Fonte: DestraSociale.org
Italia protagonista
C’è chi pensa che la politica estera sia una sorta d’attività collaterale alla politica vera, che è l’amministrazione delle cose di casa. In realtà una nazione che non si proietta al proprio esterno è come una farfalla che non esce dal bozzolo. E l’imperialismo ed il colonialismo non sono le uniche forme di "proiezione" che la storia abbia conosciuto. Senza bisogno di formule "cosmetiche", quali esportazioni di valori e sistemi politici benefici, è chiaro ad ognuno quanto indispensabile sia per la sopravvivenza e l’evoluzione di una nazione incidere fattivamente sulla realtà geopolitica nella quale si trova. E oggi che la globalizzazione ha accelerato il processo che fonde i "mondi" in un mondo solo, questo è ancora più tassativo. L’Italia, pur nata come nazione in maniera non dissimile dalle altre potenze europee, ha una tradizione di politica estera differente. L’essere uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, essersi trovata, per motivi storici, a fare da cerniera tra il mondo atlantico e quello sovietico e, per motivi geografici, tra l’Europa e il mondo arabo-musulmano, ha dettato le regole delle relazioni italiane con l’esterno degli ultimi sessant’anni. Frenata come potenza economica da una pesante presenza di interessi stranieri in Italia, limitata come potenza militare dagli accordi di pace, l’Italia si è affermata, spesso in sordina, come potenza diplomatica e come forza di equilibrio, in quella che dalla fine della guerra si è dimostrata l’area più calda del pianeta. Il Mediterraneo è stato per millenni il centro mondiale degli scambi culturali e commerciali, come dei conflitti: è tutto questo che ne ha fatto la "culla della civiltà". L’Italia è l’asse centrale del Mediterraneo e quando i romani definivano la loro città "l’ombelico del mondo", parlavano pragmaticamente anche di geometria. La scoperta dell’America spostò di fatto il flusso degli scambi da un asse Nord-Sud, alla rotta Est-Ovest, attraverso l’Oceano Atlantico. Questo segnò l’inizio del declino del mondo islamico e dell’isolamento dei Paesi arabi rispetto ad un nuovo centro di sviluppo nord-occidentale. Ma la geografia è un dato permanente, il che fa della geopolitica una scienza non determinabile dalla storia e meno che mai dall’ideologia. Se la collocazione geografica dell’Italia non cambia, non cambiano neanche le esigenze del suo interesse nazionale. Pur "migliore alleato", per esigenze di sopravvivenza, degli Stati Uniti - essendo sotto la costante minaccia comunista interna ed esterna - l’Italia non ha mai potuto fare a meno di coltivare e consolidare le relazioni economiche e commerciali con i Paesi della riviera Sud del Mediterraneo; semplicemente perché altrimenti non era plausibile. Nessun governo italiano - incluso quello di D’Alema - si è discostato da questa pratica, apparentemente duplice, ma in realtà solo realistica. Superficiali sono quindi coloro, invero pochi, che hanno accolto con stupore il rilancio di alcuni accordi strategici tra il nostro governo ed i governi di nazioni arabe o musulmane. Anche nel caso dei rapporti con la Libia, parlare di svolta è peccare di semplicismo. Leggere la politica secondo le categorie della comunicazione, che si ferma alle contingenze, impedisce di fare analisi durevolmente valide. Le conflittualità tra Italia e Libia degli ultimi decenni, sono state schermaglie diplomatiche - spesso dure, spesso motivate da pressioni esterne - che non hanno mai seriamente inficiato i rapporti di interdipendenza che ci legano. La campagna di rilancio delle interlocuzioni con il mondo arabo e musulmano, messi temporaneamente in crisi o anche solo in secondo piano dopo l’11 settembre, nasce dall’esigenza del nostro governo di dare risposta alle tre principali emergenze del momento: quella energetica, l’immigrazione clandestina e le minacce terroristiche. La strategia di "conflitto globale" di Al Qaida ha come obiettivo immediato la destabilizzazione dei regimi attualmente vigenti nel mondo musulmano, è quindi in quei Paesi che si isolano e si disinnescano le spinte terroristiche. I Paesi arabi che affacciano sul Mediterraneo sono la sponda di partenza dei carghi di clandestini provenienti dall’Asia e dall’Africa, ed alcuni di quei Paesi sono essi stessi all’origine di massicci flussi migratori. È con accordi di collaborazione con quei governi che potremo bloccare la tratta di esseri umani e, inoltre, favorire lo sviluppo locale di condizioni di vita che non invoglino alla migrazione. Sulle opportunità di dare risposte alle nostre esigenze energetiche attraverso tali accordi, non credo sia necessario spendere parole. Riaffermando il proprio ruolo nel Mediterraneo l’Italia otterrà e favorirà sicurezza e prosperità condivisa, si rafforzerà come partner commerciale preferenziale dei Paesi del Sud del Mediterraneo e acquisterà una funzione cardinale nell’Unione europea. Un solo vero ostacolo appare ancora insormontabile: il conflitto in Terra Santa, senza la cui conclusione è difficile immaginare che il Mediterraneo torni ad essere un mare sereno.
Marcello De Angelis




Rispondi Citando