La ricetta di Bush: aiutare la crescita tagliando le tasse
di Cristina Missiroli
Per tornare alla Casa Bianca George W. Bush non ha parlato solo della guerra. Ha anche riscaldato il cuore di quanti tra i tradizionali sostenitori del Grand Old Party sono allergici alla politica estera e puntano tutta la loro attenzione sulla politica economica. Bush ha promesso che la sua riforma fiscale darà all’America un sistema “più semplice, più giusto e di sprone alla crescita”. Obbiettivi che, per molti dei repubblicani che rimpiangono Ronald Reagan, rappresentano il fondamento di qualunque riforma fiscale degna di questo nome.
Non è dunque un caso che la parte economica della campagna elettorale di Bush sia stato salutata in maniera più che positiva anche dai think tank più severi come l’Heritage Foundation. Non si sa fino a che livello Bush riuscirà ad incidere sulle tasse degli americani. Quel che si sa per certo, invece, sono i quattro principi che ispireranno la riforma. Quelli che da tempo vengono indicati proprio dagli economisti della Heritage Foundation.
1) Il fisco non deve punire il rischio di intrapresa né l’eventuale successo.
Una riforma fiscale deve tendere a minimizzare l’impatto negativo sulla propensione dei singoli ad affrontare rischi d’impresa e a perseguire il successo nella propria attività. L’imposta progressiva sul reddito (e in particolare la doppia tassazione del risparmio e dell’investimento) scoraggia gli investimenti e l’innovazione, che è rischiosa per natura. Il risultato è la mancata crescita e la diminuzione della formazione del capitale. Quando il potenziale ritorno dell’investimento si riduce, gli imprenditori diventano automaticamente meno vogliosi di rischiare il proprio capitale in nuove avventure e opportunità di affari. Un’aliquota alta di imposte scoraggia anche i lavoratori dall’accettare nuove sfide professionali e dall’allungare il proprio orario di lavoro: che senso ha lavorare di più se una parte sempre maggiore del ricavo viene devoluta in tasse e non rimane a disposizione di chi ha lavorato?
2) Il fisco non deve fare favoritismi.
L’attuale sistema fiscale americano è considerato dai repubblicani americani ingiusto. Premia e punisce i contribuenti sulla base di una serie di fattori arbitrari, compreso lo stato civile, la misura della famiglia, il reddito e l’attitudine al risparmio. La riforma fiscale dovrebbe perciò abbassare l’aliquota e allargare la base imponibile in maniera che ogni entrate sia tassata una sola volta. Non è giusto insomma che alcuni americani paghino meno tasse semplicemente perché scelgono di spendere il loro denaro comprando articoli che il governo americano ha deciso di incentivare con una facilitazione fiscale. E’ una legge economica che un basso livello di tassazione incoraggi il lavoro e gli investimenti. Tasse più basse combinate con una base più larga sono più efficienti, e incoraggiano una crescita del mercato meno distorta.
3) Il fisco deve essere comprensibile e non usare formule arcane.
L’attuale regime fiscale è considerato da molti americani inutilmente complicato Non osiamo immaginare come potrebbero reagire di fronte ad un modulo di dichiarazione dei redditi italiano. Per i conservatori americani il sistema, pure estremamente semplice se paragonato a quello italiano, è negativo per la crescita economica. Bush, nel suo intervento alla Convention, ha sottolineato che gli americani spendono ogni anno più di sei miliardi di ore per compilare la dichiarazione dei redditi. E non c’è dubbio che la maggior parte dei cittadini preferirebbe impiegare quelle ore in maniere più proficua. Lavorando o godendosi il tempo libero. Ma la complessità del sistema taglia le gambe a qualsiasi alternativa. La scommessa di Bush è dunque quella di semplificare ulteriormente il sistema in moda da mettere gli americani in condizione di compilare da soli e facilmente un unico modulo. Il calcolo dei fiscalisti Bush prevede un risparmio di 200 miliardi di dollari all’anno da parte degli americani.
4) L’aliquota fiscale deve essere bassa in modo da
incoraggiare la crescita economica.
Il consiglio degli economisti della Heritage Foundation è chiaro: anche durante il suo secondo mandato, il presidente dovrebbe continuare ad abbassare le tasse. Bush lo ha già fatto con i due tagli del 2001 e del 2003. Ed è pronto a spingere il congresso a rendere permanenti questi tagli. Ma dovrebbe ridurre ed eliminare anche la doppia tassazione sui dividendi azionari e sul “capital gain”. Perché spiegano all’Heritage Foundation, “un livello più basso di tassazione aiuterà gli americani ad ottenere un miglior livello di qualità della vita attraverso la crescita economica”.
Cristina Missiroli




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