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Discussione: L'Inferno e l'Etica

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito L'Inferno e l'Etica

    " Il paese che Israele vuole essere

    Se la guerra è un inferno, la guerra contro il terrorismo è un inferno ancora peggiore. È facile sminuire le cose a tavolino, ma nella realtà è persino difficile persino immaginare il peso che grava su giovani soldati chiamati a combattere contro nemici che deliberatamente si mimetizzano da civili e che arrivano al punto di usare i propri civili come scudi umani. I soldati israeliani hanno dovuto imparare, a proprie spese, a non fidarsi mai di nessuno. A un posto di blocco alcuni soldati hanno perso la vita perché erano si erano affrettati a soccorrere una donna che sembrava una madre incinta sul punto di svenire, e invece era l’ennesimo mascheramento di una terrorista suicida. Alcuni bambini palestinesi sono stati sorpresi mentre piazzavano ordigni per conto dei terroristi, altri mentre si avvicinavano ai soldati con addosso cinture esplosive. Persino le ambulanze sono state usate per trasportare armi, bombe e terroristi palestinesi.
    Queste spaventose difficoltà, tuttavia, non giustificano il fatto di non fare tutto il possibile per evitare l’uccisione di non combattenti, in particolare minorenni.
    Il nostro obiettivo non è quello di adeguarci a degli standard internazionali che sembrano valere solo per Israele. Il nostro obiettivo deve essere quello di rispettare i nostri standard, gli standard del paese che vogliamo essere.
    Vogliamo essere un paese in cui ogni soldato, e a maggior ragione ogni ufficiale e ogni generale, consideri gli standard etici come parte integrante del criterio su cui valutare se stesso e la propria efficacia militare. Un soldato o un ufficiale che improvvisi arbitrariamente le proprie regole d’ingaggio o umili gratuitamente le gente a un posto di blocco deve essere considerato come un fallimento per se stesso, per la sua unità, per il suo paese e per le causa per cui combatte.

    (Da: Jerusalem Post, 28.11.04)
    "

    Con senescenza

  2. #2
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    Predefinito

    " L’arma dei deboli?

    di Evelyn Gordon

    Chi giustifica il terrorismo si basa fondamentalmente su due argomenti: che il terrorismo è un mezzo efficace per conseguire un obiettivo, e che è l’unico mezzo a cui può ricorrere la parte più debole. Si può dimostrare che entrambe queste asserzioni sono infondate.
    Lungi dall’essere efficace, la stragrande maggioranza dei movimenti terroristici è risultata un totale fallimento. Decenni di terrorismo del PKK in Turchia non sono riusciti neanche a intaccare l’unanime e globale opposizione a uno stato curdo. Prolungate campagne terroristiche da parte delle Tigri Tamil nello Sri Lanka e dell’ETA in Spagna non sono riuscite a conseguire l’indipendenza né per i tamil né per i baschi. Vari gruppi terroristi europei – Action Directe in Francia, Bader-Meinhof in Germania, Brigate Rosse in Italia – non sono riusciti a scatenare le rivoluzioni interne a cui miravano. Anche l’IRA, una delle più efficaci organizzazioni terroristiche, è riuscita a ottenere molto meno di quello che voleva: alla fine si è dovuta accontentare di un’autonomia nell’Irlanda del Nord come parte del Regno Unito sotto un governo congiunto cattolico-protestante invece del ritiro dei britannici e dell’annessione all’Irlanda con passaggio della provincia sotto potere cattolico che si proponeva.
    E non è neanche vero che i gruppi terroristi adottino questo metodo di lotta perché non sono in grado di sfidare la superiorità militare dei loro avversari. In realtà, movimenti guerriglieri con armi leggere hanno inflitto impressionanti disfatte ad alcuni dei più potenti eserciti del mondo, compresi quelli degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. In Vietnam, ad esempio, fu l’enorme numero di perdite subito dalle truppe statunitensi – circa 55.000 morti – che determinò la ritirata degli americani. Certo, i guerriglieri Vietcong erano aiutati dall’esercito del Vietnam del Nord. Tuttavia la stragrande maggioranza delle perdite americane fu causata da fuoco di armi leggere e ordigni esplosivi: gli strumenti a bassa tecnologia con cui i Vietcong sfidavano i carri armati, i jet e l’artiglieria pesante degli Stati Uniti. In Afghanistan, i mujaheddin non avevano nessun esercito regolare. Essi cacciarono la macchina da guerra sovietica dal loro paese con fucili e lanciamissili da spalla.
    Se dunque in generale le giustificazioni del terrorismo sono assai deboli, lo sono ancora di più nel caso del terrorismo palestinese. Tanto per iniziare, l’idea che i palestinesi debbano mirare ai civili perché sono troppo deboli per attaccare l’esercito israeliano non regge. A differenza di tanti altri gruppi che hanno una dotazione limitata di armi, per decenni l’Olp ha goduto dello stesso vantaggio dei Vietcong e dei mujaheddin: un incessante afflusso di armi (l’Urss riforniva palestinesi e vietnamiti, l’America riforniva gli afgani). Fu una precisa scelta di Arafat e dei suoi colleghi quella di usare queste armi soprattutto contro i civili anziché contro i militari. Inoltre, i palestinesi hanno conseguito i loro più clamorosi successi militari proprio nelle rare occasioni in cui ci hanno provato, dalla battaglia di Karameh del 1968 (quando le truppe israeliane non solo si ritirarono, ma dovettero anche abbandonare carri e altro materiale), ai pochi attacchi di guerriglia degli ultimi quattro anni: attacchi di tiratori scelti contro due posti di blocco militari nel 2002, ad esempio, causarono la morte di 16 israeliani (di cui 13 militari) senza una sola vittima palestinese; potenti ordigni stradali a Gaza hanno distrutto quattro carri israeliani con i loro equipaggi, di nuovo senza neanche una vittima palestinese. Nonostante questo, da quarant’anni le organizzazioni palestinesi preferiscono sempre attaccare deliberatamente obiettivi civili.
    A parte l’opzione della guerriglia, i palestinesi hanno un’altra alternativa che non è a disposizione di quasi tutti gli altri “movimenti di resistenza nazionale” della storia: quella di conseguire uno stato in modo pacifico, semplicemente stringendo la mano ai propri avversari.
    Uno stato venne offerto loro nel 1937, quando i britannici proposero di creare due stati nella Palestina Mandataria, uno arabo e l’altro ebraico. Ma i palestinesi rifiutarono, preferendo scatenare una campagna terroristica contro gli ebrei che vivevano nel Mandato nella speranza di acquisire l’intero territorio. Poi, nel 1947, fu la volta dell’Onu ad offrire loro uno stato. Ma essi rifiutarono di nuovo, preferendo unirsi a una guerra scatenata per annientare il neonato stato d’Israele. La guerra finì con la Giordania e l’Egitto che si erano impadroniti delle terre assegnate ai palestinesi. Poi, quando Israele conquistò quegli stessi territori da Giordania ed Egitto nel 1967, il partito laburista allora al governo annunciò che avrebbe restituito quelle terre a qualunque leader arabo che fosse pronto a firmare un pezzo di carta con una promessa di pace. Il partito Likud, ufficialmente contrario a questa politica, si dimostrò altrettanto ansioso di fare la stessa cosa: Menachem Begin restituì ad Anwar Sadat fino all’ultimo centimetro di Sinai egiziano.
    Ciò nonostante per più di vent’anni Arafat (e altri leader arabi) rimasero fissi sull’obiettivo di distruggere Israele e continuarono la loro spietata campagna terroristica contro i civili israeliani. E così, soltanto nel 1993 Yitzhak Rabin poté avviare il processo di Oslo. Ciò portò alla quarta occasione d’indipendenza per i palestinesi: l’offerta israeliana, nel 2000, di uno stato palestinese sul 97% dei territori. Ma – esattamente come nel 1937, nel 1947 e nel 1967 – essi rifiutarono l’offerta e preferirono rilanciare il terrorismo contro civili israeliani, causando in questo modo la rioccupazione israeliana dei territori.
    Dunque per i gruppi palestinesi il terrorismo non è uno strumento per conseguire l’indipendenza: è un obiettivo in se stesso, che essi hanno ripetutamente scelto al posto dell’indipendenza. Il fatto che l’unico movimento terroristico al mondo che abbia ripetutamente rifiutato pacifiche offerte di indipendenza sia anche l’unico che goda di un appoggio internazionale praticamente totale dice molto sugli standard morali della comunità internazionale. Ma non può cambiare il fatto che, anche per una vittima, il terrorismo non è né necessario né efficace. Nulla lo dimostra meglio del caso dei palestinesi, la cui passione per il terrorismo ha ripetutamente fatto sì che l’indipendenza sfuggisse loro quando l’avevano praticamente già in mano.

    (Da: Jerusalem Post, 23.11.04)
    "

    Con senescenza

 

 

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