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  1. #1
    Veneto indipendente
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    Serenissima Euganea
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    Red face Terroni: eroi per finzione

    --- Caso 1)
    Mesi fa, è stato realizzato un telefilm su Giorgio Perlasca, nasto a Como il 31 gennaio 1910. A qualche mese dalla sua nascita, per motivi di lavoro del padre Carlo, la famiglia si trasferisce a Maserà in provincia di Padova.
    Quella di Giorgio Perlasca è la straordinaria vicenda di un uomo che, pressoché da solo, nell’inverno del 1944 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei spacciandosi per console spagnolo.

    Emersa dopo un silenzio durato quasi mezzo secolo, la storia di questo “eroe per caso”, il cui nome oggi si trova a Gerusalemme tra i Giusti delle Nazioni, dimostra che per ogni individuo è sempre possibile assumersi la responsabilità personale per la difesa della vita e dell’umanità

    Vedere anche:
    http://www.giorgioperlasca.it/vita.html

    LA FIGURA DELL'EROE PERLASCA E' INTERPRETATA, MANCO A DIRLO, DA LUCA ZINGARETTI, NATO A ROMA NEL 1961.




    ---Caso 2)
    E' di qualche mese fa un telefilm sulla vita di Don Giovanni Bosco, nato a Becchi (Asti) il 16 agosto 1815.
    Ad interpretare la storica padanità di Don Bosco un bravo astigiano FLAVIO INSINNA, NATO A ROMA IL 3 LUGLIO 1965.





    --- Caso 3)
    Ora è la volta (tra poco sugli schermi TV) di Don Carlo Gnocchi, nato a San Colombano al Lambro (vicino a Lodi) il 25 ottobre 1902.
    Ad interpretare la grandezza morale ed il sacrificio altruista di Don Gnocchi è un attore che gli somiglia proprio, tal DANIELE LIOTTI, ROMANO, trentadue anni, ex calciatore appassionato di calcio, padre di un bambino piccolo, bravo cuoco e buongustaio, visto agli inizi in Cresceranno i carciofi a Mimongo e poi come re spagnolo Filippo il Bello in Giovanna la Pazza di Vicente Aranda, in avvenire destinato a impersonare il calciatore del Torino Gigi Meroni, un personaggio di gay e uno di lupo mannaro, è molto bello. Alto, snello, bruno, occhi grandi, naso da statua, ha una bellezza latina per niente volgare e notevolmente affascinante. Adesso ha pure avuto una buonissima occasione per mostrare la propria bravura, Forse ci siamo.
    L'AMICO ALPINO DI DON GNOCCHI SARA' MAGISTRALMENTE INTERPRETATO DA PIETRO TARICONE. Per lui, dopo il film "Radio West", un altro ruolo da soldato: «E pensare che non ho fatto nemmeno il militare a causa di un'asma allergica».


    -------------------------


    A NOI GLI EROI, AI TERRONI BASTA LA FINZIONE!
    Ma mica tanto... anche perchè l'itagliano di questi attori è fortemente contaminato dall'accento macheronico, il che può indurre molti telespettatori un po' sprovveduti a pensare che anche gli eroi interpretati siano di origine terrona.

    AFFANCULO!.........

    •   Alt 

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  2. #2
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    Vogliamo Pozzetto nei panni di Padre Piooooooooooo!

  3. #3
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    In origine postato da Beli Mawyr
    Aspettate di sentire l'accento dei "malanesi" che interpretano la fiction sulle 5 giornate in programma per il prossimo week end su rai 1.
    Ma forse in quel caso, per inneggiare al triculore e all'itaglia va benissimo quella parlata afroterrona
    è vero, questa sarà la chicca dell'anno, i malanesi terroni che lottano col triculore contro i cattivi austriaci nazisti ecc. ecc...peccato che Radeztky a Milan girava sezna scorta mentre il maiale savoia quando entrò fu accolto dal popolo a fucilate...

  4. #4
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    ahahahah ma l'ultimo a destra di che quartiere era di Milano, del Verziere? notate i tratti somatici ahahahah cazzo ma sembra Arnold del famoso telefilm con willis e il signor drummond





    anzi a riguardare la foto assomigli più a Willis (primo a sx)...


  5. #5
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    L'ATTORE AVREBBE PARLATO MALE DELLA LEGA IN UN'INTERVISTA
    Il produttore tv delle "Cinque Giornate" "scarica" Giancarlo Giannini


    Nei giorni scorsi il "Corriere della Sera" ha pubblicato una pagina di
    anticipazioni sul film tv in due parti "Le Cinque Giornate di Milano",
    co-prodotto da "Rai Fiction" e "Progetto Immagine" per la regia di Carlo
    Lizzani. Il film, che si sta girando in queste settimane a Moncalieri, vede
    tra i protagonisti Giancarlo Giannini, nel ruolo di Carlo Cattaneo, Chiara
    Conti, Daniela Poggi (la moglie di Cattaneo), Fabrizio Gifuni (il medico
    Giovanni, personaggio ispirato alla realtà). Nel corso della sua intervista
    al "Corriere", Giancarlo Giannini, di fronte a una domanda della
    giornalista, ha risposto: «Cattaneo se ne andò a Parigi con la moglie.
    Continuò a scrivere libri ricchi di intuizioni politiche straordinarie. Per
    esempio quel federalismo europeo che ha molto a che fare con l'Europa di
    oggi e nulla con le devolution leghiste».
    La delirante dichiarazione dell'attore (forse, anzi molto probabilmente,
    trascritta in maniera volutamente e malevolmente politica dalla cronista del
    giornale, che non ha mai nascosto le sue simpatie politiche anche se scrive
    per gli Spettacoli), specie per quanto riguarda il fatto che il Federalismo
    di Carlo Cattaneo abbia «molto a che fare con l'Europa di oggi», ha
    suscitato, tra le altre, le reazioni di uno dei due produttori del film.
    Maurizio Manni della "Progetto Immagine" di Milano ha inviato al direttore
    de "la Padania" e al dottor Agostino Saccà, direttore di Raifiction, questa
    lettera che volentieri pubblichiamo:
    "Gentile Direttore, la presente per presentarLe il nostro punto di vista
    sulle dichiarazioni del sig. Giancarlo Giannini al "Corriere della Sera"
    dell'11 aprile scorso inerenti la produzione della miniserie televisiva "Le
    Cinque Giornate di Milano" di Carlo Lizzani, dal momento che abbiamo saputo
    che alcuni esponenti del Partito del quale il suo giornale è espressione,
    non hanno gradito il tono di una frase riportata dalla giornalista e
    riferita all'intervista fatta sul set a Giancarlo Giannini.
    Per correttezza di informazione, possiamo ribadire che la sceneggiatura,
    così come approvata dalla Rai e presentata, per puro spirito di pubbliche
    relazioni, al Ministro Bossi (che ci ha, a tale proposito, incontrato più
    volte), e all'Assessore Albertoni, è stata interpretata dall'attore Giannini
    senza richiedere modifiche di sorta.
    La dichiarazione al "Corriere" è pertanto da ritenersi come un sua personale
    presa di posizione (sulla quale noi, come produttori della miniserie, non
    abbiamo possibilità di intervenire) fornita alla giornalista in piena
    autonomia e nulla ha a che fare con le motivazioni e lo spirito di giusta
    rievocazione storica che la nostra società, insieme alla Rai, vogliono
    fornire al pubblico televisivo italiano con questo prodotto.
    Siamo altresì rammaricati (pur non avendone colpa) del fatto che
    un'intervista organizzata per porre la giusta attenzione verso un progetto
    televisivo importante per il nostro paese, sia stata strumentalizzata
    dall'attore per un suo personale quanto inopportuno commento.
    Speriamo pertanto che lo spirito che ha accompagnato la nostra produzione
    sino a questo momento rimanga immutato e La invitiamo a voler porgere al
    Ministro Bossi i nostri auguri di pronta guarigione.
    Cordialmente
    Maurizio Manni - "Progetto Immagine Srl", Milano

  6. #6
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    meglio questo

  7. #7
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    ahahahah leggete la trama, praticamente una soap opera...

    PRIMA PARTE
    Milano, 1847. La città è governata dagli austriaci. Li comanda il maresciallo Radetzky (Enrico Bertorelli). Il popolo milanese è stremato dalle imposizioni fiscali ma soprattutto dalla mancanza di libertà. In occasione della nomina di un cardinale italiano alla curia milanese, il popolo scende in piazza festante. Non c'è aria di sommossa, ma la polizia ed i soldati austriaci attaccano lasciando sul campo morti e feriti.
    La brutalità della reazione austriaca induce Giovanni (Fabrizio Gifuni), un medico milanese di una trentina d'anni, ancora piuttosto tiepido nei confronti delle rivendicazioni di libertà, a rompere gli indugi e ad aderire alle istanze del patriota Enrico Cernuschi (Fabio Troiano), che aspira a cacciare gli austriaci da Milano. Nella conversione politica di Giovanni gioca un ruolo decisivo il giovane operaio Carlino (Giuseppe Soleri), che di Cernuschi è seguace, e che da tempo è un attivo rivoluzionario. Fra i due, nonostante le differenze sociali, si instaura un po' alla volta un rapporto di amicizia e di solidarietà, cementato dal comune impegno politico.
    Giovanni intanto ha conosciuto Amalia (Chiara Conti), una giovane contessina austriaca divenuta sua paziente. Amalia, che ha perduto i genitori, vive con suo zio, il duro generale Weber (Richard Sammel), stretto assistente di Radetzky. Ben presto fra Giovanni e Amalia scoppia la passione; ma Giovanni non sa che Amalia è stata promessa in sposa da suo zio, che le fa da tutore, ad un ministro dell'Impero. Amalia soffre di questa situazione, ma non ha il coraggio di rivelargli le verità, e cerca di vivere quei mesi a Milano non pensando al triste futuro che la attende a Vienna. Ma tutto è destinato a dissolversi una sera, quando Giovanni viene invitato da lei ad un grande ballo a Palazzo Reale. I due giovani ballano insieme senza sapere quello che sta per succedere, finché compare, a insaputa della ragazza, il suo promesso sposo arrivato da Vienna per farle una sorpresa. Giovanni scopre così la verità e scappa via furibondo, pensando di essere stato usato dalla ragazza, mentre Amalia - che invece lo ama sinceramente - sviene in mezzo alla sala.
    Sono i giorni freddi e terribili di inizio 1848. Lo spirito di ribellione non è morto, anzi da più parti in Europa si avvertono fermenti rivoluzionari. Carlino, che vive una storia contrastata d'amore con Teresa (Ana Caterina Morariu), giovane popolana che lavora alla mensa degli ufficiali austriaci, trasporta con una chiatta armi e fucili dentro Milano. Mentre Cernuschi progetta un'insurrezione, Carlo Cattaneo (Giancarlo Giannini) assiste con un certo distacco al fervore rivoluzionario che si sta diffondendo in città: per lui ogni forma di ribellione sarebbe subito sedata nel sangue e chi avrebbe tutto da perdere sarebbero proprio i milanesi. Carlino non è d'accordo con questa visione e a stento frena il suo carattere ribelle. Lui e gli altri patrioti si ritrovano spesso all'osteria del Pietrino (Michele Nani), un simpatico oste che condivide le loro idee. Qui ascoltano i discorsi infiammati di Cernuschi; questi non vuole assolutamente rinunciare a trascinare con loro l'attendista Cattaneo, che considera la vera mente politica milanese.

    SECONDA PARTE
    Intanto, attraverso alterne vicende, Giovanni e Amalia si sono ritrovati. Giovanni ha capito che i sentimenti di lei nei suoi confronti sono sinceri e che la sfortunata ragazza lo ama al di là di ogni avversità. Lei però è disperata, e attende le future nozze col ministro austriaco con lo stesso spirito di chi stia aspettando la propria condanna a morte. Il loro sembra dunque un amore impossibile, ma lo scoppio della rivoluzione del '48 cambia improvvisamente le cose. Infatti, a causa dei tumulti che imperversano per tutto l'Impero Austriaco, Amalia non può partire per Vienna - dove avrebbe dovuto raggiungere il suo promesso - e deve restare a Milano.
    Ormai il vento rivoluzionario è inarrestabile, e il 18 marzo i milanesi insorgono: è l'inizio delle "cinque giornate". Cernuschi, che è tra i più attivi nell'organizzare la rivolta, vede scendere inaspettatamente al suo fianco Carlo Cattaneo. Questi si è finalmente convinto che ogni mediazione col potere austriaco sia divenuta impossibile, e che l'unica strada percorribile sia ormai quella della sommossa. Il Cattaneo mette dunque a disposizione dei propri concittadini quella preparazione politica e quelle doti direttive senza le quali l'insurrezione avrebbe rischiato di concludersi con un fallimento.
    Mentre Cattaneo a palazzo Taverna dirige il consiglio di guerra, per le strade i milanesi combattono per la libertà: sorgono ovunque le barricate e infuriano gli scontri. Carlino intanto, vero braccio destro di Cernuschi, partecipa con incredibile coraggio ai combattimenti. Giovanni invece è stato incaricato da Cattaneo di metter su un presidio medico. In questo viene assistito fra gli altri da Teresa, la ragazza di Carlino, che ha coraggiosamente abbandonato il suo lavoro presso gli austriaci.
    La reazione austriaca è sempre più spietata. I soldati entrano in una chiesa e lì compiono una strage. Resta ucciso anche il giovane prete Don Marco (Stefano Scherini), da sempre vicino alle istanze dei patrioti milanesi. La prima a scoprire l'orribile strage è proprio Amalia: eludendo la sorveglianza dello zio, la ragazza è fuggita dal suo palazzo, ormai decisa a raggiungere Giovanni costi quel che costi. Lo trova subito dopo al presidio medico, e i due si abbracciano promettendosi di non separarsi mai più.
    Intanto gli austriaci segnano ripetute sconfitte in tutte le parti della città. Weber vorrebbe mettere a ferro e fuoco Milano, ma Radetzky si oppone. Il generale ovviamente è furibondo per la fuga della nipote. Spogliatosi della divisa per non essere riconosciuto, la cerca per tutta Milano; quando la vede insieme a Giovanni decide di tendere loro un agguato. Li segue di notte in un vicolo e fa fuoco. Giovanni viene ferito, e solo il provvidenziale intervento di Carlino, che uccide l'austriaco, impedisce a Weber di compiere la sua vendetta.
    Quella stessa notte, la notte che precede l'ultimo giorno d'insurrezione, Carlino può coronare il suo sogno d'amore: per la prima volta fa l'amore con Teresa, e le promette di sposarla di lì a breve, non appena gli austriaci avranno lasciato la città.
    Nel quinto giorno di insurrezione il centro di Milano è libero, si combatte solo dalle parti di Porta Ticinese. È qui che la cavalleria austriaca attacca il presidio militare comandato da Carlino. I patrioti milanesi hanno però la meglio e gli austriaci devono ritirarsi. L'evento tanto atteso da Carlino si sta dunque concretizzando, ma purtroppo il destino è in agguato. Profittando della ritirata austriaca, il giovane balza fuori dalla barricata per togliere la bandiera austriaca che sovrasta la porta e sostituirla con il tricolore. Ma un soldato nemico, riapparso improvvisamente, lo centra in pieno petto. Carlino muore sotto gli occhi di Teresa, di Giovanni e di Amalia, di Cernuschi e di tutti i suoi amici. Il suo corpo viene caricato su una carretta e portato da Teresa per un'ultima volta attraverso le strade di Milano. Lo segue tutto il corteo dei rivoluzionari.
    Scopriamo che tutto il racconto di quei giorni è stato fatto da Giovanni ad un bambino, suo figlio. E' il 17 marzo 1861, il giorno della proclamazione del Regno d'Italia. Giovanni ha un dono per il piccolo, una coccarda: la coccarda di Carlino. Poi padre e figlio raggiungono la folla che si accalca sollevando i tricolori, e scopriamo così che la mamma del bambino altri non è che Amalia. I due sposi hanno dato al loro primo nato il nome di Carlino, proprio come quel giovane idealista e coraggioso che anni prima s'immolò per la patria.

    In onda su Rai Uno domenica 5 e lunedì 6 dicembre

  8. #8
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    se non altro carlino l'hanno seccato , carlino "de noantri" ovviamente

  9. #9
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    La verità storica...da leggere

    http://www.cronologia.it/mondo28p.htm


    Mille popolani
    mandati a morire per difendere
    gli interessi dei signori
    ( del "diritto divino" )


    di PAOLO DEOTTO

    I regolamenti dell’esercito austro-ungarico nel 1848 erano rigidi e non lasciavano spazio a raffinatezze che sarebbero venute molto tempo dopo: anche d’estate la divisa era abbastanza pesante, lo zaino era molto pesante, il fucile invece pure. Del resto, un soldato è un soldato, e deve saper sopportare ogni fatica, d’estate come d’inverno. Ma quella domenica 6 agosto 1848 ai soldati austriaci che entravano (o meglio, rientravano) in Milano fu almeno risparmiata la fatica di combattere. Nell’afa estiva si concludevano le Cinque Giornate, che erano durate un po’ di più, centotrentacinque giorni, e si concludevano in modo curioso, col popolino che acclamava le stesse truppe contro cui aveva combattuto pochi mesi prima e che inneggiava al Maresciallo Radetzky, che fino a qualche giorno prima era uno dei simboli della tirannide e dell’oppressione.

    Popolino fellone? Forse, ma forse anche no. E come fanno cinque giornate a durare centotrentacinque giorni? Centotrentacinque furono i giorni in cui Milano si governò liberamente, dopo che l’insurrezione delle "Cinque Giornate" aveva indotto alla ritirata le truppe di occupazione austro-ungariche. Ma in questo breve lasso di tempo accaddero molti eventi significativi che ci permettono di rispondere alla prima domanda: popolino fellone? Forse no.

    Dai tempi dell’antico Egitto, quando i Faraoni, asserendo tout court di essere Dei e Figli di Dei, imponevano al popolo dai due ai quattro mesi di lavoro gratuito per costruire quei monumenti che tuttora ammiriamo (e che, al di là della loro magnificenza, non possono non essere classificati come esempi del più crudele sfruttamento), la Storia ci offre innumerevoli esempi di come il "popolo" sia chiamato sovente a far da protagonista a cause non sue, in cui la faziosità dell’informazione diviene la norma, ma in cui il risultato normale è che il popolo stesso paga il conto più alto. In questo senso non fanno eccezione gli avvenimenti passati alla storia come le "Cinque Giornate di Milano". Il tributo di sangue più alto fu pagato dai popolani, che lasciarono sul terreno oltre mille morti, e questo ha permesso a tanta storiografia di parlare della rivolta di popolo contro l’occupante.

    Ma le origini effettive di questa rivolta e le particolarità del momento storico divengono un po’ più chiare quando si esaminano le reali condizioni di vita nel Lombardo Veneto e quando si studiano i pasticci, le improvvisazioni, le divisioni, le ambiguità che caratterizzarono il comportamento della nuova classe dirigente lombarda nonché di quel Re Sabaudo che ci mise molto tempo per accorrere in aiuto degli insorti, ma ne impiegò molto meno quando si trattò di avviare una pace separata con Radetzky e ne impiegò pochissimo quando, resosi conto di essere stato raggirato dal vecchio volpone austriaco, scappò nottetempo da Milano, dopo aver promesso ai milanesi tutto il suo appoggio. Se dunque è fellone chi, dopo essere stato usato e ingannato, si ritrova con gli stessi problemi di prima, ma un po’ più complicati, e si rifugia allora in una lode dei vecchi padroni, ebbene possiamo dire che il popolino milanese fu fellone.

    Le premesse. Sia ben chiaro che non vogliamo scrivere una Storia di buoni e cattivi, appunto perché scriviamo Storia e non fiabe; né vogliamo cedere alla facile tentazione di capovolgere semplicemente i ruoli dei buoni e dei cattivi assegnati dalla storiografia oleografica fin qui imperante. Siamo piuttosto convinti che sia necessario scrollarsi di dosso una retorica che ha inquinato tutto lo studio storico di quel periodo estremamente complesso che fu il XIX secolo e che ha impedito finora di leggere con lucidità e lealtà tutta la vicenda del Risorgimento".

    L’imperatore asburgico non era certo un cherubino e aveva cura, come tutti i regnanti, di tutelare gli interessi della Casa. Ma è indubitabile che l’Impero Austro Ungarico aveva avviato sui suoi immensi territori dei processi di modernizzazione che, nascessero da particolare bontà d’animo o piuttosto da un po’ di lungimiranza politica, rappresentavano comunque un unicum in un’Europa che soprattutto si era preoccupata, dopo il terremoto napoleonico, di restaurare i diritti delle Case Regnanti. Per restare all’ambito che ci interessa, nel Regno Lombardo Veneto, in cui l’autorità imperiale era rappresentata da un Viceré e da un Governatore, ricordiamo che lo scontro vero si stava attuando già da tempo tra nobiltà e grande possidenza da una parte, e Governo Centrale di Vienna dall’altra.

    Non era uno scontro aperto, ma piuttosto un’avversione strisciante che andava consolidandosi da parte di coloro i quali (nobili e grandi proprietari terrieri) si erano in certo senso sentiti traditi da una politica viennese che, dopo la Restaurazione, non aveva potuto non tener conto delle modernizzazioni comunque portate dalle riforme napoleoniche. Se l’autorità centrale restava indiscutibilmente in mano all’Imperatore, il sistema di governo locale prevedeva una serie di organi rappresentativi che avevano alla base le assemblee dei Convocati formate da tutti i cittadini, purché iscritti nel registro delle tasse, che votavano in assemblea per l’elezione dei governi locali nei comuni piccoli e medi.

    Sopra questo livello esistevano le Congregazioni che raccoglievano nobiltà e possidenza, le quali governavano i Comuni maggiori e partecipavano alle decisioni di guida dello Stato. La frizione fra questi due organi era inevitabile perché, mentre le assemblee dei Convocati rappresentavano una forma di democrazia diretta, capaci di raccogliere e dar voce anche agli interessi delle classi più umili (purché contribuenti all’erario), le Congregazioni mantenevano un atteggiamento estremamente conservatore e vedevano con ostilità (soprattutto nei centri a proprietà terriera più diffusa) il fatto che venisse data voce alla plebe, tradendo, secondo il loro punto di vista, il lavoro di riordino che si doveva fare in Europa dopo i pasticci causati dalla Rivoluzione Francese prima e dalle riforme napoleoniche poi. E infatti furono proprio le pressioni delle Congregazioni sul Governo Centrale che causarono il progressivo esautoramento delle assemblee dei Convocati; già nel 1835 i governi locali allargati venivano ridotti ad organi consultivi. D’altra parte il Governo Imperiale non poteva non tener conto delle pressioni dei nobili e della possidenza (non solo proprietari terrieri, ma anche imprenditori, grossi commercianti ecc.), che detenendo buona parte della ricchezza, erano anche le maggiori fonti (almeno potenziali) di entrate fiscali. Ma proprio su questo aspetto nasceva poi un altro motivo di contrasto, forse il maggiore, perché nasceva dal più grande centro di sentimenti dell’uomo, ossia il portafoglio.

    E ci spieghiamo: un’altra delle novità che il Governo Imperiale cercava di imporre era quella di un riordino del sistema fiscale che privilegiasse l’imposizione diretta, ossia quella che, colpendo i redditi, fa ovviamente pagare di più a chi più guadagna, a scapito dell’imposizione indiretta, per sua natura iniqua, perché scarica l’onere sull’utente finale di un bene, senza tener conto delle sue capacità di reddito. Cinquant’anni più tardi il Governo Sabaudo avrebbe potuto sperimentare la popolarità delle imposte indirette, con quei moti di piazza che videro a Milano la "pacificazione" portata dai cannoni del generale Bava Beccaris. Questi concetti in materia fiscale sono per noi, oggi, ovvi e naturali. Un secolo e mezzo fa, in una società ancora basata principalmente sui privilegi di classe e sulla conservazione degli stessi, la leva fiscale poteva rappresentare un vera mina vagante, soprattutto perché un sistema fiscale equo permette anche alle classi più umili di elevarsi socialmente, mentre un sistema vessatorio, oltre che favorire i più ricchi, fa sì che i poveri continuino disciplinatamente ad essere poveri. E questo è un elemento essenziale per la conservazione dello status quo. "Vienna ladrona": questa era una delle accuse principali lanciate dagli oppositori del Governo Imperiale. Ma esaminiamo un attimo con calma la faccenda: è vero che la Lombardia, essendo la regione più ricca, era anche, nel suo complesso, il contribuente più importante dell’Impero.

    Ma è altrettanto vero che gran parte di queste imposte, grosso modo la metà, rientravano in Lombardia per il finanziamento di opere pubbliche e di incentivi all’imprenditoria. La creazione dell’Università di Pavia, l’istruzione elementare pubblica, l’organizzazione di pubblici ospedali, sono tutte realizzazioni del periodo di dominazione austriaca. Cerchiamo quindi di fare il punto delle premesse. Come dicevamo dianzi, non vogliamo presentare l’imperatore asburgico come un difensore della "democrazia": sarebbe una contraddizione in termini. La polizia e la censura esistevano, funzionavano, ed erano efficienti gli organi di tutela di un potere centrale che non era assolutamente intenzionato a rinunciare a quello che considerava comunque il proprio ruolo legittimo. Ma i dati di fatto ci dicono che in un sistema poliziesco esisteva comunque uno spazio, già ampio per l’epoca, di libertà di espressione: personaggi come Enrico Cernuschi, agitatore di professione, Carlo Cattaneo, federalista dallo sdegno facile, Gabrio Casati, podestà di nomina imperiale con scarsa tendenza alla fedeltà, avrebbero avuto molte meno possibilità di azione in un sistema meno tollerante. E i dati di fatto ci dicono anche che si cercava, insieme ad una modernizzazione amministrativa, che a tutt’oggi viene guardata come esemplare, di sollevare le classi più umili, fornendo loro quei servizi che accennavamo sopra (scuola, sanità) che erano appannaggio della Chiesa, come opere di carità, o dei ricchi che potevano permetterseli.

    Se si afferma, nell’Ottocento preoccupato di "restaurarsi", che lo Stato deve venire in soccorso dei più deboli, riconoscendo quindi dei diritti anche alla "plebe", si fa già un’opera di grande modernizzazione, non foss’altro perché si è compreso che la Storia va avanti da sola e che quindi le classi tendono per loro natura ad amalgamarsi, a confondersi, a generare nuovi livelli che andranno fatalmente a scuotere i vecchi equilibri, nella ricerca, sacrosanta, di una maggior giustizia sociale diffusa. E’ facile obiettare che comunque il sistema restava un sistema poliziesco. Ma questa obiezione ci sembra che francamente manchi di senso del ridicolo, perché parte dal presupposto che il Potere decida di suicidarsi: il Potere, compreso quello democratico, tende per sua natura a difendersi, e un potere dinastico non può andare oltre un certo limite.

    Può però operare per il bene comune, almeno in quelle parti che non minano immediatamente la sua sopravvivenza. E a ben guardare, vedremo che la scelta del potere asburgico fu quella di operare delle riforme tranquille, di curare il bene pubblico, anche per evitare che popolazioni scontente fossero spinte alla rivolta. Insieme a questi dati di fatto interni al Regno Lombardo Veneto esisteva poi una realtà che sarà determinante nei successivi sviluppi della Storia italiana. Il piccolo Regno di Sardegna cercava da tempo un’espansione che, impensabile verso occidente, non poteva che rivolgersi ai territori padani, che avevano tra l’atro il pregio di essere, col maggior sviluppo industriale, le zone più ricche d’Italia. Non è qui il luogo per soffermarsi su quel "tumulto generalizzato" che fu il 1848. Il problema delle nazionalità, i confini rifatti a tavolino dopo la sconfitta di Napoleone, avevano generato dei problemi gravi, non dissimili da quelli che avrebbero poi sconvolto nuovamente l’Europa tra le due guerre mondiali (ad ennesima dimostrazione del fatto che la Storia non insegna mai un bel nulla agli uomini... ). Le rivolte a Parigi, Vienna, Berlino, erano senza dubbio sintomi gravi e preoccupanti di un malessere che comunque covava nel Vecchio Continente, che stava ancora cercando i suoi equilibri, illusoriamente ristabiliti dal Congresso di Vienna. Restiamo alla nostra Milano, capitale del Regno Lombardo Veneto, dove la sera del 17 marzo giunge la notizia che il governo di Vienna aveva abolito la censura e promulgato una nuova legge sulla stampa.

    Curiosamente, una buona notizia fu la prima scintilla della rivolta. Se qualcuno ci considera poco rispettosi dei martiri della rivoluzione, non possiamo che chinare il capo; ma non possiamo nascondere il disagio che ci pervade quando, studiando la Storia, continuiamo a trovare che gli eroi sorgono, in genere, quando l’avversario si indebolisce o quanto meno sembra indebolirsi. E se non lo sappiamo noi italiani, antifascisti dal 26 luglio 43 e superantifascisti dal 25 aprile 45, chi meglio può saperlo? Ma torniamo a quella sera del 17 marzo 1848; già da diversi giorni la polizia aveva intensificato gli arresti di intellettuali e pubblicisti che avevano preso con un po’ troppo entusiasmo le notizie dei moti europei.

    Le novità legislative da Vienna colsero impreparate le autorità locali che risposero in modo impacciato ai dimostranti che il giorno dopo, guidati da quel podestà di nomina imperiale, Conte Gabrio CASATI, si portarono al Palazzo del Governo chiedendo "riforme". Il vice governatore O’Donnell aveva chiesto al comandante militare, maresciallo conte Johann Radetzky di occupare militarmente la città. Il maresciallo non aveva voluto farlo, sia perché pressato dal Conte Casati, sia perché era convinto che la rivolta si sarebbe risolta in una bolla di sapone. Di ciò erano meno convinti, evidentemente, il governatore Spaur e il viceré Ranieri, che avevano lasciato la patata bollente in mano all’irresoluto vice governatore.

    Al vice governatore fu chiesto tutto, ed egli si affrettò a firmare tutto, impaurito da una folla tumultuante che aveva invaso il Palazzo del Governo, reclamando lo scioglimento della polizia, l’istituzione della guardia civica e il trasferimento al Comune dei poteri di pubblica sicurezza. Il documento era stato steso da quel già citato Cernuschi, né si erano ascoltati gli appelli di Cattaneo al senso della misura, a non superare quelle soglie oltre le quali l’autorità imperiale avrebbe risposto con la forza. Il Conte Casati si era reso conto troppo tardi di aver messo in moto una macchina che non sapeva più come fermare, e che avrebbe portato, come ammoniva appunto nel suo buon senso CATTANEO, a "gettare il popolo inerme contro le bocche dei cannoni". La scintilla era caduta nella polveriera: il nuovo capo della polizia, Bellati, si recò invano al deposito di armi di via Santa Margherita per reclamare la consegna dei fucili: il funzionario preposto al deposito si rifiutò, adducendo che il decreto del vice governatore era stato estorto con la forza; il maresciallo Radetzky iniziava a rendersi conto che la bolla di sapone era qualcosa di ben più preoccupante e rispose: rispose da militare, da militare austriaco. Iniziavano i combattimenti. Nei primi due giorni la rivolta fu confusa, senza alcun coordinamento, ma permise di rendersi conto che il vecchio maresciallo disponeva di forze alquanto esigue, con le quali non riusciva a mantenere il controllo della situazione.

    Infatti i soldati di stanza erano quattordicimila (contro i "centomila" gabellati a scopo intimidatorio) e molti di questi si rivelarono impreparati ad una guerra che si combatteva non su un campo di battaglia, ma tra mille vie e viuzze, sottoposti all’insidia che poteva venire da un tetto, da un balcone, da un angolo nascosto, magari sotto forma di un vaso da fiori gettato dall’alto, o di un pentolone di liquido bollente versato all’improvviso da una finestra. Quando la parola passa alla violenza, tutto può accadere. Le atrocità dei soldati croati vennero rintuzzate con pari impeto e si iniziò, corollario inevitabile di ogni rivoluzione, la caccia al "collaborazionista". La città era presa da una specie di frenesia e forse lo stesso agitatore ed agitato Cernuschi si rese conto che si stava superando ogni limite, visto che abbandonò i suoi tonitruanti proclami per accettare di far parte di un Consiglio di Guerra composto, oltre che da lui, da Carlo Clerici, Giulio Terzaghi e presieduto da Carlo Cattaneo. Il Consiglio cercò di moderare gli animi, evitare giustizie sommarie e dare un minimo di coordinamento ad una rivolta confusa e convulsa. Fu un "cavalcare la tigre" che sembrò dare frutti, almeno nell’intento di moderazione. Nel frattempo si muovevano però le acque dei diversi interessi in gioco. Radetzky, resosi conto che non riusciva a resistere, aveva proposto un armistizio di tre giorni, che Cattaneo aveva respinto, nella convinzione che fosse il momento di dare la spallata finale al nemico.

    Non aveva torto, visto che l’indomani, 22 marzo, le truppe imperiali iniziarono ad evacuare la città. Ma nel contempo il podestà Casati aveva spedito in missione a Torino il conte Arese e il marchese D’Adda, per sollecitare l’intervento di Carlo Alberto.
    Si faceva strada anche il partito dei repubblicani e il timoroso podestà si era subito messo alla ricerca di un nuovo Re da servire. Nacquero, ancora prima che fosse completata l’evacuazione da Milano delle truppe imperiali, i primi contrasti tra il Consiglio di Guerra e il podestà Casati, che nella notte del 21 dichiarò il municipio costituito in Governo Provvisorio, da lui stesso presieduto. Il mazziniano Cesare Correnti venne nominato segretario generale del nuovo organismo, con un iniziativa che ci sembra di poter definire del miglior milazzismo ante litteram. Nel frattempo Carlo Alberto faceva sapere, tramite il conte Enrico Martini, di esser pronto a soccorrere la città non appena la nobiltà milanese avesse votato un indirizzo in tal senso. E Sua Maestà fece ingresso in città il 26 marzo, quando non c’era più nessuno da soccorrere, se non gli interessi della monarchia, minacciata dai serpeggianti progetti repubblicani dei mazziniani. In poche settimane Milano vide un fiorire di nuovi giornali, ventidue per l’esattezza, e un fiorire di strane iniziative. Si presero decisioni su problemi non certo impellenti, quali le imposte di bollo o la soglia della maggiore età, nella certezza che ormai l’esercito austriaco fosse sconfitto; le truppe piemontesi avevano assunto il controllo di un’insurrezione che ormai non c’era più ed iniziava per Carlo Alberto la disastrosa esperienza della guerra contro l’Impero Austro Ungarico.

    Mentre i repubblicani erano occupati in discussioni sui massimi principi (una riunione tra Mazzini e i membri del Governo Provvisorio si risolse in un nulla di fatto, condito di reciproche accuse di scarso patriottismo), mentre i moderati reclamavano l’annessione della Lombardia al Piemonte (mandando su tutte le furie Cattaneo, che li rimproverava dell’ansia di cambiar padrone), l’esercito piemontese dava prova di una totale disorganizzazione. Lo Stato Maggiore sabaudo non aveva fornito agli ufficiali nemmeno le carte geografiche della Lombardia. Il maresciallo Radetzky, chiuso nel quadrilatero, si riorganizzava e non fece molta fatica ad opporsi alle truppe piemontesi. E Carlo Alberto tradì: altrimenti non si può definire il comportamento del Re Sabaudo che, dopo aver promesso ai milanesi di scacciare definitivamente gli austriaci dall’Italia, iniziò, ai primi di maggio, trattative segrete con Radetzky.

    Si rendeva conto che le sue truppe erano inette: si sarebbe accontentato della Lombardia, poi si sarebbe ritirato. Il vecchio e astuto maresciallo accettò la trattativa: aveva interesse a guadagnare ancora tempo, per portare a punto la riorganizzazione del suo esercito, né la presa di Peschiera, praticamente abbandonata dai soldati austriaci a quelli piemontesi, lo preoccupò. Ritiratosi nella fortezza di Verona, metteva a punto i piani di guerra, che diedero i loro frutti nella battaglia di Custoza, del 23, 24 e 25 luglio. L’esercito piemontese fu travolto, e iniziò un penoso ripiegamento su Milano. La notizia del disastro militare indusse le autorità milanesi a nominare un comitato di difesa, presieduto dal generale Fanti; ma questo comitato non entrò mai in azione.

    Il 3 agosto i commissari regi di Carlo Alberto entrarono in città, assunsero ogni potere civile e militare, preannunciando l’arrivo del Re che, con truppe ancora fresche, prometteva di "difendere Milano". Le prime cannonate austriache si udirono a Milano il giorno successivo. Il Governo Provvisorio prese una decisione storica: si dichiarò sciolto, lasciando ognuno libero di andare per i fatti suoi. Un "si salvi chi può" in piena regola, dichiarato da quei moderati che vedevano crollare anche la loro speranza di un nuovo ordine sotto un nuovo Re, Carlo Alberto. Quest’ultimo, giunto a Milano la notte del 4 agosto, mandò i generali Lazzari e Rossi ad offrire la resa a Radetzky, in cambio dell’amnistia per i cittadini e del libero passaggio per le truppe piemontesi, e contemporaneamente promise ad una folla agitata che "sarebbe stato tra loro con i suoi figli". La notte del giorno successivo fuggì da Milano con i suoi generali. Il 6 agosto, domenica, i primi reparti austriaci riprendevano possesso di Milano, dopo le minacce di Radetzky di bombardare la città in caso di resistenza. Milano era dichiarata in stato d’assedio. Era finito tutto.

    di PAOLO DEOTTO

    Ringrazio per l'articolo
    concessomi gratuitamente
    dal direttore di

    vedi in altre pagine
    IL MEMORIALE DI CARLO CATTANEO
    (che abbiamo messo in originale)

    Carlo Alberto indubbiamente tradì: altrimenti non si può definire il comportamento del Re Sabaudo che, dopo aver promesso ai milanesi di cacciare definitivamente gli austriaci dall’Italia, iniziò, già ai primi di maggio, trattative segrete con Radetzky.
    (la stessa cosa fece suo nipote, l'8 settembre del 1943)

    Se non proprio sleale, incapace dimostrò di esserlo, non solo come comandante supremo ma anche inetto nello scegliersi dei bravi comandanti di reparti . Fra i tanti errori quello di non avere minimamente una visione generale delle operazioni belliche e nemmeno l'intuito strategico di un modesto caporale. Si scrisse che "mentre a Milano l'ambizioso Carlo Alberto raccoglieva e contava voti, il più che ottantenne Radetzky raccoglieva e contava soldati a Verona". Ed era vero.

    Voti non meritati. Per pochi giorni Carlo Alberto divenne re anche dei Lombardi, ma pochi mesi dopo li tradì a Novara (per poter conservate il suo Piemonte). Infatti Carlo Alberto si arrese agli austriaci, assicurando loro che non avrebbe mai più aiutato nè i lombardi né i veneti. Quelli che pochi giorni prima aveva accolto come cittadini nel suo "regno fatto di menzogne", li rinnegava.
    Erano così confermati i sospetti di quanti ritenevano che la casa Savoia perseguiva esclusivamente i propri fini dinastici. Destando stupore e sconforto negli ambienti democratici, che si erano distinti come i più decisi nel voler portar avanti la guerra con gli austriaci.
    Carlo Alberto nemmeno in questa occasione -e fu l'ultima- non smentì tutto il suo ambiguo passato.

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