Una intervista a don Mazzi di 4 anni fa:

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L'asfalto delle stradine del parco Lambro, alle porte di Milano, è coperto da una poltiglia di foglie gialle. Pioviggina. Don Antonio Mazzi, 71 anni appena compiuti, apre il suo ufficio nella cascina Molino Torrette, sede centrale di Exodus, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Don Mazzi è un piccolo prete, con un pile colorato e la faccia un po' abbronzata. Si siede su una poltrona color panna con fiori rosa sbiaditi. È rilassato, ma le sue parole sono pesanti e solide come la pietra angolare del Vangelo: "In Italia il fenomeno dei preti malati di aids è meno diffuso che negli Stati Uniti, ma esiste. E, secondo la mia esperienza, riguarda soprattutto i preti eterosessuali".

Il tabù è rotto. Per la prima volta, ufficialmente, un prete italiano parla di sacerdoti malati. Malati della malattia che fa arrossire, ammutolire, morire. Il "male innominabile". Soprattutto per la Chiesa ufficiale, che ha sempre cercato di nasconderlo: troppo scomodo da affrontare in pubblico. Don Mazzi ha accettato di parlarne in esclusiva con Panorama.

Don Mazzi, in Italia quanti sono i preti sieropositivi?

Non ho dati precisi, né credo alle statistiche, ma certamente il fenomeno esiste: bisogna togliere l'aureola che c'è intorno ai sacerdoti. Non siamo dei santi.

Questo però può dirlo: quanti preti sieropositivi hanno cercato il suo aiuto?

Negli anni almeno una decina, forse 15. E altri ne verranno. Anche perché molte volte in me cercano solo un amico che non li giudichi.

E lei che cosa consiglia loro?

Prima di tutto a chi rivolgersi: medici, primari con grande esperienza, alcuni dei quali miei amici carissimi. E non solo milanesi.

Con quale diagnosi avvengono i ricoveri?

In ospedale ho notato che sulle cartelle non c'è scritto che sono malati di aids. Anche se è la verità, nessuno nomina quella parola.

E allora pronunciamola: ha mai visto morire di aids qualcuno di questi sacerdoti?

Due li ho assistiti sino alla fine, abbastanza recentemente.

Come si affronta il problema di un prete sieropositivo?

Io non devo risolvere alcun problema, ma rasserenare chi viene da me, perché fare del sesso per un prete è meno grave che essere ingiusti o non essere caritatevoli.

Il preservativo potrebbe servire?

È una soluzione limite. Sono più importanti la castità e una visione diversa dell'amore. Per fare i sacerdoti ci vuole coerenza.

Dunque i preti sieropositivi non sono buoni preti?

Per me, sì. Anzi, almeno quattro di quelli che ho incontrato erano o sono molto migliori di me. Poi succedono cose imprevedibili. Non esistono preti che quando si ordinano pensano già di andare a prostitute. Ma alcuni sono incapaci di controllare la propria sensibilità.

Qual è l'identikit dei sacerdoti malati?

Hanno circa quarant'anni. Anche perché da me arrivano anni dopo il rapporto che li ha infettati. C'è il frate, il parroco, il monsignore...

Anche i monsignori?

Certo. Sono preti come gli altri, con in più solo un titolo onorifico.

Ma i vescovi subiscono meno tentazioni di un prete di strada.

A volte alcuni vanno a cercarle. Anzi, secondo la mia esperienza, inciampano soprattutto i preti "istituzionali", che sono negli uffici, quelli che fanno gli impiegati, i segretari, i giornalisti. Forse si sentono meno preti, sono frustrati, vivono per la carriera.

E i missionari?

Vivono in culture molto diverse dalla nostra e rischiano più di altri, magari per la stanchezza, la solitudine, l'affetto della gente. A volte sbagliano perché vivono intensamente la loro vita pastorale. Ne conosco uno che sta molto male, che si sta curando qui in Italia.

E gli alti prelati del Vaticano?

Quelli non si confidano certo con me.

In Italia esistono comunità per preti malati di aids?

Non lo so. Io ai sacerdoti che chiedono il mio aiuto dico di ritornare nelle loro parrocchie, di continuare a fare il loro lavoro. Hanno bisogno, come tutti i malati di aids, di avere amici, di non essere etichettati.

Ha detto che i preti sieropositivi che conosce si sono ammalati a causa di rapporti di tipo eterosessuale.

È così. Hanno avuto avventure più o meno spensierate, soprattutto con prostitute. Forse pensavano di avere un rapporto con una persona sana. A volte, poi, basta un attimo di debolezza. So di un prete maturo che cercava di aiutare una prostituta ventenne, straniera, e non ha resistito alla sua sensualità. Queste donne quando trovano una persona disponibile si aggrappano come fosse un padre. Sono storie dolci e disperate insieme.

A lei situazioni del genere non sono mai capitate

Io ho delle ragazze in comunità che mi amano più di un padre, più di un marito. Se io non fossi a posto, forte... E si corrono gli stessi rischi con alcuni ragazzi, maschi.

Dunque oggi i preti sono continuamente sollecitati, tentati.

Una volta erano protetti dalla società, chiusi nelle loro canoniche. Negli ultimi dieci anni la società è cambiata in modo inaspettato e i preti stanno in mezzo ai disperati, a chi non ha amore. Per questo aumentano i rischi e bisogna avere dentro un grande equilibrio, non lasciarsi sedurre. La Chiesa di Roma l'ha capito e si sta difendendo.

In che senso?

Ha preso posizioni più rigide. I preti sono tornati a essere preti. Le dichiarazioni d'intransigenza di cardinali come Giacomo Biffi sono il segnale di una Chiesa che si difende, che se si allarga troppo corre il rischio di autodistruggersi, di lasciarsi invadere. Io resto sulla barricata, perché mi sono creato gli anticorpi. Non ho paura delle prostitute

Tra i preti sieropositivi che ha incontrato ci sono omosessuali?

Nessuno. Ma ai sacerdoti gay consiglio di accettare la propria omosessualità e di sublimarla. Purtroppo alcuni la vivono in modo tormentato: uno di quelli che conosco ha persino tentato il suicidio in un incidente d'auto spaventoso, da cui è uscito illeso e arrabbiatissimo.

Che età hanno i preti omosessuali?

Molti sono giovani. È un fenomeno che si sta diffondendo soprattutto nei seminari. E lì che esplode il problema. Come sulle navi e nelle caserme.

C'è anche la questione dei preti con figli. Sono tanti?

Quello è un problema che esiste da sempre. Conosco un vescovo del Sud che ha avuto un figlio da una donna che ha cresciuto il bambino in modo eroico. Si è tenuta dentro il segreto per tutta la vita. Oggi lei è morta e il ragazzo, ormai grande, non sa chi sia suo padre. Anche perché la maggior parte dei bambini dei religiosi vengono affidati come figli di nn.

Esiste una rete di affidamento, orfanotrofi speciali?

Credo che esistano posti dove questi bambini crescono, ma non so dove.

E ci sono consultori specifici?

Sul lago di Garda c'era un'abbazia dove si aiutavano sacerdoti omosessuali, innamorati, con figli. Ce li mandavano i vescovi. C'erano anche degli psicologi. Io vi ho lavorato sino ad alcuni anni fa: per esempio mi sono occupato di un prete, di suo figlio e della donna che glielo aveva dato. Lei era diventata anoressica. Li ho lasciati molto sereni. In Italia esistono altri posti di questo tipo, com'è giusto che sia.

E come affronta la Chiesa di Roma questo tipo di problemi?

Delega ai vescovi, che hanno grandi poteri. Una delle prime cose di cui si occupano appena arrivano nella nuova diocesi è il seminario. Ma se il mondo va male, non è perché nella Chiesa qualche sacerdote ha fatto l'amore o un figlio, ma perché tutti gli altri sono poco preti. Anche quelli con la tiara in testa.

(A cura di Giacomo Amadori, Panorama 24/11/2000)