Sharm el Sheikh, formalità e banalità. Solo la Francia preoccupata dal voto "embedded"
di red
Riparte la conferenza internazionale sull’Iraq. A Sharm el Sheikh, per il secondo giorno, i ministri degli Esteri di 20 paesi si riuniscono per definire il quadro della transizione politica di un paese ancora in guerra. Ultimo incarico per il segretario di Stato americano Colin Powell e primo lavoro per il neo ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini. Partecipano alla conferenza anche il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, e i rappresentanti di Unione Europea, Lega Araba e Organizzazione della Conferenza islamica.
Ma sembra che il tanto atteso vertice, alla fine, si ridurrà a formali dichiarazioni d’intenti che poco cambieranno nell’ingarbugliata vicenda irachena, ancora così lontana dalla pace e dalla democrazia.
Anche Gianfranco Fini inaugura il suo mandato alla Farnesina con un discorso che nulla aggiunge a quanto da mesi si va ripetendo: «Il passo importante da compiere adesso è il regolare svolgimento delle elezioni il 30 gennaio, che sono un appuntamento storico». Fini ha continuato dicendo che l’Italia avrà un ruolo anche nel “follow up”, ovvero nelle successive tappe post-elezioni verso la stabilizzazione dell’Iraq. Il mandato delle truppe italiane, ha precisato il ministro degli Esteri, «scadrà al completamento del processo politico in corso», o, meglio dire, «fino a quando il governo iracheno ce lo chiederà».
Il documento finale, che sarà sottoscritto dai partecipanti nella località turistica sul Mar Rosso, infatti vuole incoraggiare l'Iraq a tenere le elezioni nella data annunciata ieri dal premier ed interim Allawi, il 30 gennaio appunto, anche se Egitto, Giordania e la Lega Araba hanno ventilato l’ipotesi di uno slittamento del voto a dopo gennaio, per garantire la partecipazione degli arabi sunniti, alcuni capi dei quali hanno minacciato il boicottaggio. Ma, a quanto pare, quella degli Stati arabi non sarà una rottura e accetteranno comunque qualsiasi verdetto della comunità internazionale.
Generici appelli per un futuro di sovranità e democrazia per la popolazione irachena sono stati espressi a ruota anche dal ministro degli Esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit, dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, dal commissario per le Relazioni esterne dell'Unione europea, Benita Ferrero Waldner.
Gli unici vaghi spiragli di dissenso sembrano arrivare solo da Francia e Germania, le uniche ad aver alzato la testa di fronte all’unilateralismo americano. Il ministro degli Esteri francese, Michel Barnier a Sharm el Sheikh ha rinnovato le “differenze” rispetto all’invasione Usa e ha dichiarato: «Conosciamo tutti quali sono le diverse posizioni dei paesi su quanto ha portato alla situazione attuale. Ma ora bisogna guardare al futuro. La Francia, e l’Europa, sono pronte per farlo». Barnier ha continuato con un invito al governo ad interim iracheno a convocare tutti i gruppi politici del Paese prima delle elezioni, per garantire il massimo pluralismo. Il governo francese aveva auspicato che le diverse componenti del panorama politico iracheno, anche quelle non riconosciute dagli Stati Uniti, avessero voce in capitolo già durante la conferenza di Sharm el-Sheikh. La richiesta bocciata da Baghdad non fa presagire nulla di buono per le elezioni del 2005.




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