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    Predefinito Jean Guitton, filosofo cattolico.

    Breve biografia


    Jean Guitton (1901-1999), ricercatore, filosofo e scrittore, è stato un protagonista autorevole della fioritura culturale che ha caratterizzato la Francia del sec. XX, e una delle figure più rappresentative del pensiero cattolico contemporaneo.

    Sua madre fu una personalità eccezionale, come egli stesso la definì. Di forte fede cattolica, lo educò cristianamente, ma, d'accordo con il marito, scelse per lui la scuola statale, laicista, perché potesse irrobustirsi confrontando le diverse concezioni della vita. Sin dall'adolescenza Guitton si dedicò al disegno e alla pittura. In Italia la sua produzione fu presentata in una mostra antologica a Brescia nel 1991.

    A vent'anni sentì il desiderio di farsi sacerdote, ma il Cardinale Désiré Mercier lo dissuase. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu per quattro anni prigioniero dell'Oflag IV D. Nel 1948 sposò Marie-Louise, che gli fu ottima compagna fino alla morte, avvenuta nel 1976. Allora pensò di nuovo al sacerdozio, ma a dissuaderlo questa volta fu lo stesso Papa Paolo VI.

    Dotato di grandi capacità intellettuali e di profondo amore allo studio, fu allievo di Léon Brunschvicg e di Henri Bergson, e maestro di Louis Althusser. Si laureò in filosofia e in lettere. Esordì nel 1933 con una tesi su Le Temps et l'Eternité chez Plotin et Saint Augustin, primo saggio di una lunga serie di lavori filosofici che s'inseriscono nella corrente del moderno spiritualismo cristiano.

    Guitton fu docente di filosofia dapprima all'Università di Montpellier, poi dal 1948 al 1954 all'Università di Dijon, quindi nel 1955 divenne titolare della cattedra di storia e di storia della filosofia alla Sorbonne. Nel 1954 gli fu attribuito il "Gran Prix de la littérature de l'Académie Française" per la sua opera letteraria e filosofica. Nel 1961 fu nominato accademico di Francia.

    Fu minacciato dal Sant'Uffizio per il suo libro Jésus, ma mons. Angelo Roncalli, allora Nunzio Apostolico a Parigi, lo aiutò a non incorrere nelle ire di coloro che si occupavano di tutelare rigidamente l'ortodossia della fede cattolica. Divenuto papa, Giovanni XXIII continuò ad averne grande stima e lo invitò, unico "uditore laico", al Concilio Vaticano II. Mons. Giovanni Battista Montini lo ebbe come amico e confidente fin dal 1950, quando entusiasmatosi del suo libro sulla Vergine Maria, oggetto anch'esso delle critiche del Sant'Uffizio, volle conoscerne l'autore. Da papa, Paolo VI gli consegnò l'8 dicembre 1965 il messaggio agli intellettuali elaborato dai padri conciliari al termine dei loro lavori. Nel 1967 gli concesse anche un'eccezionale intervista, tradotta in molte lingue (Dialoghi con Paolo VI).

    Guitton si meritò una solida fama di filosofo cattolico, di uomo di cultura acuto e rigoroso. Abbracciò un vasto arco di interessi: oltre alle ricerche illuminanti sulla biografia, il pensiero e le opere di Agostino, Pascal, Plotino, Leibniz, Bergson, Heidegger e altri, sono di grande valore i suoi studi su Gesù e sui Vangeli, sul cattolicesimo nel mondo moderno, le sue prese di posizione sulla realtà della Chiesa e il modo di testimoniare la fede nella società contemporanea.

    Albert Camus lo ha definito "l'ultimo dei grandi umanisti francesi". Henri Bergson lo ha riconosciuto come suo "erede spirituale", ma - molti pensano - a un livello indubbiamente superiore. Ha avuto una maniera fascinosa, tutta sua, di fare filosofia, che diveniva in lui conversazione, confidenza. Il suo motto giovanile, "Je choisis tout", dice molto dell'immensa caratura umanistica della personalità di quest'uomo.

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    PIER ANGELA ROSSI

    Fu l'unico intellettuale laico presente al Concilio: i commenti degli studiosi italiani

    Un pensiero forte per il '900
    Le analisi di Antiseri, Bausola, De Carli e Volpini

    "È stato un pensatore molto forte, atipico nel pensiero religioso del '900: non si è inserito in correnti neotomiste o di fenomenologia dell'esperienze religiosa o di spiritualismo. Ha tentato una sintesi di prospettive, tra Bergson, Aristotele e Tommaso, Agostino". Così il filosofo Adriano Bausola inquadra Jean Guitton: "A chi gli chiedeva, di recente, se fosse tomista, Guitton rispose: io mi sento molto tomista, purtroppo i cristiani non mi sentono tomista.
    Del tomismo Guitton colse soprattutto l'attenzione al mondo per la finalità del reale. Mentre su altri piani era più platonico e agostiniano, come per le verità fondate in noi per riconoscere che c'è un criterio assoluto" Ma accanto ai referenti classici, spiega Bausola, il filosofo francese "non dimentica mai il riferimento al maestro accademico Bergson, che lo aiutò a superare il panteismo: primo, con la teoria della durata del divenire fluido mentre nel panteismo tutto è necessario e definito.
    Guitton pensa che tutti credano in un assoluto, ma alcuni non ad un assoluto come Dio, che è persona, intelligenza; secondo, Guitton da Bergson ebbe l'apertura al misticismo: e qui Guitton va oltre, nella dimensione cristiana. Bausola nel filosofo francese sottolinea poi il richiamo a Pascal, a proposito della convenienza della scommessa sul divino. Ma Guitton non guarda alla "convenienza": alla domanda "lei crede" (nel libro intervista a Jean Jacques Antier) risponde infatti: "Non ho mai esitato tra l'assurdo della negazione e il mistero del sì consenziente al'amore". Altrove, sempre in riferimento all'utilitarismo pascaliano, nell'immaginario dialogo con Mitterrand, Il mio testamento filosofico Guitton dice che la scelta è "tra due generi di vita: il servizio e l'uso", dove il servizio per la vita altruisticamente concepita, l'uso il fare strumento degli altri. Dunque, spiega Bausola, la scelta di Guitton era per "ciò che è superiore anche senza un fondamento teorico". Dire Dio non c'è, per Guitton, porta a un assurdo di negazione che non risolve, non dà speranza, e al conflitto con tutti, con Dio si sceglie "per il mistero del sì consenziente all'amore", è una scelta che va nel mistero" Per il professor Bausola, un altro lascito di Guitton è stato l'essersi impegnato nel dialogo, con credenti e non credenti, tenendo conto della realtà contemporanea.
    Infine, "con Paolo VI il fascino fu reciproco, per spiritualità e interesse umano per una filosofia che apre alla mistica, non astratta e non individualistica". Anche un altro filosofo, Dario Antiseri, elogia Guitton: in particolare per la fede nella Chiesa e per la speranza nell'unità di tutti i cristiani (entrambe le cose espresse da Guitton nel suo "Che cosa credo"). La sua fede, dice Antiseri è stata "sempre indomita e sempre attenta alle ragioni dell'ateo". Guitton, poi, ha avuto maestri come Pouget, padre Portal, Bergson, Blondel, ma "ricordava anche l'insegnamento della madre che soffriva in cuor suo il conflitto tra la Bibbia e la scienza, e che quando aveva dieci anni gli spiegò l'evoluzionismo con le parole del testo sacro: il fango, aggiunse, nella creazione dell'uomo rappresentava l'animale e il soffio di Dio lo spirito". Ma essenziale per Antiseri, in Guitton è stata la ribellione alla riduzione del cristianesimo a etica: "Per Guitton, Cristo è la realtà, il figlio di Dio, non un profeta di etica. E questo è oggi importante, perché spesso il cristianesimo è ridotto a etica e compito sociale". Infine, sostiene Antiseri, "Guitton si è schierato contro filosofi e uomini che non credevano in Dio ma nell'Uomo, come un assoluto terrestre: questo era per lui un bersaglio polemico". Lo scrittore e critico Valerio Volpini individua l'aspetto notevole di Guitton nel '900 nel suo avere attuato "un momento ricostruttivo della filosofia dopo la negazione". Volpini vede questo movimento di pensiero attuarsi "contro quelli che vogliono fa saltare il mondo" in modo "umile, spiritoso". E che corrisponde all'uomo: Volpini ha conosciuto Guitton e lo ricorda acuto e semplice nei giudizi benché "espressi con convinzione". Caratteristica di Guitton, ricorda Volpini, era "il piacere di convenire, di essere d'accordo con l'interlocutore: aveva il carisma della carità intellettuale". Guitton ci lascia "la semplicità con cui si interrogano i Padri della Chiesa e ci ha fatto sentire l'importanza di Bergson. C'è stato nella sua filosofia un magistero narurale: apprendere dai filosofi per insegnare agli uomini, come fatto di testimonianza". Valerio Volpini infine ricorda di Guitton il fatto "d'aver desiderato e voluto interiormente il Concilio, di avervi partecipato, unico intellettuale laico, e quindi l'averlo divulgato con una finezza intellettuale che entusiasmò Paolo VI". La critica d'arte Cecilia De Carli, che ha curato una mostra di quadri di Guitton a Brescia, ricorda infine che la passione del dipingere gli veniva dalla madre: "Aveva preso lezioni da maestri che gli avevano insegnato a disegnare senza colorare, mentre poi il colore sarà fondamentale nella sua pittura". Guitton dipingeva ritratti "cercando di svelare il nascosto" come mezzo di conoscenza, scene evangeliche e schizzi vari. Tra l'altro l'amico Paolo VI lo mandò "a scuola" da altri pittori amici e scultori. Guitton, ricorda Cecilia De Carli, aveva una sua estetica e poetica e scrisse una "Teoria del colore" in cui definiva il colore come rivelazione della luce, capacità di dire quel che la luce non dice, e che svela l'eternità nel tempo presente".

  3. #3
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    Predefinito INTERVISTA A GUITTON (1993)

    L'individuo-massa nella società del benessere tecnologico: "Una prigione che può volare ovunque"

    "Sono soltanto un filosofo. La filosofia mi ha condotto ad un passo dalla conoscenza, una meta che resterà tuttavia sempre irraggiungibile. Mi ha fatto però comprendere forse in parte il senso della nostra vita, le infinite capacità del pensiero, e quello che ho sempre considerato il più gran regalo che il Creatore ci ha dato: la libertà. La libertà di scelta, di credere o non credere. Un valore dal quale deriva ogni altra forma di libertà, e la convinzione che essa sia anche amore e rispetto di se stessi e degli altri. Non sono mai stato un politico, ma ho sempre attribuito alla mente umana l'immensa facoltà di comprendere la libertà e di amarla, di scegliere giustizia, democrazia, uguaglianza come principi fondamentali della pacifica convivenza fra gli uomini.
    E credo che da questo amore di natura divina si siano originati solidarietà, rispetto della dignità dell'uomo e del pensiero di chiunque. Fonti di ispirazione continue che mi hanno accompagnato per tutta la mia lunga vita. Alle quali non ho mai voluto rinunciare, soprattutto quando mi si chiedeva di manifestare una mia fede politica. In quei casi ho sempre risposto che amavo definire la politica "tout court" come un modo di pensare, di agire che non dovrebbe mai prescindere da questi valori fondamentali. Le posso citare, se ha la bontà di seguirmi nel mio discorrere forse troppo astratto, una affermazione di chi è stato il mio maestro di vita e non solo un riferimento preciso della mia filosofia, Henry Bergson.
    A proposito della libertà egli sosteneva che:
    Noi siamo liberi quando i nostri atti promanano dalla nostra intera personalità, quando la esprimono, quando hanno con essa quella somiglianza indefinibile che si trova talvolta tra l'opera e l'artista.
    Questo assunto, forse oggi utopico, serve a definire quello che Bergson chiamava io profondo e l'ansia continua di esprimere la propria personalità liberamente, che in nessun caso deve coincidere con la volontà di ledere la libertà altrui, e a distinguerlo da l' io superficiale o "parassitario", un io "costretto", limitato e frustrante che tende a ridurre l'autostima e la capacità di eleggere un ideale nel quale identificarsi.
    Questo in parte per rispondere alla sua domanda iniziale che mi chiedeva forse in modo implicito di definire un rapporto tra società, contesto tangibile nel quale la nostra vita quotidiana e la nostra aspirazione alla libertà dovrebbero esprimersi, e politica, ovvero lo sforzo continuo, fatto di proposizioni, suggerimenti, richiesta di consensi, che dovrebbe tendere a realizzare quell'aspirazione individuale nell'interesse di tutti. Tutto questo teoricamente, poiché nella pratica le cose vanno in modo ben diverso.
    Se vuole, posso dirle che sono un filosofo, ma anche un libero osservatore."

    E' seduto su una poltrona di pelle color verde muschio, sul viso solo l'accenno di un sorriso che sembra nascondere la consapevolezza del declino fisico di un ultranovantenne, ma è segno di una sorprendente vitalità….. . Un'espressione composta, riflessa sul piccolo spazio di una lucida scrivania che pile di libri e manoscritti non occupano completamente, come se intendesse aprire solo uno stretto varco fra se stesso e il suo interlocutore che oggi incontra per la prima volta.

    "Sono nato all'inizio di questo secolo che ho vissuto pressoché completamente. E posso dirle, forse con una punta di presunzione, di aver potuto assistere lungo la mia esistenza all'evolversi della società umana che nel corso del Novecento ha toccato vertici inimmaginabili. Ma direi che proprio alla conclusione di questo secolo e millennio si è registrato un profondo mutamento, del resto a tutti evidente, nella società globale.
    Ne sono segni, oltre all'estendersi vertiginoso dell'economia di mercato, un fenomeno particolarmente significativo e determinante che ad essa si accompagna o che da essa direttamente o indirettamente trae origine: il progressivo decadere dell'ideologia politica.
    L'ideologia intesa in senso storico, e ispiratrice di movimenti e partiti politici. E questo perché le nuove generazioni si identificano sempre meno nell'idea, nel pensiero che in passato avevano una precisa valenza e tendono sempre più a prescindere dalla bandiera e a porsi dalla parte di coloro che propongono concretezza di programmi e agiscono per la loro realizzazione in un contesto di reciproca convenienza: affrontare il problema della disoccupazione, ad esempio, delle riforme nei vari settori in cui queste sembrano indispensabili, della tutela dell'ambiente.
    Per spiegare questa crescente "indifferenza" che l'uomo comune sembra riservare all'ideologia che evidentemente non riesce a ripagarlo nelle sue aspettative, sarebbe necessario esaminare non soltanto le nuove esigenze della società moderna, ma gli orientamenti che essa è costretta a prendere in vista del conseguimento di un fine e un risultato ad essa conveniente. E parlo di società di individui naturalmente. Individui che tendono sempre più a legittimare l'azione di coloro che possano garantire il benessere. La conclusione di questo secolo è profondamente caratterizzata da questo fenomeno che vede l'individuo condizionato da un altro elemento determinate: il progresso, o meglio lo sviluppo vertiginoso della civiltà tecnologica.
    L'affermazione dell'alta tecnologia ci ha reso più facile la vita, ma da tempo la sta condizionando. La comunicazione multimediale, ad esempio, apre le porte sul mondo e indubbiamente è un portentoso mezzo per conoscere tutto e comunicare con chi si vuole, ma ha il grave handicap di invitare l'individuo alla passività. In altre parole, si sono via, via create le condizioni nella nostra società che favoriscono il prevalere dell' io parassitario. La genialità, l'estro e l'intuizione trovano sempre meno spazio e ragione di essere. Un tempo questa era una malattia borghese. Ma allora esistevano antidoti. Oggi non ne vedo. Se si può ancora parlare di borghesia, ma forse è più opportuno parlare di massa, tanto l'una, quanto l'altra sono le destinatarie dello strumento tecnologico in vertiginosa evoluzione, sono l'enorme "bocca" del grande consumatore, sul cui piatto si offrono, con l'aggiornato computer, la realtà virtuale, le chat lines, le play stations, lo spettacolo elettronico. Con l'ovvio risultato di trovarci di fronte a nuove generazioni dalla personalità labile o distorta, a individui introversi, a masse sempre più disposte a collocare in secondo piano quei principi che un tempo avevano un peso, un valore determinante nelle scelte, nel comportamento, nell'azione. Milioni di individui disperdono le loro menti in infiniti rivoli elettronici. Gli stessi mass media esercitano una pressione costante e condizionante. Il problema è proprio questo, la comunicazione tra individui, da cui dovrebbe scaturire la comunicabilità. La comunicazione è assai facilitata, ma sul piano qualitativo, ovvero sul piano del difficile rapporto tra individuo e individuo, e quindi tra individuo e società, essa sembra offrire uno spazio illimitato nel quale l'individuo è presente in modo impersonale e, come dicevo, passivo. Non gli si offrono soluzioni che favoriscano l'affermazione della sua personalità, ma una serie infinita di "canali precostituiti" attraverso i quali l'élan vital si disperde, salvo rare eccezioni, nell'anonimato, lo stimolo dell'intimo individuale che tende continuamente alla piena espressione dell'io vero nei fertili territori di creatività, comunicabilità, relazione sociale e confronto sui quali si possano definire affinità e costruire ideali (non necessariamente politici) in cui identificarsi pienamente, resta per così dire "ingabbiato", anche se, questa è la contraddizione del mondo d'oggi, è una gabbia, una prigione che può volare ovunque. Perdoni il ricorso forse troppo frequente a termini astratti, ma non saprei in quale altro modo spiegarle la realtà sociale che stiamo vivendo. C'è un pessimismo diffuso tra i giovani d'oggi. L'ansia di trovare una collocazione nella società, grazie a quello che si insegna nelle aule universitarie, nonostante gli strumenti tecnologici all'avanguardia, si scontra con la realtà quotidiana che offre esigui spazi ad un numero quasi illimitato di specialisti. E anche questo è un paradosso sociale, anch'esso dovuto al vertiginoso evolversi della tecnologia. Si creano milioni di laureati per poche centinaia di posti di lavoro. Con questo non voglio dire che i mezzi di formazione professionale dei quali dispongono i giovani d'oggi siano causa di preoccupante sperequazione tra scuola e mondo del lavoro, tutt'altro. Vorrei solo spiegare perché il divario è così profondo fra risorse umane e inserimento di queste nella società produttiva. E per spiegarlo devo ritornare al discorso di prima, ai condizionamenti che l'alta tecnologia e la comunicazione globale sta provocando. Se vogliamo, quest'ultima è un grande business che risponde a una precisa legge di mercato, produrre tanto guadagnando il massimo con il minimo. Ovvero all'enorme business che la tecnologia offre nel campo della comunicazione e della formazione professionale, non corrisponde un'analoga predisposizione di posti di lavoro, direi anzi che l'orientamento del primo mai come in questi ultimi tempi è stato inversamente proporzionale alla seconda. Questo fenomeno genera pessimismo nelle nuove generazioni. Determina ulteriore frustrazione dell'"io profondo".

    Questo vuol dire che ci si sta orientando verso una strana "cultura" nella quale l'uomo non è più soggetto, ma "oggetto".
    La personalità in altre parole risente dell'effetto sproporzionato che la massa esercita sull'individuo in modo sempre più totale ed aberrante. E questo perché all'individuo sembrano offrirsi solo due alternative: vivere la propria vita nella difficile realtà quotidiana, o accettare l'invito di viverne un'altra, per così dire, parallela, dove la personalità sembra esprimersi più facilmente. Un'esistenza artificiale o, per usare un termine corrente, virtuale, nel corso della quale l'affermazione personale è pura parvenza.
    Per fare un esempio, sfido chiunque ad indicare un scuola, una tendenza artistica che abbia oggi un certo peso o sia tale comunque, da caratterizzare un periodo, un epoca degna di essere ricordata.
    Direi che oggi alla fine del secolo e del millennio, è più consistente e marcato il divario tra libertà, e quindi convincimento di poter esprimere la personalità individuale, e condizionamento al quale essa è sottoposta dai rigorosi canoni di una società contemporanea agli ordini di un potere sempre più predominante: il potere economico.
    E questo sembra essere un tipico fenomeno occidentale.
    Nei Paesi dell'Est , dopo il disfacimento dell'URSS, la gente deve affrontare il problema quotidiano della sopravvivenza che lascia poco margine all'astrazione.
    E anche se è un paragone improponibile, resta pur legittimo dire che l'individuo occidentale di media estrazione e, se vogliamo, l'individuo borghese appartenente alle nuove generazioni, si trova di fronte ad un contesto concreto (lavoro, occupazione, famiglia, impegno sociale e politico) nel quale la propria personalità trova rare possibilità di espressione, e uno astratto dove la sua stessa personalità sembra invece affermarsi.
    Questo stimola una tendenza quasi inconscia, a rinchiudere le facoltà intellettive individuali in una sfera astratta assolutamente isolata, arida e improduttiva, che non esercita alcuna influenza sulla realtà concreta. C'è sempre meno tensione tra astratto e mondo reale, tra astrazione, nella quale l'individuo imposta un proprio disegno comportamentale, e realtà esistenziale che deve essere quotidianamente affrontata e vissuta, ispirandosi a quel disegno.
    Anche valori come etica, giustizia, uguaglianza, libertà e, diciamolo pure, democrazia sono sempre più confinati nell'ambito delle pure astrazioni. Sul piano soggettivo, individualmente sentito, rappresentano solo un riflesso di quanto l'uomo pretenderebbe nel corso della propria esistenza.
    Voglio dire che, comunque, non sono più gli stessi riferimenti di cinquant'anni fa.
    Oggi, paradossalmente perché li si considera principi "acquisiti", non sembrano meritare le stesse attenzioni di un tempo e sono collocati fra le "cose" scontate, "astratte", appunto; se ne avverte la presenza ovviamente nel mondo concreto della realtà. La certezza del diritto ne è fortunatamente, anche se non sempre, ancora una prova, ma una presenza non così determinante e decisiva come un tempo si avvertiva. Tanto è vero che il richiamo ad essi non è mai assoluto, ma ad essi ci si appella quando si chiede l'aiuto del codice nel caso di un diritto leso, oppure in dipendenza di obiettivi particolari: ne sono testimonianza, ad esempio, le varie "deontologie" associazionistiche e corporative. Aggiungerei anzi - non me ne voglia se sono un pessimista - che sono astrazioni, alle quali si tende a conferire concretezza spesso per puro opportunismo, tornaconto di alcuni a svantaggio di altri.
    Tra società basata su fondamentali principi di democrazia e società del benessere (ammesso che siano alternative l'una dell'altra, visto che la coesistenza di entrambe è sempre stata difficile) si tende sempre più a privilegiare quest'ultima."
    Grazie a quella che è stata la mia diretta esperienza nel mio Paese vorrei aggiungere a quanto le ho detto sulla società globale, il parere di un illustre politologo, Maurice Duverger, a proposito del ruolo fondamentale che i partiti hanno svolto nella vita politica dal dopoguerra in poi.

    Egli sostiene tesi che condivido pienamente. I partiti politici hanno quasi sempre svolto un ruolo atipico che ha fortemente condizionato la società. Mi spiego meglio: il ruolo istituzionale dei partiti dovrebbe tendere alla costituzione di un tramite tra Elettorato e Parlamento, una sorta di ponte ideale e insieme di porta-voce tra il cittadino elettore e i propri rappresentanti alla Camera e al Senato.
    Un ruolo svolto, a quanto pare, solo formalmente. La funzione dei partiti è stata, finora almeno, quella di porre in atto una continua competizione tendente a raggiungere ed occupare quelle sfere di potere, dalle quali il partito potesse trarre autorità e prestigio. L'affermazione elettorale in termini di consensi è l'ovvio obiettivo di ogni formazione partitica, ma l'aspetto allarmante è che tale obiettivo è stato sempre e soltanto quello primario di molti partiti, che sembravano, per così dire, aver perso di vista il loro ruolo istituzionale, al quale accennavo.

    Questo ruolo atipico dei partiti politici si è sviluppato particolarmente in Italia.
    Per fare politica in Italia non si poteva fare a meno di adeguarsi al sistema che Duverger ha definito del parlamentare-dirigente.
    Lo stesso Duverger sosteneva infatti che: "I parlamentari sono stati sempre più soggetti all'autorità dei dirigenti interni dei partiti. Il che significa che la massa degli elettori è dominata dal gruppo meno numeroso degli iscritti e dei militanti, a sua volta subordinato agli organismi direttivi. Se i partiti sono dunque diretti dai parlamentari, risulta evidente, agli occhi degli elettori, che il loro carattere democratico rimane illusorio."
    E aggiungeva che "…..I partiti erano costretti a creare l'opinione nella misura in cui la rappresentavano, la plasmavano con la propaganda sempre assai costosa……"
    E' certo che i partiti italiani si sono sempre ispirati a questo criterio, adeguati a questa consuetudine.
    I partiti stessi, paradossalmente quelli minori ed emergenti, sono stati e continuano ad essere (nel 1993 n.d.r.) vere e proprie "aziende".
    Se a quanto le ho detto prima aggiungiamo quest'ultima constatazione, ci spieghiamo in parte l'origine tanto dell'indifferenza delle nuove generazioni, assai meno stimolate a ricercare riferimenti nell'ideologia, quanto di quella che definisco allarmante volontà di porre in discussione i capisaldi etici di un tempo, a vantaggio dell'incontrastato potere del denaro. L'Italia attualmente (1993, n.d.r.) sta attraversando un periodo di pericolosa transizione, nel senso che non sembra per ora presentarsi una classe politica di "ricambio" che il cittadino sarebbe più disposto a legittimare. Il perché è semplice: la politica non è più la carta vincente. O meglio, il potere politico avrebbe ancora un senso, quando scendesse a patti, come in passato, con il potere che ne ha condizionato l'azione e attualmente lo sovrasta, il potere economico. Quest'ultimo paradossalmente sembra affermarsi in maniera autonoma, mentre la classe politica ne sembra in stretta dipendenza."

    Maitre credo sia giunto il momento di parlare di temi a lei più cari. Ad esempio di quello che certamente è un punto fermo della sua filosofia: Dio. E il rapporto che Egli ha con le sue creature. Nel suo libro "Dio e la Scienza" lei delinea una nuova via attraverso la quale si potrebbe forse giungere a comprendere meglio il significato della nostra vita, con l'aiuto e il rigoroso mezzo che la scienza mette a nostra disposizione. Lei parla di metarealismo nel suo libro dialogo, vuole dirci che cosa l'ha convinta che il mondo nel quale noi viviamo è una sorta di libro aperto per chi lo sa leggere? Cioè la ragione e la scienza ci possono in qualche modo aiutare a comprendere il motivo della nostra esistenza? Possiamo considerarli mezzi capaci, se non di svelare misteri, almeno di ridurre i nostri dubbi perenni?

    Sono due modi di pensare apparentemente diversi, ma riconducibili ad un unico preciso assunto. Dio è partecipe e estraneo allo stesso tempo alle nostre vicende umane, anche se ha voluto unirsi al nostro dolore con un Sacrificio.
    Ma non vorrei continuare su questo tema. Vorrei solo concludere accennando a quello che Mitterrand chiamava "mutismo di Dio". La mia risposta a questa domanda che egli mi pose spesso è sempre stata questa: Dio nella sua infinita grandezza può permettersi di avere rispetto della libertà dell'uomo.
    Sarebbe troppo semplice se Dio dicesse ad ognuno di noi, credi, fai questo, comportati in questo modo anziché in un altro. Ci ha dato libertà di scelta. E la possibilità forse di provare,
    attraverso la scienza qualche verità relativa che è lontana anni luce dalla verità assoluta.
    E infine un dono che tutti sentono ma molti trascurano che si chiama intuizione.
    Il pessimismo al quale ha accennato nel corso di questo dialogo in merito all'evoluzione della nostra società, pare incontri un contrasto nell'ottimismo con cui lei parla dell'uomo, della sua libertà e del suo rapporto con Dio.
    Sono un filosofo, ripeto. Un libero osservatore. E quanto le ho detto a proposito della società umana e del rapporto obbligato di quest'ultima con la politica, è una mia semplice constatazione. Il mio libro dialogo "Dio e La Scienza" è in ultima analisi un invito all'ottimismo.
    fine

    (A cura di Gian Paolo Pucciarelli)

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    Jean Guitton

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