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    Predefinito Henri de Lubac, Cardinale.

    Chi è De Lubac Henri De Lubac?

    Henri De Lubac, 20 febbraio 1896 /4 settembre 1991, è uno dei maggiori teologi cattolici del '900, e uno dei più significativi ispiratori del Concilio Vaticano II. Conosciuto personalmente e apprezzato da Giovanni Paolo II, che lo elevò a cardinale, dovette subire incomprensioni e critiche sotto il pontificato di Pio XII, affrontando soprattutto l'opposizione di teologi che si rifacevano al neotomismo.

    Centrale nel suo pensiero è l'attenzione alla Tradizione, in particolare ai Padri della Chiesa. Tornare alle fonti potrebbe essere uno slogan che riassume il suo intento: e nelle fonti della tradizione patristica egli riscoprì soprattutto a) la centralità del soprannaturale , b) la chiesa come mistero di unità, c) la Bibbia come vivente ricchezza di significati simbolici, raccordati al Verbo incarnato.

    Consideriamo anzitutto il contesto in cui si forma e prende posizione de Lubac (quanto segue è estratto dal nostro testo citato).


    Intento fondamentale


    "La vicenda umana e teologica [di de Lubac] si iscrive nel contesto di quell'ampio movimento teologico, schematicamente definibile come "rinnovamento nella Tradizione", critico verso l'impostazione del fatto cristiano propria della teologia moderna.

    Tale impostazione era valutata negativamente in quanto da un lato relegava la fede nell'ambito del sentimento privato, d'altro lato sottolineava la portata di conferma, che il Cristianesimo dà alla razionalità e alla moralità naturali, tendendo quindi a trascurarne la dimensione di radicale novità. Tale indirizzo prevalente in età moderna era rappresentato soprattutto da esponenti che si rifacevano a S.Tommaso, ma che per de Lubac ne tradivano lo spirito fondamentale, e che perciò meglio sarebbe chiamare, piuttosto che tomisti, neotomisti . Esso portava a separare il soprannaturale, la fede, il Cristianesimo dal naturale, cioè dall'umano, dalla cultura e dalla vita concreta: il fulcro del neotomismo, come lo intese de Lubac, era infatti la teoria della "natura pura", ossia il concepire l'ambito naturale come separato, autosufficiente, un ordine a sé stante con le sue caratteristiche e le leggi, che la Grazia non può scalfire, né tanto meno riplasmare.

    (...) La tesi che noi sosteniamo è

    a)che il problema di un rinnovamento era reale,

    b)che non essendosi potuto attuare un rinnovamento nella tradizione, si è attuato [da parte di altri teologi, non di de Lubac] un rinnovamento per lo più in rottura con la tradizione."


    il problema: Cristianesimo e modernità


    "Vediamo allora di richiamare brevemente il contesto, che rendeva necessario un rinnovamento. Dopo la violenta provocazione rappresentata dalla Rivoluzione francese, sul piano pratico, e dai sistemi filosofici predominanti, ormai esplicitamente anticristiani, sul piano teorico, la Chiesa del secolo scorso prese a percepire lo sviluppo degli eventi storici e culturali come il configurarsi di un vero e proprio assedio da parte del "mondo laico". Ovviamente non si possono fare delle generalizzazioni: l'atteggiamento di un Leone XIII non è paragonabile a quello di un Gregorio XVI; ma è innegabile che la tendenza dominante sia stata prevalentemente difensivo-polemica . Percependosi attaccata, la Chiesa avvertiva la necessità di serrare le fila intorno al Magistero pontificio da un lato, intorno al tomismo dall'altro. Quest'ultimo infatti era visto come il più sicuro baluardo contro il relativismo, il soggettivismo e lo storicismo, che inquinavano la cultura "laica" moderna.

    E in effetti lo stesso Leone XIII, che fu il più aperto dei papi del secolo scorso, decise di puntare sul pensiero di S.Tommaso per un'opera di ricostruzione culturale, che permettesse ai cattolici di riprendere l'iniziativa nella società contemporanea, contrastando il passo alla crescente egemonia laicista . In quel clima non poterono perciò attecchire tentativi, come quello della Scuola di Tubinga o del cardinal Newman, che pur affondando salde radici nella Tradizione cristiana, e specificamente patristica, guardavano alle esigenze e ai problemi dell'umanità contemporanea con partecipazione e spirito di valorizzazione: troppo forte era il sospetto che concedere qualcosa al moderno fosse l'inizio di una fatale capitolazione."

    Una falsa soluzione: il modernismo


    Per De Lubac il modernismo cede principio a una modernità non vagliata alla luce della fede, ma pone un problema reale

    "Tale situazione non fece che peggiorare in seguito alla crisi modernista. Il modernismo, scrisse il cardinal Daniélou, confratello e amico del de Lubac, rappresentava la risposta erronea a un problema reale: l'errore della teologia dominante non fu di condannarlo, ma di non capirne la radice, di negare l'esistenza stessa del problema che l'aveva generato . Che il modernismo fosse una risposta erronea, in una prospettiva cristiana, è fuor di dubbio: nel suo tentativo di rincorrere la modernità esso era disposto ad abbandonare non solo qualche elemento secondario, divenuto effettivamente obsoleto, ma lo stesso nucleo fondamentale del dogma. Tyrrel, uno dei maggiori rappresentanti del modernismo, aveva un bel proclamare di voler restare fedele al Cristianesimo, e di voler evitare tanto la Scilla del formalismo scolastico, che fossilizzava il dogma nella sua, secondaria e transeunte, formulazione concettuale, quanto la Cariddi del liberalismo radicale, che dissolveva lo stesso nucleo dogmatico: riducendo infatti questo nucleo fondamentale a qualcosa di non-concettualizzabile, ma di semplicemente intuibile, sperimentabile, finiva col legittimare qualsiasi manipolazione concettuale del dogma. Il dogma era ridotto così a una sorta di plastilina, indefinitamente riplasmabile a seconda delle mutabili esigenze storiche. D'altro lato era pur vero, secondo Daniélou, che almeno una parte del fossato che si era aperto tra Cristianesimo e mondo moderno era dovuto proprio all'arroccarsi della teologia e della prassi cristiana in forme che potevano ben essere ridiscusse . Si trattava perciò di non chiudere gli occhi sul quel distacco ormai insopportabile, la responsabilità del quale non poteva essere interamente scaricata sul "mondo". Mentre la linea che si rafforzò fu (schematizzando molto) quella di condannare in blocco, col modernismo, l'intera impostazione moderna, innalzando il tomismo come unico possibile vessillo.

    Del resto già da prima degli eventi esplicitamente anticristiani del secolo scorso la teologia cattolica aveva assunto un ruolo prevalentemente difensivo: è lo stesso de Lubac a dare questo giudizio, notando il carattere controversistico e piuttosto antiprotestante che davvero cattolico della maggior parte delle elaborazioni teologiche. Invece di puntare alla totalità cattolica (kat'olou), positiva e sintetica, invece di mirare anzitutto all'affermazione della verità ricevuta in Cristo, il cattolicesimo post-tridentino ha rischiato di avere come preoccupazione fondamentale la lotta all'errore, rattrappendosi così in una angolazione parziale. Così, se il protestantesimo accentuava lo stato di decadenza della natura dopo il peccato originale, la teologia cattolica doveva per contrapposizione accentuare la sanità della attuale condizione postlapsaria, al punto da rasentare il naturalismo; se il protestantesimo accentuava l'atto di fede come assolutamente debordante la ragione, se non proprio irrazionale, e rivolto immediatamente al Padre, il cattolicesimo sottolineava la dimensione razionale dell'atto di fede, al punto da presentarlo come una conseguenza pressoché necessaria della determinazione dei praeambula fidei, e inoltre la fede era concepita come rivolta essenzialmente agli enunciati del Magistero, quasi si credesse piuttosto nella Chiesa che, attraverso la Chiesa, in Dio; se il protestantesimo estremizzava il valore della Scrittura, il cattolicesimo per converso tendeva a minimizzare la centralità della Pagina sacra; se il protestantesimo negava la presenza reale di Cristo nell'eucarestia e riduceva la S.Messa a mero ricordo della Cena, il cattolicesimo a sua volta accentuava in modo unilaterale il significato della presenza reale, col rischio di sganciarla da un preciso riferimento all'ecclesialità, che è la principale mediatrice del Verbo incarnato; se il protestantesimo esaltava l'esclusivo ruolo dell'abbandono fiduciale nelle mani della Misericordia del Padre, per i sovrabbondanti meriti del Crocefisso, escludendo una reale cooperazione della volontà umana all'opera della salvezza, il cattolicesimo per reazione rischiava di sottolineare in modo eccessivo l'importanza delle opere, finendo talora, almeno a livello omiletico, nello scadere in un'impostazione moralistica."

    Soluzioni che anticipano de Lubac


    Nel nostro libro ( F.Bertoldi, De Lubac, Cristianesimo e modernità , ESD Bologna 1994.) ricordiamo le soluzioni proposte dapprima dai gesuiti Rousselot (pp. 17/19) e De Grandmaison (pp. 19/20), e poi dalla scuola domenicana di Le Saulchoir (pp. 21/29): tra i nomi più noti, quello del padre Chenu.

    In particolare quest'ultimo propugnava una critica "verso il metodo teologico che anteponeva la costruzione razionale, il proliferare di concetti e di ragionamenti astratti, rispetto al Dato rivelato. Si trattava invece di ritornare a considerare quest'ultimo non una semplice occasione, uno spunto iniziale, da abbandonare quanto prima, ma la linfa permanentemente vitale, l'anima del sapere teologico. La razionalità non deve perciò soffocare il Dato della Rivelazione, vitalmente contenuto nella Sacra Scrittura, e irradiante nella positiva storicità (irriducibile a pura logica deduttiva) della tradizione e della vita ecclesiale, né deve ad esso sovrapporsi; ma deve piuttosto lasciarsene permeare, e da esso farsi determinare."( p. 22)

    Il Magistero

    Di fronte a tale tentativo prevalsero, nel mondo teologico cattolico, diffidenza e sospetto. Soprattutto dei teologi domenicani, tra cui il Garrigou-Lagrange e il Labourdette, si adoperarono perché il Magistero, nella sua più alta espressione, la santa Sede, estinguesse prontamente quella che ai loro occhi costituiva un pericoloso inizio di incendio. La sante sede si rivelò, in un primo tempo, sensibile a tali preoccupazioni, né vi fu, purtroppo, chiarimento tra de Lubac e i teologi domenicani (tomisti, diciamo, di stretta osservanza).

    fonte

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    Henri de Lubac

    1896 - 1991



    "Senza pretendere di tracciare strade nuove al pensiero, ho piuttosto cercato, senza alcun passatismo, di far conoscere alcuni dei grandi luoghi della tradizione cattolica. Ho voluto farla amare, mostrarne la fecondità sempre attuale."



    Riportare alla luce il pensiero dei Padri della Chiesa nella sua purezza ed indicarne la ricchezza e la vitalità che da esso potevano trarne i teologi, gli uomini di Chiesa e quanti fossero alla ricerca della verità è stato l'intento di tutta la vita di padre de Lubac (1896-1991) come lui stesso affermò in diverse circostanze nel corso della sua intensa attività intellettuale e pastorale.

    Uno tra i più grandi spiriti che hanno contribuito allo sviluppo della teologia contemporanea prima, durante e dopo la svolta del Concilio Vaticano II, per cui lavorò dopo essere stato chiamato in qualità di perito da papa Giovanni XXIII, si interessò alle problematiche e alle diverse realtà culturali ed ecclesiali che lo circondavano. Questo interesse è testimoniato dalle sue numerose e imponenti opere che pubblicò a partire dagli anni '30, quando insegnava presso le Facoltà Cattoliche di Lione, fino agli anni '80: opere come Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma che ha la sua origine da alcune conferenze tenute a studenti asiatici sul dogma cattolico; Corpus mysticum sul rapporto tra Chiesa ed Eucaristia; degli anni della guerra è Il dramma dell'umanesimo ateo che assieme ai suoi studi su Proudhon testimonia la sua attenzione per la crisi spirituale dell'uomo moderno in occidente.

    Nel periodo dell'occupazione tedesca si adopera insieme ad amici e compagni gesuiti a tenere vivo nei francesi il vero spirito cristiano contro gli ideali del nazismo e dell'antisemitismo attraverso i Cahiers du témoignage chrétien.

    Ha collaborato per la stesura della collana di testi di autori cristiani antichi Sources chrétiennes che avrà enorme successo.

    Surnaturel. Études historiques tratta il rapporto tra filosofia e teologia, fede e ragione: è un tema di cui si occupò a più riprese lungo tutto l'arco della vita e che gli procurò accuse di ogni genere dagli ambienti delle Facoltà Teologiche soprattutto a Roma e gravi incomprensioni da parte del Sant'Uffizio e delle autorità della Compagnia fino ad arrivare nel giugno del1950 alla sospensione dall'insegnamento insieme ad altri quattro padri gesuiti della Facoltà di Lyon-Fourvière da parte del P. Generale dei Gesuiti con la motivazione di "errori perniciosi su punti essenziali del dogma".

    Pochi mesi dopo viene pubblicata l'enciclica Humani Generis di Pio XII che trattava delle correnti e delle tendenze culturali giudicate pericolose per l'integrità della dottrina cristiana e da molte parti il riferimento primo è P. de Lubac e la "nouvelle theologie" di cui è principale promotore. I suoi libri verranno ritirati dalla circolazione e a lui è proibito risiedere presso le case di formazione. Di questi anni travagliati, in cui avrà diversi spostamenti tra i quali anche un breve soggiorno a Cartagine, sono le opere sul Buddismo, Sulle vie di Dio, e voluminosi lavori sull'esegesi antica in Origene (Storia e spirito) e i padri del Medioevo (Esegesi Medievale).

    Dopo quasi dieci anni ritorna all'insegnamento, viene nominato membro dell'Institut de France e partecipa, come già accennato sopra, ai lavori del Concilio come perito, soprattutto nella stesura delle Costituzioni dogmatiche. Durante questo periodo stringe una forte amicizia con Karol Wojtyla.

    Nel frattempo si occupa, sotto incarico dei padri provinciali di Francia e con vari scritti, di p. Teilhard de Chardin difendendone l'ortodossia del pensiero. Viene nominato consultore del Segretariato per le religioni non cristiane e del Segretariato per i non credenti e va a far parte della Pontificia Commissione teologica internazionale. Negli anni dopo il Concilio si interessa della situazione di crisi che attraversa la Chiesa (Paradosso e mistero della Chiesa, La Chiesa nella crisi attuale, Les Églises particulières dans l'Église universelle). Pubblica anche uno studio su Pico della Mirandola e testi su Gioacchino da Fiore.

    Nel 1983 Giovanni Paolo II lo nomina cardinale.

    Già nel 1965 erano state pubblicate le corrispondenze da lui commentate tra Teilhard de Chardin e Blondel e tra quest'ultimo con Auguste Valensin, suoi amici. Ancora nel 1985 pubblica lo scambio epistolare commentato tra l'amico Gaston Fessard e Gabriel Marcel.

    Sulla sua feconda attività di scrittore e studioso confessa nella sua Memoria intorno alle mie opere: Henri de Lubac

    1896 - 1991


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    "Senza pretendere di tracciare strade nuove al pensiero, ho piuttosto cercato, senza alcun passatismo, di far conoscere alcuni dei grandi luoghi della tradizione cattolica. Ho voluto farla amare, mostrarne la fecondità sempre attuale." Riportare alla luce il pensiero dei Padri della Chiesa nella sua purezza ed indicarne la ricchezza e la vitalità che da esso potevano trarne i teologi, gli uomini di Chiesa e quanti fossero alla ricerca della verità è stato l'intento di tutta la vita di padre de Lubac (1896-1991) come lui stesso affermò in diverse circostanze nel corso della sua intensa attività intellettuale e pastorale.

    Uno tra i più grandi spiriti che hanno contribuito allo sviluppo della teologia contemporanea prima, durante e dopo la svolta del Concilio Vaticano II, per cui lavorò dopo essere stato chiamato in qualità di perito da papa Giovanni XXIII, si interessò alle problematiche e alle diverse realtà culturali ed ecclesiali che lo circondavano. Questo interesse è testimoniato dalle sue numerose e imponenti opere che pubblicò a partire dagli anni '30, quando insegnava presso le Facoltà Cattoliche di Lione, fino agli anni '80: opere come Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma che ha la sua origine da alcune conferenze tenute a studenti asiatici sul dogma cattolico; Corpus mysticum sul rapporto tra Chiesa ed Eucaristia; degli anni della guerra è Il dramma dell'umanesimo ateo che assieme ai suoi studi su Proudhon testimonia la sua attenzione per la crisi spirituale dell'uomo moderno in occidente.

    Nel periodo dell'occupazione tedesca si adopera insieme ad amici e compagni gesuiti a tenere vivo nei francesi il vero spirito cristiano contro gli ideali del nazismo e dell'antisemitismo attraverso i Cahiers du témoignage chrétien.

    Ha collaborato per la stesura della collana di testi di autori cristiani antichi Sources chrétiennes che avrà enorme successo.

    Surnaturel. Études historiques tratta il rapporto tra filosofia e teologia, fede e ragione: è un tema di cui si occupò a più riprese lungo tutto l'arco della vita e che gli procurò accuse di ogni genere dagli ambienti delle Facoltà Teologiche soprattutto a Roma e gravi incomprensioni da parte del Sant'Uffizio e delle autorità della Compagnia fino ad arrivare nel giugno del1950 alla sospensione dall'insegnamento insieme ad altri quattro padri gesuiti della Facoltà di Lyon-Fourvière da parte del P. Generale dei Gesuiti con la motivazione di "errori perniciosi su punti essenziali del dogma".

    Pochi mesi dopo viene pubblicata l'enciclica Humani Generis di Pio XII che trattava delle correnti e delle tendenze culturali giudicate pericolose per l'integrità della dottrina cristiana e da molte parti il riferimento primo è P. de Lubac e la "nouvelle theologie" di cui è principale promotore. I suoi libri verranno ritirati dalla circolazione e a lui è proibito risiedere presso le case di formazione. Di questi anni travagliati, in cui avrà diversi spostamenti tra i quali anche un breve soggiorno a Cartagine, sono le opere sul Buddismo, Sulle vie di Dio, e voluminosi lavori sull'esegesi antica in Origene (Storia e spirito) e i padri del Medioevo (Esegesi Medievale).

    Dopo quasi dieci anni ritorna all'insegnamento, viene nominato membro dell'Institut de France e partecipa, come già accennato sopra, ai lavori del Concilio come perito, soprattutto nella stesura delle Costituzioni dogmatiche. Durante questo periodo stringe una forte amicizia con Karol Wojtyla.

    Nel frattempo si occupa, sotto incarico dei padri provinciali di Francia e con vari scritti, di p. Teilhard de Chardin difendendone l'ortodossia del pensiero. Viene nominato consultore del Segretariato per le religioni non cristiane e del Segretariato per i non credenti e va a far parte della Pontificia Commissione teologica internazionale. Negli anni dopo il Concilio si interessa della situazione di crisi che attraversa la Chiesa (Paradosso e mistero della Chiesa, La Chiesa nella crisi attuale, Les Églises particulières dans l'Église universelle). Pubblica anche uno studio su Pico della Mirandola e testi su Gioacchino da Fiore.

    Nel 1983 Giovanni Paolo II lo nomina cardinale.

    Già nel 1965 erano state pubblicate le corrispondenze da lui commentate tra Teilhard de Chardin e Blondel e tra quest'ultimo con Auguste Valensin, suoi amici. Ancora nel 1985 pubblica lo scambio epistolare commentato tra l'amico Gaston Fessard e Gabriel Marcel.

    Sulla sua feconda attività di scrittore e studioso confessa nella sua Memoria intorno alle mie opere: "A quelli che mi domandano, con un po' di ironia, 'che cosa sto scrivendo', sono solito rispondere che non sono una macchina per fare libri. Come si è potuto notare, quasi tutto quello che ho scritto è avvenuto in seguito a circostanze spesso impreviste, in un ordine sparso e senza preparazione tecnica. [...] Io non ho mai avuto la pretesa di fare opera di sistemazione filosofica, né di sintesi teologica. Ma, lasciando ad altri dotati dei doni necessari questo duplice compito, anche recentemente, in modo più generale io mi richiamavo [...] alla grande tradizione della Chiesa intesa come l'esperienza di tutti i secoli cristiani che viene ad illuminare, orientare, dilatare la nostra meschina esperienza individuale, a proteggerla contro gli smarrimenti, ad approfondirla nello Spirito del Cristo, ad aprirle le vie dell'avvenire."

    (Dal sito dei gesuiti)

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    Il Cardinale De Lubac

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    De Lubac, La costituzione ontologica instabile dell’uomo.


    Nella pagina che segue l’autore affronta il problema di una antropologia filosofica che risulta insolubile se affrontato con i mezzi della sola ragione, al punto che alcune tendenze contemporanee negano che esista una “natura” umana. Infatti l’uomo, partecipando a due ordini differenti di realtà, deve riconoscere il suo fine proprio, secondo la tradizione speculativa che risale ad Aristotele, nella realtà piú elevata alla quale partecipa, che risiede nel suo essere “immagine di Dio”. Ecco allora la citazione tratta dal Breviloquium di San Bonaventura che apre il brano: “nulla che sia inferiore a Dio può accontentare l’uomo”.



    H. De Lubac, Il mistero del soprannaturale



    “Nullo minus Deo potest rationalis spiritus praemiari, nec impleri...”

    Da ciò deriva, in questa creatura a parte, tale “costituzione ontologica instabile”, che la fa nello stesso tempo piú grande e piú piccola di se stessa. Da questo deriva questa specie di procedere sbilenco, questo misterioso zoppicare, che non è soltanto del peccato, ma prima ancora e piú radicalmente proprio d’una creatura fatta di nulla, che, stranamente, confina con Dio: Deo mente consimilis. Nello stesso tempo, indissolubilmente, “nulla” e “immagine”; radicalmente nulla, e tuttavia sostanzialmente immagine: Esse imaginem non est homini accidens, sed potius substantiale.

    Per la sua stessa creazione, l’uomo è “compagno di schiavitú” di tutta la natura; ma allo stesso tempo, per il suo carattere d’immagine – in quantum est ad imaginem Dei – è “capace della conoscenza beatifica”, ed ha ricevuto, nel fondo di se stesso, come diceva Origene, “il precetto della libertà”. Si capiscono le esclamazioni di Bérulle. Il loro lirismo non inganna; egli non esagera la dottrina degli antichi teologi: “È un nulla, è un miracolo..., è un Dio, è un nulla circondato da Dio, bisognoso di Dio, capace di Dio! ...”.



    H. De Lubac, Il mistero del soprannaturale, in Opera omnia, vol. V, Jaca Book, Milano, 1979, pagg. 154-155

 

 

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