L'Irak senza gli ebrei
di Sherif El Sebaie
lunedì, 22 novembre 2004
Come fuggirono gli ebrei dall'Irak, e perché oggi nel mondo arabo non è rimasto quasi più nessuno della vecchia e prospera comunità ebraica?
"Aprile 1950. A Baghdad, gli ebrei hanno passato gran parte delle giornata passeggiando lungo le sponde del Tigri celebrando la canzone del mare. Questa era una vecchia abitudine della comunità ebraica più antica del mondo. I 130.000 ebrei iracheni attribuivano le loro origini a Nabucdonosor, la distruzione del primo tempio e l'esilio babilonese. [...] Verso le 21.00 le masse si stavano diradando. Ma sulla strada Abu Nawass, alcuni giovani intellettuali ebrei erano ragruppati presso il Dar El Beida Caffè. Di colpo, l'atmosfera conviviale fu dispersa da un'esplosione. Una piccola bomba, lanciata da un'auto in corsa, esplose sul pavimento direttamente fuori dal locale. Per fortuna, nessuno rimase ferito. Ma l'incidente ha scioccato la comunità ebraica. Erano convinti che gli estremisti iracheni volessero ucciderli. Cominciarono a mormorare che "Forse era meglio andare in Israele". Il giorno dopo ci fu una calca presso gli uffici dove gli ebrei desiderosi di emigrare dovevano rinunciare alla cittadinanza irachena. Il loro diritto di emigrare venne approvato un mese prima. Lo scopo era quello di prevenire l'emigrazione attraverso vie illegali. Come spiegarono i giornali, "gli scontri tra polizia e gruppi di emigranti hanno dimostrato come alcuni ebrei iracheni non volessero vivere in questo paese. Con la loro fuga hanno dato una cattiva reputazione all'Irak. Quelli che non desiderano vivere tra di noi, non hanno un posto qua. Lasciateli andare" [...] Dopo la bomba, 10.000 ebrei firmarono per emigrare. La grande sinagoga Ezra Daud venne trasformata in un ufficio di registrazione: poliziotti e assitenti volontari lavorarono giorno e notte per finire il lavoro. Una cucina speciale venne messa su per dare loro da mangiare. Molti dei futuri emigranti erano poveri e non avevano nulla da perdere. Il panico non durò molto, comunque, e la registrazione si concluse. [...] Poi ci fu un'altra esplosione, questa volta al US Information Center dove molti giovani ebrei andavano abitualmente a leggere. Di nuovo si diffuse la teoria secondo la quale a piazzare la bomba era un'organizzazione estremista irachena, e solo per fortuna non ci furono vittime. Ancora una volta ci fu una calca presso la sinagoga Ezra Daud, ma fu inferiore alla prima ondata. L'anno finì, era marzo del 1951, e la scadenza per la rinuncia alla cittadinanza si stava avvicinando. La terza volta, ci furono vittime. E' successo fuori dalla sinagoga Mas'uda Shemtov, che serviva come un punto di raccolta per gli emigranti. Quel giorno era piena di ebrei curdi provenienti dalla città nordica di Suleymenia. Un bambino rimase ucciso e un passante gravemente ferito. Questa volta non ci fu nessun dubbio nelle menti degli ebrei: un'organizzazione anti-ebraica stava complottando contro di loro. Meglio lasciare l'Irak ora che di tempo ce n'era. Le code si allungarono davanti alla Sinagoga Ezra Daud, e la notte prima della scadenza qualcuno pagò cifre come 200 pound per assicurarsi la presenza del proprio nome sulla lista. Pochi giorni dopo, il parlamento iracheno approvò una legge che confiscava i beni degli ebrei che rinunciavano alla propria cittadinanza. A nessuno fu permesso di portare più di 70 pound fuori dal paese. Gli aerei arrivavano al ritmo di tre o quattro al giorno.[...] Un'altra bomba però colpì il resto della comunità ebraica in Irak: scoprirono, con sgomento, che le tre esplosioni non erano opera di estremisti arabi, bensì della gente che cercava di "salvarli": un'organizzazione clandestina denominata "Il movimento", il cui leader aveva ricevuto la seguente lettera da Yigal Allon, capo dei commandoes della Palmach e in seguito ministro degli affari esteri di Israele: "Mio fratello Ramadan, sono contento che tu sia riuscito a mettere su un gruppo e che noi siamo riusciti a trasferire alcune delle armi che erano a te destinate. [...]" La realtà sconvolgente che rivelò come le bombe che hanno terrorizzato gli ebrei iracheni non fossero altro che bombe sioniste venne fuori quando, nell'estate del 1950, un uomo elegantemente vestito entrò in Uruzdi Beg, il più grande negozio a Baghdad. Uno dei commessi, un rifugiato palestinese, vedendolo, divenne bianco. Lasciò il banco e corse per strada dove ha detto a due poliziotti: "Ho riconosciuto la faccia di un israeliano". Aveva lavorato ad Acri, ed è li che conobbe Yehuddah Tajjar. Una volta arrestato, Tajjar ammise di essere israeliano, ma disse che era tornato in Irak per sposare un'ebrea irachena. Le sue rivelazioni portarono ad altri arresti, una quindicina in totale. Shalom Salih, un giovane incaricato dei nascondigli di armi della Haganah, confessò durante l'interrogatorio e accompagnò la polizia da una sinagoga all'altra indicando i posti dove erano nascoste le armi sin dalla seconda guerra mondiale. Durante il processo, la procura li accusò di essere membri di una rete sionista sotterranea. Il loro scopo primario, raggiunto buttando le bombe, era quello di contribuire in maniera devastante all'emigrazione degli ebrei iracheni. Due vennero condannati a morte, altri a pene detentive di lunga durata. E' stato Tajjar stesso a rompere il muro ebraico di silenzio riguardo questa facenda. Condannato dalla corte di Baghad alla prigione a vita, venne rilasciato dieci anni dopo e raggiunse Israele. Il 29 maggio 1966, la rivista settimanale Ha'olam Hazeh pubblicò un resoconto dell'emigrazione ebraica dall'Irak basato sulla testimonianza di Tajjar. Il 9 novembre 1972, la rivista "Pantera nera", voce militante degli ebrei orientali, pubblicò la storia completa. Il resoconto della rivista includeva anche le testimonianze di due cittadini israeliani che erano in Irak in quel momento. Il primo, Kaduri Salim, ha 49 anni ma sembra averne 60. E' magro, quasi gobbo, la faccia piena di rughe e ha un occhio di vetro: ha perso l'occhio destro davanti alla sinagoga Mas'uda Shemtov. Racconta: "Ero fermo lì vicino alla porta della sinagoga. Avevo appena lasciato la mia cittadinanza irachena e volevo sapere se c'era qualcosa di nuovo. Di colpo, udii come un colpo di fucile e poi un rumore terribile. Ho sentito uno spostamento d'aria, come se un muro fosse caduto su di me. E tutto divenne nero. Sentii qualcosa di freddo correre lungo le mie guance. Lo toccai: era sangue. L'occhio destro. Chiusi l'occhio sinistro e non vidi nulla. Il dottore mi disse: "Sarebbe meglio toglierlo". Salim è rimasto in Irak per tre mesi dopo aver lasciato l'ospedale. Poi arrivò il suo turno per partire per Israele. Da allora, tutti i suoi sforzi per essere risarcito furono vani. Afferma: "Sono rimasto ferito dalla bomba. La corte ha stabilito che a lanciarla fu l'organizzazione «Il movimento». Il governo israeliano dovrebbe risarcirmi". Ma il governo israeliano non ha mai riconosciuto la sua responsabilità per le bombe di Baghdad"
Tratto e tradotto dal sottoscritto da "The Gun and the Olive Branch", di David Hirst [traduzione italiana: Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi Media, San Lazzaro di Savena (BO) 2004]
Poco tempo fa, scrissi un lungo articolo intitolato Le nuove frontiere dell'antisemitismo in cui affermai che la storia di pacifica convivenza tra ebrei e musulmani era ben più radicata delle cosidette "radici giudaico-cristiane" in Occidente che hanno dato luce ad un pericoloso, perverso e feroce movimento nazionalista denominato «Sionismo» (per non parlare della Shoah). Nel suo libro Hirst afferma: "Il Sionismo aveva poca presa sugli ebrei orientali rispetto a quelli occidentali. Prima della nascita dello Stato israeliano solo il 10% degli emigranti proveniva dall'Africa e dall'Asia. Nella stragrande maggioranza, gli ebrei orientali erano arabi e la ragione della loro indifferenza era dovuta al fatto che, storicamente, non hanno sofferto nulla di comparabile a ciò che i loro correligionari dovettero sopportare sotto la Cristianità europea. Il pregiudizio esisteva ma le loro vite erano tutto sommato confortevoli e le loro radici profonde. In Irak erano più che a casa e un ufficiale del governo ammise, senza peli sulla lingua, che la loro origine mesopotamica era superiore a quella della maggioranza musulmana: «Molti di noi ritengono che gli ebrei siano gli originali abitanti di questo paese. Crediamo, in base al Corano, che siano i discendenti di Abramo, e questo risale a 4.000 anni fa. Paragonati ad essi, quindi, noi musulmani siamo dei novelli, visto che siamo qua da soli 1.500 anni»".
Non vado oltre, ma il libro di Hirst sostiene con esempi pratici (il ministro delle finanze iracheno dal 1920 al 1925 era ebreo, per esempio) la plausibilità delle mie tesi. E' con grande stupore, quindi, che assisto ai tentativi di riesumazione del mito dell'«antisemitismo arabo» che sarebbe sfociato nell'espulsione degli ebrei dai paesi del Medio Oriente, tentativi che nascondono sapientemente la responsabilità sionista che portò alla fuga degli ebrei dalle proprie case e alla confisca dei loro beni. Se gli ebrei arabi, i loro discendenti o i loro sostenitori nel mondo vogliono chiedere qualcosa, lo chiedano al governo israeliano, come ha fatto Salim l'iracheno. Lo chiedano alle organizzazioni sioniste che si riconoscono nelle parole del fondatore del loro movimento, Theodor Herzl, che spiegò come "l'antisemitismo è funzionale alla causa sionista", escogitando addirittura un piano per alimentarlo. Un piano che lasciò Salim senza l'occhio destro e il cadavere di un bambino ebreo davanti alla sinagoga Mas'uda Shemtov di Baghdad.
Fonte: Sherif's Blog.
Ultimo aggiornamento ( martedì, 23 novembre 2004 )




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