Per i post fascisti è un ritorno alle origini, quando il duce tifava per il sionismo dell’Herut
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Roma. Si parla di rottura storica, per l’incontro tra Ariel Sharon e il post fascista Gianfranco Fini. Ma è anche un ritorno alle origini. Se An è infatti erede di quel Msi in cui confluirono i resti del fascismo storico, il partito Likud del premier israeliano è a sua volta figlio di quel partito Herut fondato nel 1948 dai militanti del sionismo “revisionista” di Wladimir Jabotinsky. E su questa corrente così scriveva a Mussolini il 4 novembre 1935 Raffaele Guariglia, consigliere per le questioni orientali: “In via del tutto privata ho avuto giorni or sono una lunga conversazione col signor Jabotinsky di passaggio per Roma. Egli mi ha confermato l’atteggiamento favorevole all’Italia e al Fascismo che tiene il Sionismo revisionista, giacché questo partito ha di fronte il Sionismo, caduto nelle mani della democrazia e del socialismo ebraico, la stessa posizione e la stessa funzione del fascismo di fronte alla democrazia liberale e socialista”. Prima di sacrificare questo amore per l’alleanza con la Germania, Mussolini si entusiasmerà per questi sionisti in camicia nera, che facevano il saluto romano e chiedevano la sostituzione dell’Italia alla Gran Bretagna come potenza mandataria della Palestina. Tra il 1934 e il 1937 vari gruppi di giovani “revisionisti” saranno ammessi alla scuola marittima di Civitavecchia e attraverseranno più volte il Mediterraneo su una nave scuola dove la stella di Davide campeggia al fianco del tricolore e del fascio littorio. Saranno proprio questi giovanotti, dieci anni più tardi, a fondare la marina militare israeliana. Dopo le leggi razziali questa storia si preferirà dimenticarla, da entrambe le parti. E quando Renzo De Felice farà la sua prima ricerca documentaria per scrivere la “Storia degli ebrei italiani durante il fascismo”, sarà forse proprio la scoperta di questa vicenda occultata a gettare in lui quel seme del dubbio sulle vulgate ufficiali da cui poi nascerà tutta la sua rilettura di Mussolini. Che comunque ne sia stato intrigato è dimostrato dalla scelta di pubblicare in quel libro la foto della nave scuola sionista-fascista, e dal fatto che 27 anni dopo, nel 1988, sia tornato su quel tema con un’opera specifica: “Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini”. Non solo la “carta sionista”, ma anche il nazionalismo arabo e quello indiano furono infatti coltivati dall’Italia fascista come strumenti per fare pressione su Londra. Anzi, fu proprio dall’opera di “coltivazione” del Gran Muftì di Gerusalemme che, contemporaneamente, nacque anche il nazionalismo palestinese.
- Il Foglio




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