intervista a matt browne direttore di policy network Matt Browne, lei ha un bagaglio culturale di stampo europeista. Come spiegherebbe agli europei l’atteggiamento inglese nei confronti dell’Europa e il persistente euro-scetticismo del suo paese?

Non credo che sia totalmente giusti- ficato dire che gli inglesi abbiano un atteggiamento di pertinace euro-scetticismo.
Credo invece che molti uomini politici e di pensiero inglesi siano spesso stati dei europeisti convinti, ma che la loro visione dell’Europa sia diversa da quella dello zoccolo duro tradizionale dell’Unione europea.
La posizione del New Labour è sempre stata europeista, per L’Europa e per la Riforma. Si può essere europeisti senza necessariamente accettare l’idea che l’Europa funzioni bene nella sua formazione attuale.


Che cos’è che dal vostro punto di vista non va nell’attuale Ue?
Io in realtà trovo molto deludente che gli europeisti siano spesso stati costretti a difendere a spada tratta lo status quo in Europa. Alcune cose che accadono in ambito europeo non sono giustificabili, come ad esempio la Pac, Politica agricola europea, che crea degli sprechi incredibili. Come progressisti, dobbiamo essere per l’Europa e per la Riforma, altrimenti l’opinione pubblica non avrà fiducia in noi. Le nostre argomentazioni verranno screditate nello stesso modo in cui vengono screditate le posizioni estreme degli antieuropeisti.

Insomma, gli europeisti inglesi non hanno convinto il paese.
Qui c’è la vera difficoltà nel comprendere gli atteggiamenti degli inglesi nei confronti della Ue. Per decenni, la classe politica ha detto all’opinione pubblica inglese che eravamo entrati a far parte della Comunità economica europea prima, e dell’Unione europea poi, per pura necessità economica.
Avevamo dovuto entrare perché da soli non ce la facevamo. Ora, molti, sbagliando, non credono più che dobbiamo starci per necessità economica, in particolar modo quando vedono i trend economici di Francia e Germania. Inoltre, dopo che per anni ci è stato assicurato che l’Europa era poco più di un “mercato comune”, il carattere nettamente politico della fase attuale dell’integrazione europea sta venendo prepotentemente a galla.

Questo è un guaio, tanto più in vista del referendum sull’Europa...
Sì, è per questi motivi che sarà ben dif- ficile far accettare il Trattato sulla Costituzione all’opinione pubblica. Credo che la gente abbia la sensazione di essere stata ingannata su cosa sia in realtà l’Europa. Sarà difficile, ma non impossibile, anche perché c’è molta ignoranza nei confronti dell’Europa.
Se si riuscirà a combatterla, penso che si arriverà presto a vedere un atteggiamento diverso da parte del pubblico inglese.

Pensa che il successo del Partito Indipendente inglese renderà l’avvicinamento della Gran Bretagna al processo europeo più difficile?
I risultati del Partito Indipendente alle europee rappresentano una tendenza preoccupante che interessa tutta l’Europa, ma a cui la Gran Bretagna finora era sembrata immune, cioè l’ascesa dell’antieuropeismo di stampo populista. Forse una delle ragioni per cui eravamo sfuggiti a questo fenomeno fino a questo momento è il fatto che abbiamo la stampa e le tv di destra che sono praticamente da sempre fortemente antieuropeiste, e che l’antieuropeismo ha radici ben salde anche nel Partito conservatore.
Quanto al fatto che questo risultato renda più debole l’integrazione inglese in Europa, suppongo che la risposta sia sì e no. Potrebbe anche essere che il Partito Indipendente ci offra la possibilità di aprire una finestra da cui gettare molti dei miti che vengono comunemente sbandierati dagli anti-europeisti. Un recente sondaggio ha indicato che la maggioranza dei cittadini britannici sono contrari alla Costituzione europea perché pensano che porterà ad un aumento delle imposte nel nostro paese, che “Bruxelles” ci possa costringere a entrare in guerra (o a restarne fuori, a seconda dei casi), e tutta una lunga serie di altre palesi menzogne. Il dato interessante è che la maggior parte degli intervistati sarebbe favorevole alla Costituzione se li salvaguardasse da tali misure, come in effetti accade.
La vera questione, come ha sostenuto recentement sul Guardian Charles Grant, direttore del Centre for European Reform, un altro gruppo di esperti inglesi, è se il governo prenderà posizione e sosterrà con forza la Costituzione. Sarà questa la chiave, ma fino a poco fa il governo aveva un atteggiamento molto defilato sul tema.

Tony Blair è stato criticato da alcuni esponenti laburisti per le sue relazioni privilegiate con l’amministrazione Bush. Per la stessa ragione, Blair si trova in disaccordo con la maggior parte dei capi di governo europei di centrosinistra.
Crede che questo problema sia stato superato? E se no, come può il centrosinistra europeo trovare un nuovo equilibrio?
Credo che le relazioni privilegiate che il nostro paese ha con gli Stati Uniti siano chiaramente comprese dalla maggioranza del centrosinistra, sia in Gran Bretagna che in Europa. È altrettanto chiaro che la crisi irachena ha generato un certo grado di sofferenza psicologica nel centrosinistra nei riguardi del futuro dell’alleanza transatlantica. Non credo però che ci si debba preoccupare eccessivamente.
In primo luogo, è evidente che le questioni che hanno creato questo divario tra la Gran Bretagna e alcuni dei suoi partner europei di centrosinistra stanno per essere risolte. Il governo degli Stati Uniti, ad esempio, sta iniziando a imparare che la potenza militare e una coalizione di alleati consenzienti non sono sufficienti a garantire la pace e la sicurezza, e di conseguenza in Iraq la sovranità è stata di recente trasferita al governo provvisorio iracheno.
È ora interesse di tutti noi assicurare che si venga a creare un Iraq stabile e democratico, qualunque fosse stata la nostra posizione iniziale sull’intervento armato. Anche in questo caso, peraltro, si deve dare atto che non tutti i leader del centrosinistra si sono opposti alla guerra, come dimostrano, tra le altre nazioni, Ungheria e Polonia, paesi guidati dal centrosinistra.

Rimane il tema del cosiddetto interventismo democratico, che a Blai sta molto a cuore...
La difficoltà reale ora è duplice. Prima di tutto, il centrosinistra riuscirà ad identificare e accettare di comune accordo quelli che sono dei criteri comunemente accettati su come, perché e a quali condizioni riteniamo necessario intervenire nelle questioni interne di un altro paese? Come suggerisce Gareth Evans, dobbiamo fare nostra la responsabilità di proteggere noi stessi e anche coloro che non possono proteggersi da soli? In secondo luogo, ma di pari importanza, l’Europa deve prendere misure per divenire un partner degli Stati uniti credibile e di pari statura. Queste, spero, saranno le questioni che si discuteranno nel corso del seminario che Policy Network e Italianieuropei hanno organizzato a Roma sul futuro delle relazioni transatlantiche.

Le politiche progressiste variano ancora molto nei vari paesi europei, e sono molto lontane dal modo di pensare americano. Dove sarà possibile trovare un punto d’incontro su cui ricostruire una politica progressista comune?
Naturalmente è vero quando si dice che in Europa siamo diversi l’uno dall’altro, e differenti anche dai nostri cugini americani. Ma fondamentalmente credo che abbiamo in comune gli stessi valori e che ci troviamo a dover affrontare le stesse sfide. Dal punto di vista internazionale, una vera partnership su basi uguali tra gli Stati Uniti e l’Europa sarà essenziale per il futuro dei sistemi di scambi multilaterali, per delle strategie di sviluppo vincenti, e per la lotta contro le nuove minacce alla sicurezza. Né l’Europa né gli Usa possono centrare tali obiettivi da soli, insieme sono ancora una forza importante per il bene del mondo.

E fra i progressisti europei?
Per quanto riguarda la politica interna, ho una convinzione, che ho spiegato anche in un libro – Rethinking Social Democracy – che sta per uscire in Italia. Io credo che siamo alla vigilia di una una fase della politica progressista.
Essenzialmente, dobbiamo andare oltre la TerzaVia come era stata formulata all’inizio. Era un programma che prometteva competenza all’interno del governo, ma che non è riuscito a ispirare, a far presa sul cuore e sulla mente dei cittadini. Ecco perché noi modernizzatori abbiamo spesso avuto la peggio rispetto ai populisti.
Dobbiamo trovare un nuovo modo di comunicare, di offrire una nuova visione ottimistica per aiutare i cittadini ad abbracciare il futuro con fiducia. Ci serve un nuovo contratto sociale che metta in equilibrio diritti e responsabilità, costruendo nuove alleanze con il settore privato e dei servizi, e con la società civile. Questo signi fica anche essere più onesti su ciò che la politica può e non può arrivare a fare. Discutendone tutti insieme potremmo fare enormi passi avanti