forma un gruppo etnico omogeneo.
    Alcuni la intendono come la continuazione del giudaismo, inteso come religione. […]
    Ma molti sono atei, e anche oppositori del giudaismo e di ogni fede, e tuttavia mantengono l’identità ebraica, anzi ne sono estremamente orgogliosi.
    Che cosa costituisce l’ebraicità?
    E’ una forma di religione, un’ideologia o uno «stato della mente»?
    E se la giudaità è una religione, bisogna chiedersi: in che cosa credono i suoi seguaci?
    In che cosa si differenzia dal cristianesimo, dall’Islam e dal giudaismo?
    Se l’ebraismo è un’ideologia, allora c’è da chiedersi: per che cosa si batte quest’ideologia?
    E’ monolitica? Promuove un nuovo ordine mondiale? Reca un messaggio universale per l’umanità intera, o è una manifestazione di precetti tribali?
    Se poi l’ebraicità è uno stato mentale, bisogna chiedersi se è una mentalità razionale o irrazionale.
    E se sta nel rango delle cose inesprimibili, o si può esprimere.
    Io suggerisco di considerare la remota possibilità che l’ebraismo sia uno strano ibrido, di religione, di ideologia e di mentalità insieme.

    La religione olocaustica
    Yeshayahu Leibowitz, il filosofo che era anche un ebreo osservante, disse una volta ad Uri Avneri (figura storica del pacifismo israeliano, ndr): «La religione ebraica è morta due secoli fa. Oggi nulla unisce gli ebrei nel mondo, a parte l’olocausto».
    Il filosofo Leibowitz , nato in Germania, è stato il primo a vedere che l’olocausto è diventato la religione degli ebrei.
    L’olocausto è ben più che una narrazione storica, contiene anzi molti elementi di una religione.
    Ha i suoi grandi sacerdoti (Elie Wiesel, Simon Wiesenthal, ecc.), i suoi profeti (Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e tutti quelli che «profetizzano» l’imminente giudeocidio da parte dell’Iran). Ha i suoi comandamenti e dogmi («Mai più», «Sei milioni» e così via).
    Ha i suoi rituali (Giorno della Memoria, pellegrinaggi ad Auschwitz).
    Ha i suoi santuari e templi, Yad Vashem, il museo dell’olocausto e oggi l’ONU.
    Come non bastasse, la religione dell’olocausto è mantenuta viva da una potente rete economica e da infrastrutture finanziare globali («l’industria dell’olocausto» di cui parla Norman Finkelstein).
    Fatto altamente significativo, è tanto coerente da imporre l’identità del nuovo «anticristo» (i «negazionisti»), e tanto potente da perseguirli per legge (norme contro il negazionismo).
    I dotti obietteranno che l’olocausto non è una religione perché non contempla l’esistenza di un Dio da adorare e da amare.
    Io mi permetto di obiettare: l’olocausto è precisamente la religione che incorpora la visione del mondo laico e progressista d’oggi.
    Ha trasformato l’amore di sé in una convinzione dogmatica, in cui il fedele osservante adora sé stesso.
    In questa religione, gli ebrei adorano «l’Ebreo».
    E’ l’adorazione esclusiva dell’ego mio, in quanto soggetto di sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. […]
    Marc Ellis, il teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia dell’olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità e normalizzazione».
    Tale religione pone l’Ebreo nel ruolo centrale dentro il suo proprio universo ego-centrico.
    Il «sofferente» e l’«innocente» marcia verso il «riscatto» e la sua «liberazione».

    E’ ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
    Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo dio degli ebrei, tutto si gioca sull’ebreo che riscatta sé stesso. […]
    Nello stesso tempo, l’olocausto funziona come interfaccia ideologica.
    Fornisce al seguace un logos, un discorso.
    A livello cosciente fornisce una visione del passato e del presente che sembra storica e fattuale, ma non si ferma qui: definisce anche la lotta futura.
    Dà la visione del futuro ebraico.
    Contemporaneamente, nell’inconscio, riempie il soggetto ebraico dell’angoscia più definitiva: la paura della distruzione dell’Io.
    Un’ottima ricetta per una religione vincente. […]
    E’ interessante notare che la religione dell’olocausto si estende molto al di là della comunità ebraica.
    Essa è missionaria; eleva santuari in terre lontane.
    Anzi vediamo che questa religione emergente sta già diventando il nuovo ordine mondiale: è l’olocausto che oggi viene usato come alibi per incenerire l’Iran con bombe atomiche.
    Chiaramente l’olocausto serve al discorso politico israeliano , ma fa appello anche ai goym, specie a quelli che sono impegnati a massacrare spietatamente «nel nome della libertà».
    Siamo tutti soggetti a questa religione: solo che alcuni sono i suoi credenti, gli altri semplicemente soggetti al suo potere.
    I negatori dell’olocausto sono soggetti alla persecuzione da parte dei gran sacerdoti della religione. La religione dell’olocausto costituisce oggi «il Reale» per l’Occidente.
    Non siamo autorizzati a toccarlo, a guardarci dentro.
    Proprio come gli israeliti, che sono obbligati ad adorare il loro YHWH, ma non autorizzati a porgli domande. […]

    Io sostengo che la religione dell’olocausto esisteva già molto tempo prima delle «soluzione finale» (1942), ben prima della Kristalnacht (1938), prima delle leggi razziali di Norimberga (1936) e ben prima che l’American Jewish Congress dichiarasse una guerra economica contro la Germania nazista (1933); anzi, prima che Hitler fosse nato (1889).
    La religione dell’olocausto è antica quanto gli ebrei.
    In un articolo recente ho parlato del «Disordine da Stress Pre-traumatico» come tipica sindrome ebraica.
    In questo stato clinico, lo stress è il risultato di un evento fantasmatico-immaginario che può avvenire nel futuro, che non è mai avvenuto.
    Al contrario del «Disordine da Stress Post-traumatico», che è una reazione ad un evento traumatico che ha avuto luogo nel passato [è il PSTD, che colpisce i soldati traumatizzati dalla guerra] nello «Stress Pre-Traumatico» lo stress deriva da un evento potenziale «immaginario».
    Qui, la fantasia di un terrore futuro dà forma alla realtà presente.
    La dialettica della paura domina l’esistenza e la mente ebraica molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
    Questa paura è sfruttata politicamente dai capi ebraici fin dai giorni dell’emancipazione; ma è molto più antica della storia ebraica moderna.
    Di fatto, è l’eredità del Tanach (la Bibbia ebraica) che ha posto gli ebrei nello stato pre-traumatico. E’ la Bibbia ebraica che ha posto la vita ebraica nel binario dell’innocenza-sofferenza e della persecuzione-riscatto.
    Più specificamente, la paura del giudeocidio è intessuta nello spirito, nella cultura e nella letteratura ebraiche.
    In questo senso, io affermo che è la religione dell’olocausto che ha trasformato gli antichi israeliti in ebrei.

    Sono sempre più numerosi gli studiosi biblici che mettono in discussione la storicità della Bibbia.
    Niels Lechme, nel suo saggio «I Cananei e la loro terra», dice che la Bibbia è stata per la maggior parte «scritta dopo l’esilio babilonese (circa 300 avanti Cristo) e che questi testi rielaborano, e in gran parte inventano, la precedente storia israelita in modo da riflettere e legittimare le esperienze di coloro che sono tornati dall’esilio babilonese».
    In altri termini, essendo scritta da profughi tornati a casa, la Bibbia incorpora una dura ideologia dell’esilio in una narrativa storica.
    Analogamente all’ideologia sionista primitiva che considerava l’assimilazione come una minaccia mortale (1), «le comunità raccolte sotto il comando dei sacerdoti di YHVH (al tempo dell’esilio babilonese) vedevano l’assimilazione come un’apostasia; non solo come una morte sociale per se stessi in quanto giudei, ma come un tentato deicidio. Essi decisero di persistere in un impegno assoluto ed esclusivo a YHVH, sicuri che Egli li avrebbe fatti tornare alla terra da cui erano stati cacciati. La prescritta purezza di sangue fu il mezzo di salvaguardare i confini della nazione, il divieto dei matrimoni misti il mezzo per mantenerla. I sacerdoti crearono anche una serie di precetti esclusivizzanti che separavano il popolo dai suoi vicini: oltre ad un surrogato del culto del Tempio, anche un calendario religioso distinto, che li rendeva capaci di vivere ritualmente in un ritmo temporale diverso dai gruppi umani con cui condividevano lo spazio. Questo serviva a mantenere la differenza, senza impedire loro di commerciare, e dunque di arricchire, tra i babilonesi».
    Ecco perché l’ebraicità fiorisce in esilio, ma perde la sua forza quando diventa un fatto domestico. Essendo incentrata su un’ideologia di sopravvivenza collettiva da emigrati, l’ebraicità è al suo meglio nell’esilio; ma allo stesso tempo, ciò che mantiene l’identità collettiva ebraica è la paura. Come nell’odierna religione dell’olocausto, l’ebraicità impianta la paura del giudeocidio al centro della psiche ebraica, e offre i mezzi spirituali, ideologici e pratici per convivere con questa paura.

    Il Libro di Ester
    Il Libro di Ester è la storia biblica alla base della festa di Purim, probabilmente la celebrazione ebraica più gioiosa.
    Il libro narra la storia di un tentato giudeocidio e di come gli ebrei riuscirono a cambiare il loro fato. Gli ebrei riescono, nel libro, non solo a salvarsi, ma anche a vendicarsi.
    La storia ha luogo nel terzo anno di regno di Assuero, che è identificato di solito con il re persiano Serse.
    E’ una storia di palazzo, di complotti e di una bella regina ebrea, Ester, che sventa il giudeocidio all’ultimo istante.
    Nel racconto, re Assuero ripudia la sua sposa Vashti, perché essa ha rifiutato di «visitarlo» durante una festa.
    Tra le candidate ad essere la nuova moglie di Assuero c’è Ester.
    Nel frattempo, il primo ministro di Assuero, Haman, complotta per ottenere dal re un editto che ordini di ammazzare tutti gli ebrei, senza sospettare che Ester è ebrea.
    Ester, con suo cugino Mordechai, salva il popolo.
    A rischio della vita, la donna avverte Assuero del complotto omicida di Haman.
    Haman e i suoi figli vengono impiccati sulla forca alta cinquanta cubiti che Haman aveva preparato per il cugino Mordechai.
    Mordechai prende il posto di Haman, diventa lui primo ministro.
    Poiché Assuero non può annullare il suo proprio decreto che sanziona lo sterminio degli ebrei, il re emana un altro editto che consente agli ebrei di prendere le armi per uccidere i loro nemici, ciò che essi fanno.
    La morale della storia è chiara: per sopravvivere, gli ebrei devono infiltrarsi nei corridoi del potere. Quando si ha nella testa Ester e Purim, il concetto di «lobby ebraica» e l’AIPAC (American-Israeli Political Committee) appaiono come radicati in una profonda ideologia biblica e culturale.

    Ma questo racconto, ancorchè presentato come fatto storico, è contestato dagli studiosi biblici. La mancanza di riscontri nella storia persiana, quale è conosciuta dalle fonti classiche, ha indotto gli studiosi a concludere che essa è per lo più, o anche totalmente, inventata.
    Ossia: la morale è chiara, ma il tentato genocidio è finto.
    Il Libro di Ester mette i suoi seguaci nello stato di «Stress Pre-Traumatico»: trasforma una fantasia di distruzione in una ideologia di sopravvivenza.
    E’ l’allegoria degli ebrei perfettamente «assimilati» che scoprono di essere vittime di «antisemitismo», ma sono in posizione buona per salvare se stessi e i loro connazionali giudei.
    Si noti: il Libro di Ester nella versione ebraica è uno dei soli due libri biblici dove non si fa menzione di Dio (l’altro è il Cantico dei Cantici).
    Nel Libro di Ester sono gli ebrei che credono in se stessi, nel loro potere, nella loro unicità, nella loro astuzia, nella loro abilità nel complotto, nella loro capacità di soverchiare interi regni e salvare se stessi.
    In un articolo intitolato: «La lezione di Purim: fare lobby contro il genocidio, allora ed oggi», Rafael Medoff scrive: «La festa di Purim celebra gli sforzi di ebrei influenti nel Campidoglio dell’antica Persia per sventare il genocidio del popolo ebraico… Ciò che non è a tutti noto è che un uguale lavoro di lobby ebbe luogo nei tempi moderni, a Washington, nel culmine dell’olocausto».
    Medoff lumeggia le analogie tra l’azione di lobby di Ester in Persia e i suoi moderni correligionari nel governo di Franklin Delano Roosevelt al culmine della seconda guerra mondiale.
    «La Ester degli anni ’40 a Washington fu Henry Morgenthau jr., un ricco ebreo di origine tedesca, assimilato al punto da voler essere considerato ’un americano al cento per cento’. Grazie al fatto che non mise in rilievo la sua ebraicità, divenne amico, consigliere e poi ministro del Tesoro di Roosevelt».
    Medoff identifica anche un Mordechai moderno: «Un giovane sionista di Gerusalemme, Peter Bergson (vero nome Hillel Kook) che organizzò una serie di campagne di protesta per trascinare gli Stati Uniti a salvare gli ebrei da Hitler. Le inserzioni suo giornali e le manifestazioni di piazza del gruppo di Bergson resero l’opinione pubblica consapevole dell’olocausto, specie quando riuscì a portare 400 rabbini a marciare davanti alla Casa Bianca la vigilia di Yom Kippur 1943».

    L’assimilato Morgenthau, come Ester l’assimilata, e l’osservante uniscono le forze con chiari ed esclusivi interessi giudeo-centrici in mente.
    «Le pressioni di Mordechai convinsero Ester a parlare al re», scrive Medoff: «Le pressioni di Bergson convinsero Morgenthau ad andare dal presidente con un rovente rapporto di 18 pagine intitolato ’Rapporto al Ministro sull’inazione di questo governo riguardo allo sterminio degli ebrei’».
    E «come il lobbying di Ester ebbe successo, anche l’azione di lobby di Morgenthau ebbe fortuna. Una risoluzione del Congresso, scritta da Bergson, che chiedeva un’azione di soccorso da parte degli USA, fu approvata dalla Commissione Esteri del Senato. Il che rese possibile a Morgenthau di dire a Roosevelt: ’Deve attivarsi molto rapidamente, altrimenti lo farà il Congresso’».
    Mancavano dieci mesi alle elezioni: l’ultima cosa che Roosevelt voleva era un pubblico scandalo sulla questione dei rifugiati.
    In pochi giorni il presidente fece quel che il Congresso chiedeva, creando con decreto il War Refugee Board, agenzia di «Stato americana per salvare gli ebrei da Hitler». […]
    Su ciò che gli ebrei devono fare per salvare il loro popolo, gli ebrei hanno idee diverse.
    I neocon credono che sia bene trascinare l’America e l’Occidente in una guerra senza fine contro l’Islam.
    Emmanuel Levinas invece crede che gli ebrei devono porsi all’avanguardia della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia…
    [In ogni caso] è un atteggiamento pericoloso.
    Lo è specialmente quando l’American Jewish Congress si impegna in una vastissima operazione di lobby per la guerra contro l’Iran.
    Quando si analizza l’opera e l’influenza della lobby ebraica, AIPAC e altri gruppi di pressione, sulla politica americana, bisogna tenere in mente il Libro di Ester.
    L’AIPAC non è una lobby fra le altre: è il moderno Mordechai, in linea con l’ideologia biblica.
    Ma i Mordechai almeno si identificano facilmente; sono le Ester, quelli che lavorano per Israele dietro le quinte, che è più difficile identificare…
    Ahmadinejad è l’attuale figura di Haman-Hitler.
    L’AIPAC è Mordechai.
    Bush è ovviamente Assuero.
    Ma Ester può essere chiunque, dall’ultimo neocon a Cheney e oltre.

    L’olocausto è dunque l’essenza del disordine pre-traumatico collettivo ebraico, ed esso è molto anteriore alla Shoah.
    Essere ebreo è infatti guardare «l’altro» come un nemico, non un fratello.
    Essere ebreo significa essere costantemente in allarme.
    Essere ebreo significa introiettare il Libro di Ester: dunque, significa puntare agli snodi più decisivi del potere capaci di influenzare l’egemone.
    Essere ebreo significa collaborare col potere egemonico del momento.
    Lo storico marxista americano Lenni Brenner ha illuminato la collaborazione tra i sionisti e il nazismo.
    Nel suo libro «Zionism in the age of dictators», fornisce un sunto del libro del rabbino Joachim Prinz, pubblicato nel 1937, dopo che Prinz ebbe lasciato la Germania per l’America.
    [Nel libro] sono riportati brani di un memorandum che la centrale sionista tedesca ZVfD spedì al Partito Nazionalsocialista il 21 giugno 1933: «Noi sionisti non ci facciamo alcuna illusione sulla difficoltà della condizione ebraica, che consiste essenzialmente in attività lavorative anormali e nella mancanza di radici nella propria tradizione… Con la fondazione del nuovo Stato, che è basato sul principio di razza, noi vogliamo adeguare la nostra comunità nella struttura totalitaria in modo che anche per noi, nella sfera a noi assegnata, sia possibile un’attività fruttuosa per la Patria. […] Anche noi siamo contro i matrimoni misti. Anche noi vogliamo mantenere la purezza del gruppo giudaico. Perciò crediamo nella possibilità di una onesta relazione di lealtà tra un ebraismo cosciente della sua specificità come gruppo e lo Stato tedesco».
    Brenner si indigna di questa lettera di rabbi Prinz: «Questo documento», scrive, «è il tradimento degli ebrei di Germania scritto nei tipici clichè sionisti: attività occupazionali anormali, intellettuali sradicati bisognosi di rigenerazione e così via. Con esso i sionisti tedeschi offrivano una calcolata collaborazione tra sionismo e nazismo, giustificata dal fine di uno Stato ebraico: non daremo battaglia a te, ma a quelli che ti resistono».

    Ma Brenner non riesce a vedere l’ovvio: rabbi Prinz e il ZVfD non erano traditori, ma ebrei della più bell’acqua.
    Essi seguivano alla lettera il codice culturale ebraico, il Libro di Ester.
    Essi assunsero il ruolo di Mordechai: cercarono di collaborare con quello che avevano identificato, sena sbagliare, come il vero potere emergente.
    […] Prinz resta un autentico genuino ebreo, che incorpora la filosofia da emigrato dell’ebreo: in Germania sii tedesco, in America sii americano.
    Sii flessibile, adattati e adotta un relativismo etico.
    Prinz, devoto seguace di Mordechai, capiva che ciò che è buono per gli ebrei è, semplicemente, buono.
    Dal suo punto di vista, collaborare con Hitler era la cosa giusta da fare, in attesa di una Ester da trovare.
    Per questo è del tutto naturale che rabbi Prinz sia stato nominato poi presidente del Jewish American Congress.
    Il fatto di aver «collaborato con Hitler» non gli è stato di alcun ostacolo nel divenire un grosso leader della comunità americana, per l’ovvia ragione che, dal punto di vista ebraico, egli fece la cosa giusta.
    Quando impariamo a guardare all’ebraicità come una coltura di esiliati, possiamo comprenderla come una continuità collettiva basata su una fantasia di orrore.
    Questo e solo questo è la religione dell’olocausto, ed è antica quanto gli ebrei.
    Prinz prevedeva un giudeocidio, e perciò agi nel modo appropriato dal punto di vista ebraico.
    Il fatto è che il sionismo prometteva di trasformare gli ebrei in «israeliti», ossia di fare dei giudei un popolo come gli altri popoli.
    Per questo il sionismo denunciava e combatteva la mentalità tipica degli ebrei della diaspora.
    E il sionismo ha fallito, com’era predestinato.
    La ragione è evidente: all’interno di una cultura che è incentrata metafisicamente sull’ideologia dell’esiliato, il suo vittimismo, le sue paure e fantasie di annientamento, un sereno ritorno a casa è l’ultima cosa da aspettarsi.
    Il sionismo avrebbe dovuto liberarsi dalla religione dell’olocausto.
    E questo è precisamente quello che non può fare.
    Essendo «esilico» fino al midollo, il sionismo, per mantenere il feticcio dell’identità ebraica, ha dovuto antagonizzare i palestinesi nati sul posto. […]

    Gilad Atzmon

    Nota
    1) Qui Gilad Atzmon tocca il paradosso insolubile che gli ebrei pongono al resto del mondo. Se il popolo tra il quale vivono li accetta cordialmente, «siate nostri concittadini con pienezza di diritti e doveri uguali ai nostri», il popolo ebraico denuncia un losco tentativo di assimilazione, che vive come un giudeocidio, in quanto porta ai matrimoni misti e alla graduale sparizione dell’identità giudaica. Ma se quel popolo li tratta com’essi vogliono, ossia come un’entità «separata» e a parte, essi gridano alla «discriminazione», all’antisemitismo, e pretendono uguali diritti; anzi più che uguali, in quanto sono «vittime» di «oppressione». Chiedono il ghetto, e poi se ne lamentano ferocemente. Non c’è modo di accontentare gli ebrei: comunque si agisca, essi vedono nelle azioni dei goym la prova di un odio celato o aperto contro di loro, la volontà di annientarli. Come ha documentato in modo insuperabile Solgenitsyn («Due secoli insieme», Edizioni Controcorrente) questa pretesa impossibile da soddisfare ha finito per distruggere il regime zarista. Persino gli ebrei rivoluzionari che entrarono nel partito social-rivoluzionario marxista - portatore di un’ideologia per eccellenza «cosmopolita» e antinazionale - vi entrarono in quanto Bund, organizzazione socialista riservata ai soli ebrei. «Accettavano di essere membri del partito russo, ma a condizione che quest’ultimo non interferisse per nulla nei loro affari». E tuttavia, ottenuta questa autonomia, gli ebrei del Bund pretesero di più: nel 1902 vollero aderire al Partito «in forma federale, godendo di piena indipendenza persino nelle questioni di programma», con la motivazione - incredibile, detto da socialisti rivoluzionari - che «il proletariato ebreo è una parte del popolo ebreo, il quale occupa un posto a parte tra le nazioni». A questo punto, anche Lenin vide rosso (pagina 298). Infatti questo atteggiamento è la radice, ben nota agli psichiatri, delle più comuni psico-patologie: tipicamente la madre che colpevolizza il figlio piccolo («Mi fai soffrire», «Non mi ami abbastanza») e nello stesso tempo manda il messaggio contrastante («Non mi stare appiccicato», «Sii indipendente»), rende «pazzo» quel figlio. Così gli ebrei rendono «pazzi» i popoli fra cui vivono: ieri i russi (pogrom) e i tedeschi, oggi i palestinesi. Ma essi stessi, gli ebrei, danno segno di fondamentale «pazzia». Come ben documenta Atzmon, l’ebraismo è in fondo una psicopatologia da emigrato perpetuo, che proietta sugli altri il proprio problema psichico insolubile.

    La religione dell’olocausto? Nasce con la Bibbia
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'inquisizione sionista è stata sconfitta

    certo che uno che si inventa di essere razza eletta da dio non può essere che un pazzo ambizioso
    [B]per mantenere in pace un mondo caratterizzato da ingiuste concentrazioni di ricchezza ed enormi sacche di povertà è necessario trasformare i poveri in zombie con la propaganda e le religioni[/B]

 

 

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