Gonnesa. Al ricoverato, ospite dell'Aias di Cortoghiana, sono stati chiesti 2000 euro
Il disabile non può pagare: dimesso
È costretto a vivere in una casupola con i vecchi genitori
Un disabile di Gonnesa è stato dimesso dall'Aias perché non può pagare la retta. Da allora vive in una casupola piccola piccola e ad accudirlo ci sono i genitori ottantenni che fanno quel che possono. Ma lui si dispera, trascorre la giornata in pochi metri quadrati, dove non può neppure utilizzare la carrozzella, e spera sempre che venga nuovamente ricoverato. Nel centro di riabilitazione di Cortoghiana ha lasciato gli amici, i giochi che le assistenti organizzano con gli ospiti, le gite per il Sulcis. Da allora è depresso, guarda la tivù in continuazione, suona il piffero per tutta la mattinata. Pietro Podda, che oggi ha 46 anni, ha lanciato un appello. «Ho chiesto aiuto al Comune, ma mi dicono che non ci sono soldi. Come faccio?». Anche i genitori, il padre Paolino, e la madre Maria Batzella, sono disperati. «Noi facciamo quel che possiamo, lo laviamo, lo accudiamo, ma non abbiamo neppure un bagno decente. È uno sgabuzzino dove, per un disabile in queste condizioni, è impossibile farsi la doccia». Il suo letto si trova nel sottoscala, che è anche la cucina. E la notte c'è sempre trambusto perché sotto il suo letto ce n'è un altro che deve ospitare un altro parente. Una casa di quaranta metri quadrati dove vive anche una sorella del disabile con un figlio di nove anni. Da tempo la famiglia Podda è alla ricerca di un'abitazione decente, proprio per dare un ambiente migliore al figlio portatore di handicap. Ma, finora, non ne hanno trovato. Però Pietro vuole ritornare all'Aias, dove ha trovato l'ambiente ideale, dove può scrivere, leggere i giornali con gli altri, svolgere attività sociale insieme ai ricoverati. «Quando, alla fine dell'anno scorso, era stato internato per alcuni mesi, sembrava fosse rinato - ricorda il padre -, ma poi hanno chiesto duemila euro e, siccome noi non li abbiamo, ce l'hanno riportato a casa». Paolino Podda ha fatto il minatore, ha lavorato in una fornace in Continente (dopo essere stato licenziato dalla Carbosarda) e la sua pensione gli basta appena per tirare avanti. C'è quella di Pietro, che percepisce anche l'accompagnamento, ma non basta. Sommando tutte le pensioni non raggiungerebbero la retta da pagare all'Aias. Così è cominciato un vero e proprio pellegrinaggio da via Sant'Andrea, dove abita la famiglia Podda, al municipio (che dista poche decine di metri) per chiedere un aiuto per far ricoverare il disabile. «L'assistente sociale dice che non ha soldi. Ma neppure noi li abbiamo». Da quando Pietro è stato riportato a casa, non ha più potuto neppure usufruire delle cure di fisioterapia. Di lui si è scordata anche l'Asl. Soltanto due volenterosi, marito e moglie (Teresa e Mario ), soci dell'associazione Sosago, il sabato sera gli fanno fare un giro in macchina. E la domenica mattina lo accompagnano ad ascoltare la messa. Un gesto d'altruismo che sentono di fare per dare a Pietro un momento di svago. «Ha trascorso tutta l'estate fuori dalla porta seduto su una sedia - raccontano i genitori - a suonare il piffero». Altro non può fare perché nessuno può aiutarlo, o dedicargli tutto il tempo di cui avrebbe necessità. «Noi speriamo sempre che lo richiamino all'Aias - dicono i genitori -: possiamo anche fare i sacrifici ma a quella cifra non possiamo certo arrivarci». Antonio Martinelli




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Queste storie mi rattristano enormemente, anche perchè nessuno di noi è immune a tutto ciò, caliamoci un attimo nei panni di questa persona, che ha il dirittto di vivere una vita come gli altri, non deve essere abbandonato a se stesso.