La politica italiana è in crisi ed a rileggere la storia repubblicana questo non è che un classico. Ma né questa campagna elettorale permanente né l’elevato numero di elettori indecisi riescono a spiegare lo stato confusionale in cui versa.
La maggioranza è sempre più irrequieta ed ogni partito sembra puntare alla propria sopravvivenza più che alla definizione di un’azione politica ed economica chiara. La Finanziaria 2005 era l’ultima occasione per fare qualcosa che potesse contare davvero per riconquistare consenso elettorale. Ma ogni partito della coalizione ha preferito giocare per sé. I conti della legge di bilancio non tornano: secondo il Fmi mancherebbero circa 6 miliardi di euro, con la conseguenza di ricorrere ad una manovra aggiuntiva in Primavera, proprio a ridosso delle elezioni regionali. La pressione fiscale diminuirà in modo simbolico e questo determinerà la caduta di una delle promesse elettorali e del patto stipulato con gli italiani. “Perché non si sono tagliate le tasse” è la domanda che si pongono i sostenitori di questo governo e sembrano incapaci di darsi una risposta ragionevole. Che invece è lampante e chiara: “non si sono prodotti i tagli alla spesa per la copertura necessaria per realizzare la riduzione delle aliquote Irpef”. La crescita della spesa pubblica e l’azione di quanti sono stati attenti a non far colpire i propri interessi (il cosiddetto movimento del Nimby – Not in my back yard – il cui credo è “si può fare e disfare tutto, purché nulla tocchi i miei interessi”) hanno prosciugato buona parte di quei 6,5 miliardi di euro stanziati all’origine per coprire il secondo modulo della manovra fiscale. Così Silvio Berlusconi è deluso e dichiara di essere accerchiato da alleati che gli remano contro e gli impediscono di portare a realizzazione la promessa qualificante del patto con gli italiani. Dopo un primo appello ai partner a fare la propria parte, caduto nel vuoto, ed una fase nella quale ha assunto una posizione prettamente difensiva, Silvio Berlusconi ha deciso nuovamente di giocarsi il tutto per tutto. Sa bene che la rinuncia alla realizzazione del suo programma di governo e di taglio delle imposte lo porterà nel 2006 ad una sicura sconfitta, anche se i suoi avversari sono incapaci di definire un programma comune e credibile per la guida del Paese. Si rischierebbe di trasformare le elezioni in una sorta di referendum sul suo operato, sulla falsa riga di quanto accaduto negli Stati Uniti con George W. Bush, con la differenza che non potrà contare su una struttura solida alle spalle che lo possa sorreggere. Così il premier ha rotto gli indugi e la sua posizione è espressa in una lettera inviata al Foglio (del 23 novembre) nella quale ha assicurato che “La copertura per le riduzioni fiscali c'è” e che se all'interno della maggioranza non si troverà un'intesa il suo partito, Forza Italia, è pronto ad andare alle lezioni anticipate: «Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua. Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perché siano loro a decidere del proprio destino. O si attua il programma fino in fondo oppure la missione è finita e la parola torna al Paese». E’ tutto da vedere come reagiranno gli alleati a questo ultimatum e se Berlusconi tornerà per l’ennesima volta sui suoi passi cedendo alle richieste degli alleati.
Del resto ciò che inquieta di più ed alla fine rischierà di pesare fortemente sulle preferenze degli elettori, paradossalmente, sembra essere più la continua fibrillazione dei vari alleati di governo che la politica concretamente attuata. L’elettorato, infatti, appare sempre più smarrito ed i risultati delle ultime elezioni testimoniano proprio questo disorientamento dei sostenitori di centro destra che semplicemente non vanno a votare. L’immagine della coalizione è importante tanto quanto il contenuto della politica economica, ma fino ad oggi troppi leader del centro destra hanno più alla conquista di una marginale crescita della propria visibilità a scapito degli alleati che ad un consolidamento dell’alleanza.
Se il centrodestra vive il suo ennesimo travaglio interno, non si può dire che il centrosinistra goda di ottima salute. La crisi dell’Ulivo sta raggiungendo livelli marcati, ma essendo all’opposizione il suo malessere è meno evidente visto che non ricopre il ruolo di guida del Paese. Le spaccature interne sono ancora più clamorose ed evidenti tanto che Massimo D’Alema mette in guardia la coalizione evidenziando che manca una direzione politica forte e gli errori dell’avversario non necessariamente sono una garanzia per la vittoria, soprattutto quando non si riesce a preparare un programma credibile ed una squadra di governo compatta. Cosa che il centrosinistra non ha ancora realizzato e non sembra nemmeno in grado di compiere. La GAD appare come l’ennesima evoluzione di quel cartello elettorale destinato ad accogliere movimenti e partiti ideologicamente e politicamente agli antipodi. L’unica ragione per la quale l’Ulivo si è compattato fino a riabbracciare Rifondazione Comunista è sempre e solo dettata dall’avversione verso Silvio Berlusconi. Per il resto non solo non si riesce a identificare un programma comune, ma si è ostaggio della confusione più totale anche sull’organizzazione della struttura della coalizione e sul peso politico che dovranno avere i vari alleati. La spaccatura più clamorosa riguarda la scelta delle candidature delle prossime regionali, tanto che Fabio Mussi, leader del Correntone Ds, ha sintetizzato l'interminabile braccio di ferro fra Ds e Margherita sulla lista unitaria con l’emblematica frase “Siamo ormai alle male parole tra Ds e Margherita". I Ds hanno ormai abbandonato la diplomazia e sono categorici nel ritenere che o la lista unitaria si fa in tutte o quasi le regioni, oppure sarà meglio andare da soli ovunque e verificare il peso dei singoli partiti, anche per avere le idee più chiare sui rapporti di forza interni prima della trattativa per i collegi delle politiche del 2006. Con un leader, Romano Prodi, che si avvia a fronteggiare gli agguati degli alleati prima ancora di partire, la prospettiva non è delle più rosee.
Insomma, siamo dinanzi ad uno scenario imprevedibile con la sola certezza che i prossimi 18 mesi costituiranno la più lunga campagna elettorale della storia del nostro Paese.
Paolo Carotenuto
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