A dirlo non è un pacifista, ma un veterano dei Marines: sergente Jommy Massey, dodici anni nel corpo speciale, ha preso parte all’invasione dell’Irak nel 2003. La sua crisi di coscienza è cominciata mentre comandava un posto di blocco delle truppe Usa fuori Baghdad. Ha visto i suoi soldati uccidere senza motivo oltre trenta civili a quel posto di blocco. Ed ha preso a guardare con occhi nuovi tutta la missione.
“Lo scopo dell’invasione era evidente per noi già otto mesi prima di cominciare l’attacco”, racconta: “tutto il nostro addestramento come Marines in quelle settimane era su come prendere possesso dei campi petroliferi di Ar Rumaylah. Avevamo mappe dettagliate e anche plastici del terreno attorno ai giacimenti fuori Bassora. Li abbiamo presi, e quel che ci restava da fare era correre su Baghdad”.
“Siamo stati come una banda di cowboy che entra in una città sparacchiando. Ho visto corpi bruciati dentro automezzi che chiaramente non erano veicoli militari. Ho visto cadaveri ai lati della strada in abiti civili. Di fatto, in tutto non ho visto più di due morti con uniforme militare.
“Non c’è stata nessuna vera azione di combattimento. Non avevano artiglieria; non avevano supporto aereo. Erano molto indeboliti, tutto il loro equipaggiamento era in condizioni miserevoli, per lo più residuati della guerra all’Iran. La prima guerra del Golfo, e poi le sanzioni, li avevano semplicemente distrutti. Non avevano voglia di combattere, né l’opportunità”.
Oggi è diverso, dice Massey: “la vera guerra è cominciata dopo che ci hanno visto assassinare civili innocenti. Hanno visto i loro cari uccisi dai Marines. E’ difficile dire a qualcuno che sei venuto a liberarlo, quando ha appena visto sparare a suo figlio, a suo marito, alla nonna”.
Massey racconta di quel giorno al posto di blocco, sulla superstrada appena fuori Baghdad. “Abbiamo fatto segno a un’auto di fermarsi e, poiché non l’ha fatto, abbiamo aperto il fuoco. Erano civili innocui. Non abbiamo trovato un’arma, esplosivi, niente. Uno di loro uscì dalla macchina, era ferito ma non grave, ed era il fratello di un altro che stava dissanguandosi nell’auto. Mi guardò e mi disse. Perché avete ammazzato mio fratello? Cosa vi ha fatto? Ho visto ammazzare così più di trenta persone in quel solo check point”.
Perché? Massey dà una giustificazione quasi incredibile: il segnale di fermata dato dai Marines nel linguaggio dei gesti dei commandos veniva equivocato dalle auto di passaggio.
“Nel linguaggio dei Marines, quando vuoi ordinare ad uno di fermarsi, alzi il braccio a pugno chiuso. Ma – l’abbiamo saputo più tardi – questo è un saluto, in altre culture. In Irak, quel gesto è un po’ come dire “ciao”.
Per questo gli iracheni non si fermavano; e i soldati Usa, impauriti e coi nervi a fior di pelle, hanno ucciso finché non gli è stato spiegato che usavano il gesto sbagliato. “Basta questo a vedere fino a che punto non siamo stati preparati a capire le diversità culturali degli occupati. Per noi, erano tutti terroristi”.
Massey dice di aver chiamato un’ambulanza militare Usa per soccorrere i feriti nella macchina. “Loro arrivano e caricano due uomini sulle barelle. Ma cinque minuti dopo tornano e ributtano i corpi a lato della strada. Erano crivellati di proiettili, ma erano ancora vivi. Per un po’ hanno agonizzato lì sulla strada”.

“La cosa stupefacente è che noi avevamo invitato gli iracheni, con altoparlanti e volantini, a tornare alla loro vita normale, tenere le scuole e gli ospedali aperti, perché noi eravamo lì per rovesciare Saddam, non avremmo fatto alcun male…Beh, quella gente faceva proprio questo, la loro vita normale. Passava dal posto di blocco e ci salutava, rispondendo al nostro pugno chiuso. E veniva crivellata”.

Dopo questo episodio, il sergente Massey ha cominciato ad obiettare ad alcuni degli ordini. Ha finito per essere rimpatriato “per motivi medici: depressione e stress post-traumatico”, secondo la diagnosi degli psichiatri militari. Ma una volta a casa, ha scoperto che il Corpo era sul punto di dimetterlo con biasimo, avendolo definito “obbiettore di coscienza”. E Massey s’è ribellato: “ho detto ai miei superiori: se volete bollarmi come obiettore di coscienza perché mi rifiuto di uccidere civili innocenti, ci vedremo in tribunale”.
Così ha fatto. S’è rivolto all’avvocato Gary Meyers, famoso per aver difeso militari in varie cause celebri (come il massacro di My Lai). Alla fine, il corpo dei Marines ha preferito non andare in aula: ha concesso a Massey il congedo onorevole che lui voleva. Ora si batte, dal villaggio del North Carolina dove abita, a far sapere la verità sull’Irak.
“Mi preoccupano i giovani Marines, quando torneranno a casa”, dice: “cosa diremo a un ragazzo che torna dalla guerra e qui l’economia va come va e non c’è lavoro per lui? A un ragazzo che ha appena finito di assassinare civili innocenti perché il suo governo ha violato ogni riga della Convenzione di Ginevra? Ci aspettiamo che diventi un onesto cittadino utile alla comunità?”.


di Maurizio Blondet