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  1. #1
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    Predefinito El Salvador: Dove Sono I Bambini Scomparsi?

    EL SALVADOR: DOVE SONO I BAMBINI SCOMPARSI?

    Durante il periodo del conflitto armato in El Salvador fra 1980 e 1991, 75.000 persone hanno sofferto gravi violazioni dei loro diritti umani, comprese esecuzioni, torture e sparizioni. Gli abusi commessi furono di tale portata che sono considerati veri e propri crimini contro l’umanità in rapporti ufficiali di Organizzazioni Internazionali. Queste violazioni sono state commesse nella maggior parte dei casi dalle forze armate e dalle squadre della morte e, in misura molto inferiore, dal gruppo armato di opposizione, il Fronte Nazionale di Liberazione Farabundo Martí.
    Migliaia di ragazze e ragazzi furono vittime del conflitto. Centinaia vennero assassinati nei massacri commessi dalle forze armate e dalle squadre della morte; altri furono sequestrati dopo l’assassinio dei loro genitori o dopo essere stati separati da questi ultimi durante gli attacchi dell’esercito ai loro villaggi. Alcuni furono portati in orfanotrofi, altri affidati in adozione all’interno del paese o all’estero.
    Secondo i dati forniti alla Commissione per la Verità dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni, il numero totale degli “scomparsi” ammonta ad almeno 2598 persone. Tuttavia, è pressoché certo che il dato effettivo sia più alto.
    A partire dal 1987, alcune famiglie iniziarono a cercare notizie dei loro figli e riunirono i loro sforzi dando vita nel 1994 a Pro-Busqueda, associazione per la ricerca dei bambini scomparsi.
    L’Associazione ha trattato 687 casi, di cui circa il 40% sono stati risolti con la ricostruzione del destino degli scomparsi. Molti dei bambini sono stati dati in adozione, sia in Salvador e nei paesi vicini, sia negli USA e in Europa, compresa l’Italia.
    Amnesty International si batte da anni perché le numerose e gravi violazioni dei Diritti Umani commesse in Salvador trovino giustizia. Amnesty si è opposta, fin dalla sua promulgazione, alla legge di amnistia generale del 1993 e continua a sottolineare la mancanza di volontà dei governi fin qui succedutisi ad adempiere ai loro obblighi legali e morali di tutelare i diritti umani e garantire la punizione delle violazioni.
    Riguardo alla specifica situazione dei minori scomparsi Amnesty chiede che le denunce delle famiglie dei minori scomparsi siano prese in conto dalle autorità; che venga istituita una Commissione Parlamentare di indagine sulle scomparse dotata di effettivi poteri, così come previsto nel progetto della Associazione Pro-Busqueda; che a tutte le vittime delle violazioni sia garantito supporto materiale e risarcimenti adeguati: in particolare, i giovani ritrovati e le loro famiglie necessitano di un sostegno psicologico che deve esser fornito dalle autorità.
    Amnesty chiede anche che il Governo salvadoregno adempia agli obblighi sanciti dalle convenzioni internazionali di cui fa parte e che ratifichi (e metta in pratica) la Convenzione Inter-Americana sulle Sparizioni Forzate approvata nel 1994.

  2. #2
    Obama for president
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    Predefinito testimonianza di carmen

    Intervista a Carmen Lombardo – Versione integrale

    Quella che leggiamo qui di seguito è una storia molto significativa. È quella di due giovani salvadoregni, fratello e sorella (la storia è raccontata da quest’ultima), che hanno perso la loro famiglia di origine e sono stati poi adottati in Italia, ma che hanno avuto la fortuna di poter ricostruire la loro vicenda, legata ad uno dei periodi più bui della storia del Salvador, quella della guerra civile seguita al colpo di stato militare del 1979, segnata da gravissime violazioni dei diritti umani.
    Migliaia di ragazze e ragazzi furono vittime incolpevoli del conflitto. Centinaia vennero assassinati nei massacri commessi dalle forze armate e dalle squadre della morte; altri furono sequestrati dopo l’assassinio dei loro genitori o dopo essere stati separati da questi ultimi durante gli attacchi dell’esercito ai loro villaggi. Alcuni furono portati in orfanotrofi, altri dati in adozione all’interno del paese o all’estero.
    Secondo i dati forniti alla Commissione per la verità (l’organo istituito nel 1987 nel contesto degli accordi di pace) dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni, il numero totale degli “scomparsi” ammonta ad almeno 2598. Tuttavia, è pressoché certo che il dato effettivo sia più grande.
    A partire dal 1987, alcune famiglie iniziarono a cercare notizie dei loro figli. In seguito, le famiglie riunirono i loro sforzi e diedero vita nel 1994 a Pro-Busqueda, associazione per la ricerca dei bambini scomparsi.
    Questo gruppo ha compiuto infiniti sforzi per indurre le autorità salvadoregne a prendersi carico del fenomeno degli scomparsi, nonostante la mancanza di volontà dei governi fin qui succedutisi di adempiere ai loro obblighi legali e morali di tutelare i diritti umani e garantire la punizione dei responsabili delle violazioni.
    AI si batte da anni perché le numerose e gravi violazioni dei diritti umani commesse in Salvador trovino giustizia e sta svolgendo un’azione mondiale nei confronti delle autorità del paese centroamericano a sostegno delle rivendicazioni delle famiglie degli scomparsi.
    In particolare, AI chiede che le denunce delle famiglie dei minori scomparsi siano prese in debito conto dalle autorità, che venga istituita una Commissione parlamentare d’indagine sulle sparizioni dotata di effettivi poteri, così come previsto nel progetto di Pro-Busqueda, e che a tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani siano garantiti supporto materiale e risarcimenti adeguati. I governi finora succedutisi in Salvador, cui spetta la responsabilità di tale ricerca, non hanno finora rispettato i loro obblighi.
    È importante, quindi, che una testimone diretta di quegli eventi voglia raccontarci la sua storia. Lasciamo quindi a lei la parola.

    Mi chiamo Carmen Lombardo, ma da poco anche Patricia Maricela Vasquez Mendoza. Sono una ragazza nativa di El Salvador, adottata alla fine del 1982 (con il cognome di Lopéz) insieme a mio fratello Hernan (ora anche Rolando Alberto), dai coniugi Lombardo di nazionalità italiana.
    Ho sempre saputo della mia condizione di figlia adottiva, di essere orfana di guerra e di non avere nessuno al mondo se non mio fratello e i miei genitori adottivi ed ho sempre pensato con angoscia, come anche Hernan, alle mie origini. Da allora sono vissuta in Italia, a Faenza. Crescerci per i nostri genitori adottivi é stato molto difficile, perché dovevano combattere ogni giorno con le nostre paure e diffidenze e soprattutto con la nostra mancanza di affetto. Nonostante tutto, ci hanno cresciuto con tanto affetto, dandoci tutto quello che era possibile darci, rispondendo sempre alle nostre domande riguardanti i nostri ricordi, il nostro paese (“Come poteva essere mia mamma?”... “Ma com’è il nostro paese?”... “Mi ricordo che vivevo in una casa di mattoni”...). Insomma, avevamo raggiunto un nostro equilibrio e vivevamo con tranquillità la nostra vita familiare quando ci giunse una notizia eccezionale.

    Cosa successe?
    L’ 11 novembre 2000 arrivò proprio da El Salvador un plico contenente delle notizie. Leggerne il contenuto fu particolarmente emozionante, perché annunciava a tutta la famiglia l’esistenza in El Salvador di parenti biologici che i tutti questi anni avevano sempre cercato me e mio fratello senza perdere speranza.
    Ci comunicavano che i miei genitori erano morti, ma erano in attesa di nostre notizie nonni, zii, cugini, con i quali da allora ho instaurato un rapporto telefonico ed epistolare con scambio di fotografie.

    Chi vi aveva contattato?
    Il lavoro di ricerca era stato effettuato da Pro-Busqueda, un’organizzazione salvadoregna per i diritti umani, senza fini di lucro, che promuove e realizza la ricerca dei bambini scomparsi durante il conflitto armato, mira alla loro integrazione familiare e sociale, rivendica i loro diritti di identità e chiede una riparazione morale e materiale nei loro confronti.
    Dopo circa un anno e mezzo di contatti via lettera e via telefono con l’associazione e con i nostri parenti, i miei genitori adottivi, mio fratello ed io abbiamo deciso di effettuare questo viaggio nel Salvador, da sempre desiderato.
    Ci rendevamo conto che stavamo per vivere un esperienza più grande di noi. Eravamo pieni di timori, di domande, di pensieri perché mio fratello ed io andavamo a conoscere la parte di noi stessi che ci mancava e i miei genitori adottivi, che ne erano consapevoli, erano più emozionati di noi due.
    Il 9 luglio 2002 finalmente arrivammo all’aeroporto di San Salvador, la capitale, dove ci aspettavano Sara Morales, la psicologa di Pro-Busqueda che seguiva il nostro caso e Suor Annalisa, una suora missionaria italiana che ci faceva da interprete.
    Finalmente le conoscevamo di persona e vedevamo la gente del posto e l’ambiente, sentivamo il vociare, avvertivamo il caldo umido opprimente. Nonostante tutto, c’é voluto un po’ di tempo per renderci conto che eravamo arrivati. Il tempo di raggiungere l’hotel e di sistemarci e ci dissero che l’incontro con i nostri parenti sarebbe avvenuto il giorno dopo, come avevamo stabilito in precedenza. Sarebbe stato un giorno faticoso e psicologicamente forte.

    Quindi, il giorno seguente….
    Ci hanno accompagnato agli uffici di Pro-Busqueda, dove abbiamo avuto un colloquio con il direttore, padre Jon Cortina, gesuita e professore universitario dell’Università centroamericana, e con la psicologa Sara Morales, naturalmente con l’appoggio dell’interprete: un colloquio molto importante, perché ci preparava all’incontro con i nostri parenti biologici. Hernan, io e i miei genitori adottivi abbiamo avuto modo di esprimere i nostri sentimenti e di chiedere informazioni sulla vita dei nostri genitori biologici, in che circostanze erano morti e perché era stato difficile trovarci. Argomenti approfonditi successivamente con il signor Arcinio Suira, l’investigatore che aveva fatto le ricerche per circa un anno e mezzo e che è venuto il giorno dell’incontro.
    Il 10 luglio 2002 è una data che ricorderemo per tutta la vita. Alle 13,30 siamo arrivati a San Pedro Perulapan, un paesino sulle colline di San Salvador dove abitano i nostri familiari. Appena scesi dall’automobile ci aspettava un accoglienza che non potevamo mai immaginare. Un intero paesino si era rovesciato davanti alle case per conoscerci e salutarci. C’era addirittura un orchestrina che suonava per noi, palloncini appesi ovunque sotto le tettoie e un cartello con su scritto “Benvenuti, Hernan e Carmen!”

    Cosa avete provato?
    Sembrava un sogno, non era possibile quello che ci stava succedendo! Invece eravamo lì. Per noi era tutto estraneo, però sentivamo una certa affinità con quel mondo e quelle persone. I nostri cuori erano colmi di gioia ma incombeva anche un senso di tristezza, perché andavamo alla ricerca del nostro passato ma mancavano le persone cui avevamo sempre pensato tanto nella nostra vita: i nostri genitori naturali. L’ emozione era tanta che quando ho abbracciato gli zii materni e paterni e i nonni e ci é stata mostrata la foto di nostro padre sono scoppiata a piangere come mai avevo fatto fino a quel momento. Mio fratello, da vero uomo, ha resistito ma era emozionato anche lui, forse più di me, perché quando é venuto in Italia, aveva un età in cui si può già avere dei ricordi, sette anni mentre io ne avevo solo cinque.
    Tutti, i nonni materni, gli zii paterni e materni, i cugini e un numero infinito di persone si sono presentati davanti a Hernan, a me, in modo particolare davanti ai miei genitori adottivi per ringraziarli di averci cresciuto ed educato bene e di aver accettato di conoscerli e di venire nel Salvador.
    Si può dire che è stata una vera e propria Resurrezione, sia per noi che avevamo ritrovato le nostre radici, sia per loro che dopo venti anni incontravano i nipoti.
    Durante i due giorni che Hernan ed io abbiamo dormito da loro, abbiamo potuto vedere meglio il posto dove abitano, conoscere le loro usanze, le abitudini e il mangiare tipico. È stata una soddisfazione perché abbiamo potuto riconoscere odori e sapori che avevamo memorizzato da piccoli e constatare che la loro vita è molto semplice: vivono di ciò che coltivano e allevano, si costruiscono le case e la chiesa e sono molto legati ai valori della famiglia, dell’unità, dell’aiuto reciproco. Hanno la nostra più completa ammirazione.

    C’è qualcosa di particolare, che ti torna alla memoria?
    Tra i tanti momenti emozionanti che abbiamo vissuto ce n’è uno in particolare che vorrei raccontare e cioè quando abbiamo visitato la casa che aveva costruito nostro padre e dove era nato e vissuto per un anno mio fratello prima che i miei genitori fuggissero via perché perseguitati dai soldati. Quella casa, che avrebbe dovuto essere la sede della nostra famiglia e invece per via degli eventi bellici rimase vuota, è stata custodita con cura dai miei parenti.

    Cosa hai saputo della vicenda dei tuoi genitori naturali?
    Ci hanno riferito che nostro padre era impegnato nella lotta armata contro il regime militare e che mia madre, fuggita con lui portandosi dietro Hernan e incinta di me, era stata sistemata in una “casa di sicurezza“ assegnatale dal Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale. Per fuggire alla rappresaglia dei militari, ci aveva cambiato i nomi (ecco perché il cognome Lopéz). Poi una pattuglia di soldati aveva scoperto il nostro rifugio. Fu allora che nostra madre scomparve e tuttora non si sa se è viva o morta. Io e mio fratello fummo portati in un orfanotrofio. Dopo tre anni, fummo dati in adozione ai nostri attuali genitori, che avevano fatto richiesta al governo tramite l’ambasciata di El Salvador a Roma.

    Avete avuto modo di conoscere le storie di altri giovani come voi?
    Ne esistono tante altre, anche più atroci e drammatiche, perché nei dieci anni e più di guerra sparirono e morirono tanti bambini, donne, uomini, preti. Il mio pensiero va a Monsignor Romero e ai cinque gesuiti assassinati durante il conflitto.
    Alcune le ho potuto sentire durante lo “Scambio internazionale di giovani rincontrati”, organizzato proprio da Pro-Busqueda, i cui temi principali erano l’identità e la riparazione sociale. C’erano, oltre a Jon Cortina, la direttrice delle Abuelas de Plaza de Mayo Estela Carlotto, testimone di una storia, quella argentina, simile alla nostra, e cinque giovani del Salvador che hanno presentato un libro intitolato Historias para tener presente, in cui ognuno ha narrato la propria storia, il proprio incontro con i familiari biologici, le proprie sensazione ed emozioni.
    Insomma questo viaggio ci ha riempito di emozioni: ogni giorno c’era sempre qualcosa di cui pensare, riflettere e parlare in famiglia.

    Cosa sapevi, prima di ricevere la comunicazione di Pro-Busqueda e andare in Salvador, della storia recente del suo paese natale, in particolare del periodo della guerra civile?
    Né io né mio fratello né tanto meno i miei genitori adottivi sapevamo di Pro-Busqueda. La conoscenza é stata improvvisa e inaspettata. Siamo ancora in contatto con loro, perché fanno da tramite per comunicare con la famiglia nel Salvador.
    Devo dire che mio fratello ed io abbiamo potuto completare la storia della nostra vita e, anche se per ottenere tutto ciò abbiamo dovuto affrontare emozioni molto forti che abbiamo condiviso con i nostri genitori, siamo felici ed entusiasti di poter essere testimoni di quello che Pro-Busqueda ha fatto e sta ancora facendo per i ragazzi che si sono già incontrati e per le famiglie biologiche che aspettano di incontrare i loro cari.
    Tutto il lavoro di ricerca investigativa, il sostegno psicologico, ciò che concerne la parte legislativa, l’amministrazione, i volontari… tutti sono importanti. Ognuno dà il massimo per collaborare, per aiutare e vedere tutto questo all’opera ti insegna e ti educa colpendo la parte più profonda di te stesso.
    È per merito di questa associazione se io e mio fratello e i miei stessi genitori adottivi abbiamo potuto avere l’opportunità di conoscere i nostri parenti e di apprendere la storia crudele del nostro paese, dell’Argentina e di quasi tutta l’America Latina. Per quanto riguarda la storia del Salvador, ne conoscevamo solo una piccola parte e ci turbava molto il fatto di non saperne in modo più approfondito.
    Parlando della nostra esperienza in famiglia e con le altre persone, ci siamo resi conto che solo pochi, pur essendoci molti mezzi di informazione, conoscono le situazioni particolari e difficili degli altri paesi lontani da noi.

  3. #3
    Hanno assassinato Calipari
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