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Urla nel silenzio
di Tom Bosco

URLA NEL SILENZIO






Quello che però in questi giorni mi ha colpito maggiormente è lo strano silenzio calato sull’Iraq: sembra letteralmente sparito dalle cronache, che ne hanno parlato soltanto in relazione ai colloqui internazionali avviati in Egitto per risolvere i problemi del paese. Dopo incessanti resoconti giornalieri sulla situazione a Falluja, Mosul e altre città in mano alla resistenza, improvvisamente poco o nulla trapela sull’attuale situazione. Mi domando se questo possa avere a che fare coi resoconti trapelati qualche giorno fa, secondo i quali in realtà il 60% di Falluja sarebbe tuttora sotto il controllo dei guerriglieri. In tutto l’Iraq, sabato scorso sarebbe esploso un attacco generalizzato contro le forze di occupazione statunitensi (uscite allo scoperto dopo due giorni di calma apparente): a Baghdad, nel distretto di Al-‘Amiriyah, un’auto bomba avrebbe distrutto due veicoli di comando GMC e due Humvee, mentre durante degli scontri diretti i guerriglieri iracheni (usando C5K e RPG7) avrebbero distrutto due Bradley e un Humvee, oltre ad un altro veicolo blindato, e ucciso 22 soldati statunitensi; scena analoga nel distretto di Al-A’Zamiyah, dove la coalizione avrebbe perso tre Humvee e due Bradley, oltre a due pickup Nissan della “guardia nazionale” irachena, e sarebbero stati uccisi 16 soldati statunitensi e 9 guardie irachene; più tardi nella stessa zona un Bradley sarebbe stato distrutto e un altro immobilizzato, mentre altri sei militari USA sarebbero morti; nel corso di altri attacchi generalizzati, un’altra cinquantina di soldati statunitensi sarebbero stati uccisi e molti altri feriti (sembra che il conto totale dei morti assommi a 104), e un gran numero di veicoli di vario tipo, tra cui tre carri Abrams, sarebbero stati distrutti o immobilizzati. Un successivo resoconto parla di un totale di ben 185 soldati USA uccisi, 16 Humvee, 8 Bradley, 4 APC, 11 autocisterne o camion, 2 elicotteri Chinook distrutti o danneggiati (più di 50 sarebbero i morti accertati su uno dei due elicotteri, mentre non si conosce il numero delle vittime sul secondo).
Se ci fosse un fondo di verità in questi rapporti, questo spiegherebbe l’improvvisa cappa di silenzio calata sull’Iraq. Anche l’attività dei “tagliateste” è passata in secondo piano, dopo che coincideva regolarmente con notizie o scandali che mettevano in imbarazzo gli statunitensi (torture, massacri di civili inermi, uccisioni a freddo di prigionieri feriti, etc.), il che rafforza in me la convinzione che questi gruppi “terroristici” in realtà facciano parte di una rete organizzata e gestita da qualche servizio segreto non meglio identificato (qualcuno parla di CIA-DIA-Mossad) per screditare la legittima resistenza irachena. E così Margaret Hassan, Nick Berg, Daniel Perl e molti altri ne hanno fatto le spese, pagando con la vita per queste “PsyOps”, queste operazioni psicologiche contro la guerriglia. Nel caso della Hassan, cosa ci avrebbe guadagnato il movimento di resistenza dalla morte di una persona impegnata da oltre 25 anni nell’assistenza umanitaria alla popolazione irachena, e per giunta sposata con un cittadino iracheno? E chi ci ha invece guadagnato da questa atrocità? A tutt’oggi non è ancora chiaro chi o quale gruppo l’avrebbe uccisa!



Cambiando argomento, con la crisi economica che aleggia, per rimpinguare le vostre finanze potreste raccogliere la sfida da 100.000 dollari di premio, offerti dal milionario (in dollari) americano Jimmy Walter a chiunque riuscirà a dimostrare scientificamente come l’impatto degli aerei e il conseguente incendio abbiano potuto far crollare le due torri del WTC nel corso degli attacchi dell’11 settembre 2001, secondo la versione ufficiale dei fatti fornita dal governo. Sembra addirittura intenzionato a spendere un altro milione di dollari (oltre all’uno e mezzo già spesi) in pubblicità sul Wall Street Journal, sul New York Times, sul New York Daily News e molti altri quotidiani della Grande Mela… chissà, forse avrà sentito di quel sondaggio della CNN secondo il quale ben il 90% degli interpellati ritiene che il governo sia in qualche modo implicato negli attentati.