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    Predefinito Karl Rahner: La teologia della disincarnazione

    17 Novembre 2009


    Karl Rahner: La teologia della disincarnazione

    Relativismo, modernismo e pensiero debole. Padre Cavalcoli accusa il grande architetto del Concilio di «tradimento». E confuta punto per punto le sue «eresie»

    di Antonio Gaspari
    Non c’è ambiente più ospitale per gli sgambettatori dell’ortodossia cattolica dell’immediata eredità del Concilio Vaticano II, quel periodo fluido in cui all’improvviso si sono aperti crepacci teologici in cui anche oggi si rischia disgraziatamente di incorrere o nei quali ci si può deliberatamente tuffare. Di tutti gli autori che hanno imbracciato le armi del pensiero per proporre una teologia nuova da edificare in modo rigoroso sulle macerie di quella antica, il teologo Karl Rahner è allo stesso tempo il più influente e il più discusso. Nel gesuita tedesco c’è una naturale disposizione allo sconfinamento: oltre alle tentazioni di modernismo e panteismo, il focus polemico nei confronti di Rahner sta in quella “svolta antropologica” a cui Cornelio Fabro ha dedicato un volume nel 1974. Un testo caustico, teologicamente parlando. Oggi l’eredità friabile – e largamente irrisolta – di Rahner viene messa sotto accusa dal teologo Giovanni Cavalcoli, docente di Teologia dogmatica e Morale presso lo Studio teologico accademico bolognese, nel libro Karl Rahner. Il Concilio tradito, in cui il domenicano solleva i tappeti del pensiero rahneriano per vedere quanta polvere c’è sotto. Il testo è costato all’autore non soltanto anni di lavoro per raggiungere un perfetto rigore argomentativo ma anche un confronto permanente con i suoi superiori sull’opportunità di pubblicare un testo che mette in discussione radicalmente una certa interpretazione del Concilio, quel consesso di cui Rahner era perito e da cui successivamente ha tratto interpretazioni di alcuni insegnamenti della Chiesa che Cavalcoli non teme di giudicare «eretici». Siamo molto oltre il Rahner modernista e progressista criticato già da molte scuole teologiche. E quel che è peggio, dice Cavalcoli, è che Rahner, “il grande architetto della teologia del XX secolo”, non si è accontentato di proporre una visione alternativa al magistero della Chiesa, ma si è fatto, alla maniera protestante, «maestro e correttore di presunti errori», imponendosi anche all’interno della gerarchia stessa come teologo di riferimento di una presunta ortodossia.
    L’argomentare di Cavalcoli è una lama affilata, un incedere scientifico che sembra tratto direttamente da una quaestio disputata medievale: ogni affermazione viene analizzata e messa a confronto con una sentenza del magistero ufficiale per tirarne fuori contraddizioni e aporie, fino al precipitare della verità.
    Nel libro accomuna le tesi di Rahner a una corrente di pensiero che ha prodotto «disaffezione per la verità, saccenteria, superbia, sete di potere ed empietà, ribellione al Magistero e al Papa, cedimento agli errori della modernità, assenza di confutazione degli errori, profanazione della liturgia». Accuse gravissime che Cavalcoli ripercorre in sintesi parlando con Tempi: «Karl Rahner, ad esempio, estende l’identità dell’essere col pensiero a tutto il reale, mentre quest’identità appartiene solo a Dio; oppure c’è l’idea che Dio muti con la conseguente negazione delle due nature di Cristo e quindi la negazione del dogma dell’incarnazione». Una tradizionale critica a Rahner ripresa da Cavalcoli è quella di relativismo, dalla quale sono discese pressoché tutte le etichette di pensatore debole applicate al gesuita tedesco. Cavalcoli spiega che Rahner è arrivato a posizioni relativiste attraverso «la negazione dell’universalità e immutabilità del concetto», idea che abbonda nel rahneriano Corso fondamentale sulla fede ed è ben sintetizzata in una citazione che Cavalcoli estrapola dal suo libro: «Sempre e dappertutto l’uomo, nelle decisioni assolute e irrivedibili della sua vita, si basa su realtà storiche sulla cui esistenza e natura egli non possiede teoreticamente alcuna assoluta sicurezza». E se il percorso della conoscenza è immerso nella nebbia dei condizionamenti storici, Cavalcoli sottolinea come a maggior ragione Rahner non possa ammettere concetti dogmatici che non siano macchiati dalla relatività: «Il credere di poter afferrare i piani superiori del reale con la sua “esperienza trascendentale”, nella quale, per la sua assoluta, proclamata indeterminatezza, ci può essere tutto e il contrario di tutto, è una pura e semplice illusione», conclude Cavalcoli.

    Una exit strategy esiste
    Secondo la ricostruzione di Cavalcoli, «il rahnerismo, con il pretesto dell’apertura al mondo moderno, del dialogo, del pluralismo, della democrazia, della libertà religiosa e di ricerca, dell’ecumenismo, dell’ispirazione dello Spirito Santo, ha eliminato nel Corpo di Cristo le difese immunitarie, rendendo insipida o discutibile la Parola di Dio, e ha tolto il muro di cinta della vigna del Signore». Uno scenario teologicamente corretto che Rahner ha disegnato con pazienza, nei lunghi anni dopo il Concilio che lo hanno consacrato come un gigante della teologia. Rimane la domanda: come e in quali spazi ha potuto liberamente creare un impianto filosofico alternativo? «Rahner lo ha fatto – spiega Cavalcoli – perché ha frainteso il vero spirito del Concilio, quasi che esso fosse un ritorno di modernismo e rinunciasse alla tradizionale condanna degli errori. Inoltre, ha affrontato la trattazione di tutti quei temi senza quel discernimento e quello spirito critico che gli sarebbero stati forniti da una sana preparazione filosofica e teologica fondata sulla fedeltà al magistero della Chiesa e in special modo su san Tommaso d’Aquino, raccomandato da secoli come guida negli studi filosofici e teologici». E nel proporre un’exit strategy dalle derive rahneriane sul Concilio, il domenicano dice che «occorre correggere gli errori di Rahner alla luce della dottrina della Chiesa e della sana filosofia», uno sforzo che implica «un intervento prudente, mirato, sistematico e organizzato dell’episcopato sotto la guida della Santa Sede».
    L’opera di “riconquista” del Concilio, conclude padre Cavalcoli, «richiederà molto tempo, ma con l’aiuto dello Spirito Santo, giungerà certamente a buon fine. Allora il Concilio sarà compiuto».


    Karl Rahner: La teologia della disincarnazione | Tempi

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    Predefinito Rif: Karl Rahner: La teologia della disincarnazione

    17 Novembre 2009

    Rahner: «Se ne avessi la forza, lo combatterei»

    Le note di De Lubac e il no di Spaemann

    di Lorenzo Fazzini
    Rimandato a settembre. Ormai i suoi più insigni colleghi, viventi e non, sul pensiero di Karl Rahner hanno emesso una sorta di responso accademico che problematizza l’opera del celebre teologo germanico. Interpellato da Tempi su quale sponda si ponga tra il trascendentalismo di Rahner e la via estetica del suo “rivale” Hans Urs von Balthasar, Robert Spaemann, uno dei più grandi filosofi e teologi viventi (all’università di Monaco ha preso il posto di Hans-Georg Gadamer), risponde con una pacata osservazione: «La teologia trascendentale di Rahner cerca di ricostruire il contenuto della rivelazione nel modo in cui la ragione umana è capace di anticiparne il contenuto. Il fatto che Dio parla è dovuto alla sua libertà. Il contenuto di quel che dice, quando afferma qualcosa, possiamo comprenderlo nella sua necessità interiore. Non c’è alcuna sorpresa nella rivelazione». Di fronte a questo determinismo aprioristico, Spaemann lancia quale alternativa la «necessità estetica» di von Balthasar: «Anch’egli parla di necessità, ma non vuole dire che possiamo anticipare da soli quello che ci viene detto, ovvero anticipare l’economia della salvezza. Questa necessità è paragonabile alla necessità di un’opera d’arte. Chi studia una sinfonia di Mozart o un quadro di Tiziano scopre che ogni frase musicale, ogni parte del dipinto sono esattamente quelle che dovrebbero essere. Si tratta di una necessità che comprendiamo solo dopo che l’opera esiste. La rivelazione di Dio è la storia della salvezza ed è paragonabile solo a un poema e non a un compendio di matematica».
    È dalla penna del teologo francese Henri De Lubac che si evince una critica autorevole al pensiero di Rahner. Scorrendo gli appunti di De Lubac durante il Concilio Vaticano II si delinea la progressiva dicotomia che lo separò da Rahner. Il 16 ottobre 1965 De Lubac annota – nel monumentale Quaderni del Concilio (Jaca Book) – un dettaglio della Commissione teologica: «Vivace discussione tra Rahner e Daniélou, a proposito dell’ateismo. Non riesco a capire bene quale strada Rahner vuole farci imboccare».
    E pensare che il teologo tedesco era stato uno dei più brillanti all’apertura del Concilio tanto che, in tandem con un giovane di nome Joseph Ratzinger, aveva predisposto un controschema sul tema della rivelazione. Di quel gruppo “progressista” capitanato facevano parte anche Hans Küng, oggi duro critico di Ratzinger, e Yves Congar, poi cardinale. Fino al 12 ottobre del 1962 Rahner era addirittura sotto censura del Sant’Uffizio; tolto l’impedimento, fu uno degli animatori più incisivi dell’assise conciliare. Tanto che, riferisce De Lubac, «il settimanale Time del 14 dicembre ha un articolo dedicato a p. Karl Rahner, con foto. Per molti, dice, il luogo più vitale del Concilio non era s. Pietro, ma una camera del terzo piano del Collegio germanico, occupata da p. Rahner, considerato come il più profondo teologo di oggi».
    A cosa si deve la presa di distanza di De Lubac e Ratzinger da Rahner? Siamo a fine 1963. Racconta il teologo francese: «Riunione all’Hotel Columbus per il lancio della rivista internazionale Concilium. All’inizio, riunione del comitato direttivo, attorno ai padri Rahner e Schillebeeckx; poi, riunione allargata. L’organizzazione sembra scrupolosa. Lo spirito, troppo asciutto, troppo “universitario”; il linguaggio, con una pretesa troppo “scientifica”; i teologi forse si prendono troppo sul serio». De Lubac e Ratzinger si dimettono dal comitato direttivo di Concilium (avrebbero poi fondato Communio). Il 17 ottobre 1964 arriva il distacco completo del teologo francese: «Ora, dopo aver letto lo scritto di p. Schillebeeckx su “la Chiesa e il Mondo”, provo un grande disagio. Non soltanto mi è impossibile condividere un tale orientamento teologico, ma, se ne avessi la forza, mi crederei in dovere di combatterlo. Se questo è l’orientamento di Concilium, è meglio che io mi ritiri subito dal Comitato direttivo. Quanto più saggio, più equilibrato, più veramente cristiano, il pensiero di un padre Teilhard, che tuttavia spaventa tanti teologi! Mai egli avrebbe detto che la rivelazione non fa altro che esplicitare il cristianesimo implicito del mondo profano. Parlo brutalmente, per essere chiaro». Anche Ratzinger ha avuto modo di spiegare perché si è allontanato dalla teologia rahneriana. Lo ha fatto a Vittorio Messori nel Rapporto sulla fede (San Paolo): al giornalista che gli chiedeva cosa aveva significato per lui la collaborazione alla fondazione della rivista Concilium, quella dell’“ala progressista” della teologia, Ratzinger nel 1984 rispondeva: «Non sono cambiato io, sono cambiati loro. Sin dalle prime riunioni, feci presente ai miei colleghi due esigenze: il nostro gruppo non doveva essere settario, arrogante, come se noi fossimo la nuova, vera Chiesa, un magistero alternativo con in tasca la verità sul cristianesimo. Bisognava confrontarsi con la realtà del Vaticano II, con la lettera e con lo spirito autentici del Concilio autentico».


    Rahner: «Se ne avessi la forza, lo combatterei» | Tempi

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    Predefinito Rif: Karl Rahner: La teologia della disincarnazione

    17 Novembre 2009

    Rahner: La personalità enorme e «pericolosa» del filosofo che «voleva troppo»


    di Piero Cantoni
    Da un po’ di tempo a questa parte vengono alla luce in modo crescente pubblicazioni critiche nei confronti della teologia di Karl Rahner. L’importanza di Rahner per la teologia (e non solo per quella) del nostro tempo è difficilmente sopravvalutabile. Ci troviamo indubbiamente davanti ad un gigante del pensiero. E’ noto l’elogio che ne ha fatto a suo tempo Hans Urs von Balthasar, che può essere a buon diritto considerato un suo fiero avversario: «Considero Karl Rahner, nell’insieme, la più robusta intelligenza teologica del nostro tempo». L’influenza di Rahner fu importante nel concilio ecumenico Vaticano II – di cui è stato perito – e nel burrascoso periodo del postconcilio, paragonato da Benedetto XVI a una «battaglia nella notte». Direi che soprattutto qui la sua impronta si è rivelata determinante: attraverso i suoi tanti e potenti discepoli e un certo modo di affrontare le questioni religiose da lui inaugurato. Ciò spiega la difficoltà di elaborare una critica oggettiva nei suoi confronti e anche le resistenze che ci sono ad ammettere un giudizio critico sul “maestro”, soprattutto quando si punta non tanto a discutere questo o quel punto di dottrina della sua sconfinata opera teologica, ma si vuol mettere in discussione l’impianto stesso della sua teologia.
    Questione delicata, perché la teologia di Rahner persegue indiscutibilmente l’obiettivo di una sintesi onnicomprensiva, proprio alla luce del moderno concetto di trascendentale. Scriveva Joseph Ratzinger nel 1982, discutendo il Corso fondamentale sulla fede: «Mi sembra che il problema vero e proprio della sintesi di Rahner sia il fatto che egli ha voluto troppo. Egli ha, per così dire, cercato la formula filosofico-teologica di portata universale, che gli avrebbe permesso di dedurre in maniera coerente, a partire da fondamenti necessari, la totalità del reale ».

    Tra malanimi e riverenze

    Che la teologia abbisognasse di una “riforma” era una convinzione che si andava facendo strada da tempo tra i teologi: suscitando entusiasmi e fiere opposizioni, non sempre immotivate. Nicolás Gómez Dávila ha condensato questo conflitto in un gustoso e profondo aforisma: «In seno alla Chiesa attuale, è “integralista” chi non ha capito che il cristianesimo ha bisogno di una teologia nuova; è “progressista” chi non ha capito che la nuova teologia deve essere cristiana». Lo stesso fratello di Karl, Hugo, fu uno dei primi ad avanzare la proposta di una teologia che si prestasse meglio alle esigenze della predicazione. Il suo progetto però procedeva attraverso il recupero dello stile e dello spirito che fu proprio della Patristica e della Scolastica. Così si muovevano altri: De Lubac, Chenu, Congar, Daniélou, Bouyer, Balthasar, Ratzinger. Rahner imboccò un’altra strada. Quella di una rivisitazione della filosofia di san Tommaso che la poneva in sostanziale accordo con la filosofia della modernità. La nozione tommasiana chiave, l’essere, in Rahner diventa un trascendentale in senso moderno e kantiano. Un a priori che informa tutto il modo di pensare e di organizzare il pensiero filosofico e quindi – posto che per Rahner l’impianto filosofico in senso speculativo e deduttivo è il criterio decisivo per una sintesi cristiana – anche teologico.
    Un altro grande filosofo e teologo, Antonio Rosmini, aveva colto l’essere come un a priori, anzi come l’ a priori (“idea innata”) che determina il pensiero e addirittura lo costituisce in quanto tale. Per Rosmini però l’a priori è oggettivo, per Rahner esso declina pericolosamente in senso soggettivo. Il grande Cornelio Fabro criticò l’operazione di esegesi tomistica rahneriana con una acribia e una ricchezza di documentazione sorprendenti. Chi però si aspettava una risposta proporzionata alla serietà scientifica delle accuse rimase deluso. Criticare, nel senso etimologico di discernere e giudicare, un pensatore come Rahner è molto difficile. Per tre fondamentali ragioni: prima di tutto, perché è stato molto, forse troppo, influente e il clima che si è imposto nell’“opinione pubblica” ecclesiale è tutt’altro che sereno. In secondo luogo perché il suo linguaggio è particolarmente difficile. Circolava tanti anni fa una striscia a tre vignette. Nella prima si vede un teologo a lezione davanti a un pubblico di studenti affascinati. Nella seconda, dagli studenti si leva un nugolo di punti interrogativi. Nella terza appare infine la colomba dello Spirito Santo che guarda giù stupita e spaesata il teologo impegnato nella sua appassionata lezione, anche lei con il suo punto interrogativo. Il teologo è ovviamente Rahner.
    Infine, si tratta di un’opera enorme: la sua bibliografia conta più di cinquemila titoli e l’opera omnia è prevista in trentadue volumi. L’a priori rahneriano sembra far inclinare fatalmente la sua teologia trascendentale verso un esito “atematico”, dove il mistero passa pericolosamente da oscuro per eccesso, cioè per esuberanza di luce, a oscuro per difetto. L’impressione è di un radicale, anche se non dichiarato, soggettivismo e – quindi – relativismo. Una brillante scrittrice e grande amica di Rahner, Luise Rinser, traduce con chiarezza in una lettera questa inquietante impressione: «Te l’ho detto qualche volta – tu sei terribilmente pericoloso per me. Tu mi educhi ad un relativismo che potrebbe essere mortale».
    Il dibattito può essere inquinato da un malanimo troppo a lungo represso, oppure – non nascondiamocelo – da una invidia meschina nei confronti di una intelligenza geniale, ma può essere anche ostacolato da una superstiziosa acquiescenza davanti al “mostro sacro”. Ben vengano dunque studi profondi, seri, onesti e oggettivi su questo grande teologo del nostro tempo. Amici ed avversari dovrebbero esserne solo contenti, posto che ciò che unisce nel profondo ogni vero teologo deve essere sempre e solo l’amore per la Verità.


    *professore presso lo Studio Teologico “Mons. Enrico Bartoletti”, Camaiore (Lu)


    Rahner: La personalità enorme e «pericolosa» del filosofo che «voleva troppo» | Tempi

 

 

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