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    Predefinito Giù le tasse, non è una promessa....

    ....ma una strategia e un mandato popolare

    Gentile direttore - Questo che la prego di ospitare non è un articolo, è quasi un manifesto.
    E’ una postilla al contratto con gli italiani, ma decisiva perché ne riassume il significato e il valore politico ed etico. Infatti quel contratto non era un espediente elettorale, secondo la versione banale che ne danno i soliti increduli e qualche praticone della politica politicante.
    Quel contratto esprimeva il senso stesso del mio ingresso nella politica italiana, dieci anni fa.
    Era l’unica legittima giustificazione, dopo sette anni di inganni seguiti al ribaltone del ’94, della perseveranza e perfino dell’ostinazione con cui un imprenditore aveva cambiato vita e mestiere per compiere una “missione politica” nel senso più alto e necessario di questa espressione.
    Il cuore del contratto con gli italiani è che questo paese può fare meglio, può diventare più libero e più responsabile.
    E che questa nuova libertà responsabile è possibile ottenerla solo ed esclusivamente riducendo la dipendenza del cittadino, e in primo luogo del lavoratore, del contribuente, dallo Stato, che è fatto per servirlo e non per esserne servito.
    La riduzione del carico fiscale sul reddito individuale e sull’impresa grande e piccola non è né un regalo né una promessa: è bensì una strategia di cambiamento del nostro modo di vita, è un nuovo orizzonte, è una nuova frontiera della politica.
    Il cuore del cuore del contratto era la chiara e libera volontà, affermata testualmente e chiaramente, di vincolare alla realizzazione di questo programma la sorte del mio impegno personale e di quello del partito di maggioranza relativa che ho avuto l’onore di fondare dieci anni fa. Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua. Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perché siano loro a decidere del proprio destino.

    Ridimensionare la spesa pubblica
    Lo stolto dice che sono prigioniero delle promesse elettorali. Non è così.
    Io sono volontariamente prigioniero solo della mia idea di libertà, in economia e in politica. Io sono convinto che l’azione di governo deve fondarsi su un mandato, e che il mandato degli elettori sovrani è il fondamento, è la legittimazione dell’esistenza di un governo e della sua effettiva capacità di agire.
    Il resto è professionismo politico senza contenuto e senza legittimità democratica.
    Se sulle nostre spalle pesa uno dei debiti di Stato più colossali del mondo, la colpa è di governi che hanno governato senza tenere in alcun conto il mandato elettorale.
    Se la benedetta introduzione della moneta unica europea ha fino ad ora prodotto un risultato che è l’esatto contrario dello scopo per cui l’euro nacque, e cioè un’economia asfittica e una crescita zoppicante sotto il fardello del vincolismo “stupido” invece che una liberazione delle grandi energie dell’Unione, lo si deve di nuovo al clamoroso abbaglio di una politica senza mandato.
    Le burocrazie e i partiti sono l’ossatura costituzionale dello Stato e i necessari protagonisti della vita pubblica, ma il protagonista più grande e indiscusso è il cittadino elettore, è lui il padrone costituzionale delle decisioni che lo riguardano.
    La riduzione strutturale delle imposte, combinata con un intelligente ridimensionamento e cambiamento qualitativo della spesa pubblica e con un duttile ricorso al deficit di bilancio, è la leva che ha permesso i più grandi risultati nella storia dell’economia occidentale.
    Senza sviluppo non c’è risanamento, ma stagnazione. E senza maggiore libertà economica, lo sviluppo non arriverà mai.
    Attivare la leva fiscale è la politica di questo governo, concordata con la maggioranza che lo ha eletto e presentata nella massima chiarezza agli italiani e sottoscritta con parole inequivoche dai leader e dai candidati dei partiti della coalizione di governo.
    Impossibile anche solo pensare che a questo programma si possa rinunciare, aggiustando in qualche modo le cose a seconda di nuove convenienze e rinnegando un esplicito mandato con argomenti contingenti e di facciata.
    Il mio partito ed io non siamo a disposizione per questo voltafaccia.
    Il presidente del Consiglio non è a disposizione per questo rovesciamento del senso stesso di una missione di cambiamento e di sviluppo del paese.
    Sono orgoglioso della stabilità assicurata all’Italia.
    Dei progressi nel campo dell’occupazione e del mercato del lavoro. Della nostra capacità di introdurre riforme decisive nei campi dell’educazione, del vivere civile, del sistema pensionistico, dell’organizzazione federale dello Stato.
    Sono fiero della severità con cui abbiamo tenuto in ordine i conti pubblici in un tempo di stagnazione e sotto gli effetti della guerra contro il terrorismo all’indomani dell’11 settembre.
    La copertura delle riduzioni fiscali c’è anche in virtù di questa azione responsabile di politica economica.
    Sono convinto che l’Italia abbia speso nel modo migliore la sua influenza nel mondo per espandere la democrazia contro le tentazioni neototalitarie coltivate dai fanatici della guerra santa. So che con la firma a Roma del nuovo Trattato costituzionale l’Europa ha fatto un passo avanti molto
    significativo sul piano politico, e sono impegnato alla più solerte ratifica di questo passo avanti. Abbiamo fatto tutto quel che dovevamo per integrare e rilanciare sul piano mondiale le due grandi tradizioni politiche italiane, quella atlantica e quella europeista.
    Ma non sono per nulla soddisfatto dell’evidente povertà dei tassi di crescita delle economie europee e di quella italiana, specie se comparate all’energia mostrata dall’economia americana, rilanciata dal più consistente taglio fiscale della storia di quel paese.
    Non sono per niente soddisfatto del tasso troppo basso di innovazione, di ricerca, di investimento e consumo delle economie europee e della nostra.
    Senza una radicale immissione di libertà e di responsabilità, senza un appello e una scossa alla società, ai cittadini e alle imprese, il rischio da tutti percepito è quello di un declino strategico.
    Una costante della storia dice che meno i popoli sono liberi, meno sono ricchi. E che la prosperità vera è un modo di vita dignitoso per tutti, in cui a ciascuno sia lasciata una quota di responsabilità, pari alla sua libertà, per crescere e competere con gli altri.
    La solidarietà sociale e le regole pubbliche, elementi indispensabili in ogni economia di mercato, possono e devono correggere gli squilibri, ma non devono mai diventare una filosofia della rinuncia, una limitazione delle libertà individuali e imprenditoriali, una filosofia della miseria.
    Spero e credo che sia possibile usare i diciotto mesi che ci separano dalla fine della legislatura per andare fino in fondo.
    In Europa è fortissima la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del Trattato di Maastricht, quei fattori perversi che hanno incrementato il valore della nostra moneta oltre il necessario e artificialmente penalizzato la competitività delle nostre industrie e dei nostri servizi.
    Il nostro modello produttivo e di consumo deve tornare a credere in un orizzonte economico più libero e competitivo. Chi produce reddito individuale e profitto d’impresa deve tornare a credere nella possibilità di spenderlo e di investirlo in piena autonomia e indipendenza da uno Stato mangiatutto.
    E’ per questo che sono entrato in politica.
    E’ per questo che ho formato una coalizione di governo.
    E’ per questo che ho firmato un contratto con gli italiani a nome di questa coalizione.
    E’ per questo che disponiamo di una maggioranza elettorale chiara e stabile nel paese e in Parlamento.
    E’ per questo che ho detto e confermo, senza arroganza, ma anche senza cedere a quello spirito rinunciatario che è il male oscuro della politica italiana: o si attua il programma fino in fondo oppure la missione è finita e la parola torna al paese.

    Silvio Berlusconi su Il Foglio del 23 novembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La parola agli...

    ...alleati

    Il neoministro degli Esteri da Bruxelles ha detto che la riforma
    del Patto di stabilità, rimasta fuori dall’agenda del prossimo vertice Ue, “non può essere imposta da un interesse nazionale”.

    chi sarà il "diplomatico" che gli ha suggerito l'intervento?

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Follini a Pera

    “L’Europa non è una prigione, ma la ragione stessa di questa maggioranza”.
    Così il segretario dell’Udc durante il consiglio nazionale del suo partito.
    Il taglio delle tasse “resta una priorità della coalizione” a patto che la manovra sia “virtuosa e socialmente equa”.

    non ricordo di aver mai sentito questa affermazione durante la campagna elettorale che portò al governo la CdL.
    E a proposito dell'Europa, l'ex democristiano Follini si riferisce forse a quella che non "gradisce" di ricordare le comuni "radici cristiane"?
    Oppure preferisce quella che "boccia" il candidato Commissario italiano e del suo partito, Rocco Buttiglione, solo perchè si dichiara "cattolico" e di considerare "peccato" atteggiamenti oggi tanto di moda?
    Quanto parla, oggi, contro il Premier, e quanto tacque, ieri, a favore di Buttiglione.
    Cristiani, cattolici, europeisti, e sempre dalla parte dei deboli, ma poco credibili e tantomeno affidabili.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Re: Giù le tasse, non è una promessa....

    In origine postato da mustang
    ....ma una strategia e un mandato popolare

    Gentile direttore - Questo che la prego di ospitare non è un articolo, è quasi un manifesto.
    E’ una postilla al contratto con gli italiani, ma decisiva perché ne riassume il significato e il valore politico ed etico. Infatti quel contratto non era un espediente elettorale, secondo la versione banale che ne danno i soliti increduli e qualche praticone della politica politicante.

    NON ERA UN CONTRATTO MA UN SPOT ELETTORALE


    Quel contratto esprimeva il senso stesso del mio ingresso nella politica italiana, dieci anni fa.
    Era l’unica legittima giustificazione, dopo sette anni di inganni seguiti al ribaltone del ’94, della perseveranza e perfino dell’ostinazione con cui un imprenditore aveva cambiato vita e mestiere per compiere una “missione politica” nel senso più alto e necessario di questa espressione.

    NEL 92 IL GRUPPO FININVEST ERA CARICO DI DEBITI


    Il cuore del contratto con gli italiani è che questo paese può fare meglio, può diventare più libero e più responsabile.

    D'ACCORDO


    E che questa nuova libertà responsabile è possibile ottenerla solo ed esclusivamente riducendo la dipendenza del cittadino, e in primo luogo del lavoratore, del contribuente, dallo Stato, che è fatto per servirlo e non per esserne servito.

    D'ACCORDO

    La riduzione del carico fiscale sul reddito individuale e sull’impresa grande e piccola non è né un regalo né una promessa: è bensì una strategia di cambiamento del nostro modo di vita, è un nuovo orizzonte, è una nuova frontiera della politica.


    SPLENDIDO


    Il cuore del cuore del contratto era la chiara e libera volontà, affermata testualmente e chiaramente, di vincolare alla realizzazione di questo programma la sorte del mio impegno personale e di quello del partito di maggioranza relativa che ho avuto l’onore di fondare dieci anni fa. Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua. Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perché siano loro a decidere del proprio destino.

    Ridimensionare la spesa pubblica

    COME ?

    Lo stolto dice che sono prigioniero delle promesse elettorali. Non è così.
    Io sono volontariamente prigioniero solo della mia idea di libertà, in economia e in politica. Io sono convinto che l’azione di governo deve fondarsi su un mandato, e che il mandato degli elettori sovrani è il fondamento, è la legittimazione dell’esistenza di un governo e della sua effettiva capacità di agire.
    Il resto è professionismo politico senza contenuto e senza legittimità democratica.
    Se sulle nostre spalle pesa uno dei debiti di Stato più colossali del mondo, la colpa è di governi che hanno governato senza tenere in alcun conto il mandato elettorale.

    DEL GOVERNO CRAXI, PER ESEMPIO.


    Se la benedetta introduzione della moneta unica europea ha fino ad ora prodotto un risultato che è l’esatto contrario dello scopo per cui l’euro nacque, e cioè un’economia asfittica e una crescita zoppicante sotto il fardello del vincolismo “stupido” invece che una liberazione delle grandi energie dell’Unione, lo si deve di nuovo al clamoroso abbaglio di una politica senza mandato.

    SENZA LA PROTEZIONE DELL'EURO, VOGLIO VEDERE LA SORTA DELLA NOSTRA LIRETTA E DEL NOSTRO DEBITO PUBBLICO


    Le burocrazie e i partiti sono l’ossatura costituzionale dello Stato e i necessari protagonisti della vita pubblica, ma il protagonista più grande e indiscusso è il cittadino elettore, è lui il padrone costituzionale delle decisioni che lo riguardano.

    SPLENDIDE PAROLE


    La riduzione strutturale delle imposte, combinata con un intelligente ridimensionamento e cambiamento qualitativo della spesa pubblica e con un duttile ricorso al deficit di bilancio, è la leva che ha permesso i più grandi risultati nella storia dell’economia occidentale.

    E ALLORA ?


    Senza sviluppo non c’è risanamento, ma stagnazione. E senza maggiore libertà economica, lo sviluppo non arriverà mai.
    Attivare la leva fiscale è la politica di questo governo, concordata con la maggioranza che lo ha eletto e presentata nella massima chiarezza agli italiani e sottoscritta con parole inequivoche dai leader e dai candidati dei partiti della coalizione di governo.
    Impossibile anche solo pensare che a questo programma si possa rinunciare, aggiustando in qualche modo le cose a seconda di nuove convenienze e rinnegando un esplicito mandato con argomenti contingenti e di facciata.

    ALLORA ?

    Il mio partito ed io non siamo a disposizione per questo voltafaccia.
    Il presidente del Consiglio non è a disposizione per questo rovesciamento del senso stesso di una missione di cambiamento e di sviluppo del paese.
    Sono orgoglioso della stabilità assicurata all’Italia.
    Dei progressi nel campo dell’occupazione e del mercato del lavoro. Della nostra capacità di introdurre riforme decisive nei campi dell’educazione, del vivere civile, del sistema pensionistico, dell’organizzazione federale dello Stato.

    VIENI AL SODO

    Sono fiero della severità con cui abbiamo tenuto in ordine i conti pubblici in un tempo di stagnazione e sotto gli effetti della guerra contro il terrorismo all’indomani dell’11 settembre.

    SEVERITA' CON I CONDONI ?

    La copertura delle riduzioni fiscali c’è anche in virtù di questa azione responsabile di politica economica.
    Sono convinto che l’Italia abbia speso nel modo migliore la sua influenza nel mondo per espandere la democrazia contro le tentazioni neototalitarie coltivate dai fanatici della guerra santa. So che con la firma a Roma del nuovo Trattato costituzionale l’Europa ha fatto un passo avanti molto
    significativo sul piano politico, e sono impegnato alla più solerte ratifica di questo passo avanti. Abbiamo fatto tutto quel che dovevamo per integrare e rilanciare sul piano mondiale le due grandi tradizioni politiche italiane, quella atlantica e quella europeista.

    BENE !

    Ma non sono per nulla soddisfatto dell’evidente povertà dei tassi di crescita delle economie europee e di quella italiana, specie se comparate all’energia mostrata dall’economia americana,
    rilanciata dal più consistente taglio fiscale della storia di quel paese.
    Non sono per niente soddisfatto del tasso troppo basso di innovazione, di ricerca, di investimento e consumo delle economie europee e della nostra.

    NESSUNO E' SODDISFATTO !

    Senza una radicale immissione di libertà e di responsabilità, senza un appello e una scossa alla società, ai cittadini e alle imprese, il rischio da tutti percepito è quello di un declino strategico.
    Una costante della storia dice che meno i popoli sono liberi, meno sono ricchi. E che la prosperità vera è un modo di vita dignitoso per tutti, in cui a ciascuno sia lasciata una quota di responsabilità, pari alla sua libertà, per crescere e competere con gli altri.

    VIENI AL SODO !

    La solidarietà sociale e le regole pubbliche, elementi indispensabili in ogni economia di mercato, possono e devono correggere gli squilibri, ma non devono mai diventare una filosofia della rinuncia, una limitazione delle libertà individuali e imprenditoriali, una filosofia della miseria.

    VIENI AL SODO !


    Spero e credo che sia possibile usare i diciotto mesi che ci separano dalla fine della legislatura per andare fino in fondo.

    In Europa è fortissima la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del Trattato di Maastricht, quei fattori perversi che hanno incrementato il valore della nostra moneta oltre il necessario e artificialmente penalizzato la competitività delle nostre industrie e dei nostri servizi.

    INSOMMA VUOI AUMENTARE IL DEBITO !


    Il nostro modello produttivo e di consumo deve tornare a credere in un orizzonte economico più libero e competitivo. Chi produce reddito individuale e profitto d’impresa deve tornare a credere nella possibilità di spenderlo e di investirlo in piena autonomia e indipendenza da uno Stato mangiatutto.

    OGNUNO PER SE' E DIO PER TUTTI.

    E’ per questo che sono entrato in politica.
    E’ per questo che ho formato una coalizione di governo.
    E’ per questo che ho firmato un contratto con gli italiani a nome di questa coalizione.
    E’ per questo che disponiamo di una maggioranza elettorale chiara e stabile nel paese e in Parlamento.
    E’ per questo che ho detto e confermo, senza arroganza, ma anche senza cedere a quello spirito rinunciatario che è il male oscuro della politica italiana: o si attua il programma fino in fondo oppure la missione è finita e la parola torna al paese.

    Silvio Berlusconi su Il Foglio del 23 novembre

    saluti

    TANTE BELLE PAROLE, MA NON HA DETTO NULLA DI CONCRETO NE' DELLA RIDUZIONE DELLE TASSE NE' DI QUALI SPESE TAGLIA.

    PAROLE...PAROLE...PAROLE...
    Diderot

  5. #5
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    In origine postato da brunik
    Anche il pareggio di bilancio era una promessa, se non ricordo male.
    -------------------------------
    Dici bene, ma avresti dovuto ricordare anche l'11 settembre, le seconda guerra del Golfo, il rincaro del petrolio e, non ultimo ma sempre nascosto dai bamboccetti intellettualmente disonesti, l'enorme deficit ereditato.
    Ma, capisco benissimo, certe cose le "dovete scordare".

  6. #6
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    In origine postato da mustang
    -------------------------------
    Dici bene, ma avresti dovuto ricordare anche l'11 settembre, le seconda guerra del Golfo, il rincaro del petrolio e, non ultimo ma sempre nascosto dai bamboccetti intellettualmente disonesti, l'enorme deficit ereditato.
    Ma, capisco benissimo, certe cose le "dovete scordare".
    E' stato ereditato il debito, non il deficit.

    Il debito c'era già nel 2001, quando Berlusca prendeva in giro gli italiani promettendo cose impossibili già allora.
    Diderot

  7. #7
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    Predefinito

    In origine postato da mustang
    -------------------------------
    Dici bene, ma avresti dovuto ricordare anche l'11 settembre, le seconda guerra del Golfo, il rincaro del petrolio e, non ultimo ma sempre nascosto dai bamboccetti intellettualmente disonesti, l'enorme deficit ereditato.
    Ma, capisco benissimo, certe cose le "dovete scordare".
    Cosa c'entra coi 67 miliardi di euro annui di tasse in più che finora ci ha fatto pagare?

  8. #8
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    Predefinito

    In origine postato da brunik
    Cosa c'entra coi 67 miliardi di euro annui di tasse in più che finora ci ha fatto pagare?
    -------------------------------
    Da dove salta fuori questo numeretto? 67 miliardi di tasse in più?
    Ma non avete nessun pudore; e a proposito di "debiti"ereditati, dicci anche quanta parte di quel debito questo governo ha già pagato.
    Sai come avrebbero suonato le vostre "fesse campane" se Berlusconi si fosse inventato la "Tassa sul debito" come Prodi inventò la "Tassa per l'Euro" o, come fece Amato appena dopo mezzanotte, avesse infilato la sua manina nei nostri conti correnti per fotterci qualche liretta con la scusa del "famoso debito senza responsabili tecnici e politici".

  9. #9
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    Predefinito An e Udc di qua, il Cav....

    ....di là. In mezzo un vecchio muro

    Roma. La reazione di An e Udc alle critiche ricevute da Marcello Pera è stizzita e per nulla conciliante.
    Come poco concilianti erano i toni con cui il presidente del Senato
    aveva definito i centristi della Cdl “un residuo inerziale” liberato dalla diaspora democristiana; e aveva liquidato la destra
    sociale alemanniana, che contorna Fini e influenza le decisioni economiche del suo partito, come “una contraddizione in termini”
    che sopravvive in qualche paese sudamericano.
    Pera ha attaccato così. Lo ha fattomentre rimbrottava un Pier Ferdinando Casini dubbioso sulla praticabilità del taglio dell’Irpef annunciato da Silvio Berlusconi.
    Lo ha fatto mentre scuoteva gli alleati sul bisogno di non annegare nel vincolo della stabilità dettato da Maastricht.
    Ma il ragionamento di Pera è andato a sbattere sui due partiti della Cdl che ai suoi occhi saranno pure un ostacolo sulla via del riformismo fiscale promesso agli elettori.
    Però non possono essere altro da quel che sono.
    Il segretario dell’Udc, Marco Follini, definisce quello di Pera un giudizio militante poco adatto sulle labbra della seconda carica
    dello Stato.
    Lo stesso dicono esponenti di An, alemanniani e non.
    Quella che in apparenza può sembrare una questione di galateo
    istituzionale, nella sostanza è qualcosa di più.
    Sia l’Udc sia An hanno ribadito che la riduzione delle imposte si può fare purché non sconfini dalla gabbia del patto di stabilità. Che il patto si può modificare purché la questione non s’imponga nell’agenda europea sotto il volto di un interesse nazionale.
    Che i primi beneficiari del taglio alle tasse devono essere le famiglie e i ceti medi.
    Può sembrare una sconfessione delle parole di Berlusconi, ma secondo gli osservatori informati la posizione di Fini e Follini
    tenderà nei prossimi giorni a farsi sempre più malleabile (“siamo passati dall’aut aut all’et et, assicura un dirigente finiano).
    C’è però un dato di fondo non trascurabile e che Pera ha adombrato a modo suo.
    Nel centrodestra messo su da Berlusconi esiste una soglia di manovrabilità oltrepassata la quale le identità di An e Udc emergono con nitore e gravano sul progetto.
    Il progetto l’hanno siglato tutti gli azionisti della maggioranza nel 2001 e prevede tra l’altro una scossa defiscalizzante all’economia
    italiana.
    Le identità affiorano a intermittenza quando il Cav. si allontana dalla gestione dell’esistente per tradurre in opere la propria cultura del fare, prepolitica e deideologizzata.
    Affiorano, le identità di An e Udc, come un riflesso condizionato perché sono il codice genetico e politico di due partiti la cui l’origine storica è forte almeno quanto lo è il vincolo d’alleanza. Dentro An, ammettono i diretti interessati, è sempre vivo il radicamento nel socialismo nazionale corporativo, temperato nel tempo dall’adesione all’economia sociale di mercato e alla dottrina sociale della Chiesa.
    Su questo terreno, tutto novecentesco, l’innesto del liberalismo
    è avvenuto di recente e ancora oggi è soltanto un valido termine di confronto per una sintesi auspicata tra democrazia diretta e dirigista, e libertà d’intrapresa.
    Il caso dell’Udc, come dice un dirigente centrista, per quanto complicato dall’anoressia politica di Follini è quello tipico di un
    “piccolo partito centralista”, figlio di una tradizione secondo cui lo Stato deve amministrare il paesaggio economico e moderare
    i conflitti sociali.
    Questi sono gli alleati con cui il Cav. ha ottenuto il mandato per governare.
    Assieme alla Lega, il cui federalismo, un po’ libertario un po’ populista, al momento può sembrare meno perturbante e sfugge alle critiche di Pera.


    saluti

  10. #10
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    Predefinito Per ora l'Italia....

    ....balla da sola

    Bruxelles. Sul patto di stabilità e crescita, per ora, l’Italia
    è sola.
    “Alla ricerca di alleanze”, spiegano fonti vicine a Palazzo
    Chigi, preannunciando la lettera che il Cav. invierà alla
    presidenza olandese dell’Ue. Al momento nessuno a
    Bruxelles sembra dar retta allo psicodramma nostrano sulla
    revisione delle regole della zona euro. Si spiega così la
    smentita del ministro delle Finanze tedesco, Hans Eichel,
    all’iniziativa comune sulla riforma del patto. “Ne abbiamo
    parlato, ne parliamo continuamente”, ha detto Eichel, ma
    non c’è “alcuna iniziativa comune”, ha tenuto a precisare,
    dopo che il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco,
    aveva parlato di “azione coordinata” con Berlino.
    Vero è che Siniscalco aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco,
    mostrandosi un po’ più berlusconiano del solito, dopo lo
    scontro della scorsa settimana col Cav. sul rigido rispetto dei
    criteri di Maastricht, e che forse è il primo a felicitarsi della
    smentita tedesca.
    Ma la ragione della bacchettata va cercata altrove. Si avvicina il giudizio della Commissione sui conti della Germania ed Eichel vuole evitare provocazioni nel momento in cui deve spiegare perché il suo paese ha sforato il tetto del 3 per cento di deficit per il quarto anno consecutivo.
    Per il governo tedesco, siamo soltanto all’inizio di una battaglia che si concluderà al Consiglio europeo di primavera del marzo 2005.
    L’Italia fa bene dunque a cercare alleati, ma senza fretta perché nessuno è intenzionato a esporsi prima del tempo.
    Tanto più che siamo alla vigilia dell’avvio delle procedure
    per deficit eccessivo da parte della Commissione e, oltre alla
    Germania, finiranno nei guai Grecia e Olanda.
    L’alleato
    che rischia di non esserci è, invece, la Francia: ieri l’esecutivo
    europeo ha sospeso la procedura d’infrazione nei suoi
    confronti. “La Francia – che ha annunciato l’intenzione di
    ridurre il deficit al 2,9 per cento l’anno prossimo contro il
    3,6 delle attese – rispetta per il momento le regole del patto”,
    ha detto il commissario agli Affari economici e monetari,
    Joaquin Almunia, e “dunque bisogna sospendere la procedura e continuare a sorvegliare la situazione fino alla fine del 2005”.
    Se l’Italia dovesse continuare a fare tanto baccano per finanziare il taglio delle tasse e per opporsi a un irrigidimento del criterio del debito per rendere più flessibile il deficit – modifica voluta da Parigi – potrebbe attirare su di sé le ire non solo degli ortodossi di Maastricht, ma anche della Francia.
    Fa bene, però, il Cav. a scrivere ai suoi pari per convincerli che non ci si può limitare a un compromesso al ribasso sulla riforma del patto.
    Nel farlo – anche se la lettera non è ancora arrivata alla presidenza olandese – usa argomenti di peso, appetibili per le manie di grandeur francese e per la concretezza britannica. La principale richiesta, che si scontra con l’opposizione della maggioranza dei 25, è l’inserimento della golden rule – esentare
    gli investimenti dal calcolo del deficit – per le infrastrutture,
    il settore della ricerca e sviluppo, e le spese militari e
    di sicurezza.
    Se il britannico Gordon Brown è da sempre favorevole alla golden rule, la sensibilità del presidente francese, Jacques Chirac, sulla necessità di investire nella difesa potrebbe convincerlo delle ragioni italiane.
    Rimangono da trovare altri alleati. Ieri ci ha provato il neoministro degli Esteri Gianfranco Fini, quando ha affermato la necessità
    “di un autentico contenimento della spesa”. Il messaggio
    era indirizzato ai dieci paesi – tra cui Germania, Francia e
    Regno Unito – che hanno sottoscritto una lettera in cui chiedono
    di limitare le spese del bilancio comunitario all’1 per
    cento del pil europeo – contro l’1,27 attuale. Peccato che si
    sia messo contro i britannici, dicendo che “non è più possibile
    prevedere meccanismi di rimborso a favore di un solo
    Stato”.
    Ma la partita si gioca a livello di ministri delle Finanze
    e dell’Economia.
    Per riuscire a modificare il patto, dovrà essere Siniscalco a tirare le fila della diplomazia italiana.
    E allearsi coi pragmatici Eichel – cui si aggiunge il suo collega Wolfang Clement – e Brown.
    L’ostacolo più tosto è Pedro Solbes, il ministro spagnolo, che più di tutti ha difeso lo stupido patto (Prodi dixit) così com’è.

    saluti

 

 
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