Ma non su Mediaset
Per il 2006 vorremmo una campagna elettorale piena di feroci spot su “tagli delle tasse” contro “riforma del welfare”: con tabelle, testimonial, proposte sezionate e contestate.
Una campagna che vincoli i leader “contrapposti” a un programma che non potranno rimangiarsi.
Insomma vorremmo la campagna elettorale che non si può fare con la legge paralitica (la “par condicio”) inventata da Oscar Luigi Scalfaro per impiccare Silvio Berlusconi.
Non ci sfugge l’anomalia, però, di un sistema politico in cui uno dei due principali competitori controlla circa metà di quel sistema televisivo sul quale lo scontro elettorale esplicito (che desideriamo) dovrebbe svolgersi: cosicché la parte politica che si contrappone al candidato-padrone di metà della televisione si trova (quando compra uno spot elettorale) a finanziare direttamente l’avversario.
Che la vicenda del conflitto d’interessi italiano sia complessa e coinvolga l’infernale circuito mediatico-giudiziario ancora in azione, a noi è chiaro.
Ma la contraddizione tra pari condizioni per i competitori e proprietà dei mezzi televisivi resta.
C’è una via per uscirne?
Forse. Liberalizzando la propaganda radiotelevisiva si potrebbe aggiungere una norma: sui mezzi radiotelevisivi di proprietà di chi si candida non si può fare propaganda elettorale.
Il resto del sistema radiotelevisivo (dalla Rai alle tv regionali, alle radio) è più che sufficiente per far giungere con chiarezza il messaggio elettorale a tutti i cittadini, raccogliendo i fondi in chiaro per pagarsi la politica.
Il Foglio
saluti




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