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SCENARI
La realtà italiana è assai meno monolitica e più fluida di quanto appaia sui media: studiosi a confronto al Centro Agnelli di Torino

Anche l’islam diventa glocal


Dal Nostro Inviato A Torino

Giorgio Paolucci



Per capire l'islam italiano servono una buona lente d'ingrandimento e un cannocchiale piuttosto potente. Bisogna guardarlo da vicino, nei molti luoghi dove ha messo radici, senza però trascurare quello che avviene lontano da qui, nei Paesi da cui proviene la stragrande maggioranza dei musulmani che formano il capitolo italiano della umma, la comunità transnazionale dei seguaci di Maometto. Insomma, serve una prospettiva «glocal», che unisca la dimensione globale a quella locale. Impugnando la lente d'ingrandimento si scoprono piccole strategie di integrazione sul territorio, ma anche silenziosi tentativi di dare luogo a comunità separate, che marcano la loro irriducibile diversità rispetto all'Occidente.
Benvenuti nell'islam plurale, meno monolitico e più fluido rispetto alle troppe rappresentazioni mediatiche improntate al sensazionalismo e alla ricerca del leader colorito, che faccia audience e scandalizzi almeno un po'. È un islam formato da una maggioranza silenziosa e da una minoranza «intensa», in cui si compete (e si combatte) per conquistare la leadership nazionale della comunità e per accreditarsi come rappresentanti istituzionali presso l'opinione pubblica, ma soprattutto presso lo Stato. Con la lente d'ingrandimento si scopre una realtà poliedrica: un milione di fedeli dalle molte obbedienze spirituali, con decine di provenienze etnico-nazionali, in cui meno del 10 per cento frequenta regolarmente la moschea: anche se il paragone può sembrare improprio, i cattolici della domenica (pur pochi) sono percentualmente superiori ai «musulmani del venerdì». Molti pregano da soli o in famiglia, non partecipano alla preghiera comunitaria ma soprattutto non si riconoscono in nessuna realtà organizzata. Esistono due universi che s'incrociano, anche se si parla soltanto del primo: accanto alla maggioranza silenziosa si muove la minoranza militante, divisa a sua volta in varie anime, come spiega il professor Renzo Guolo (università di Padova): «C'è una compon ente che fa riferimento all'islam neotradizionalista che punta all'islamizzazione della società, la cui principale espressione è l'Ucoii e che controlla la maggior parte delle moschee (circa 150); c'è l'islam degli Stati che fa riferimento alla grande moschea di Roma, il cui imam è nominato dall'università egiziana di Al Azhar e che è legata alla Lega mondiale islamica; ci sono le numerose espressioni della componente mistica legata alle confraternite; e c'è un'anima radicale che annovera il nostro Paese nella categoria della Dar-al-Harb, la casa della guerra, quella parte di mondo che va combattuta anche con le armi in quanto nemica dell'islam». Ognuna di queste realtà è collegata con organizzazioni internazionali che esercitano un'influenza religiosa, politica e finanziaria: per questo il cannocchiale è, insieme alla lente d'ingrandimento, l'altro strumento necessario per capire cosa si muove anche vicino a casa nostra.
Il Centro di studi religiosi comparati Edoardo Agnelli ha convocato a Torino per due giorni (fino a oggi) una qualificata squadra di accademici per scattare qualche aggiornata fotografia su una realtà in continuo divenire e che dopo l'11 settembre rischia di venire assimilata (anche grazie a un'informazione parziale o strumentale) a un serbatoio di potenziali terroristi o comunque di persone ostili o estranee alla società in cui vivono. Il direttore del Centro, Andrea Pacini, è convinto che, «sia per la natura plurale dell'islam italiano, sia per le caratteristiche del nostro Paese, il livello locale assuma un'importanza decisiva sul piano delle pratiche concrete dell'integrazione e su quello dei rapporti dei musulmani con le istituzioni publiche e la società civile. Non è un percorso facile né scontato, ma che va incoraggiato per dare orizzonti concreti alla prospettiva della convivenza e per incoraggiare all'interno delle comunità i cosiddetti moderati, cioè coloro che cercano di scongiurare le derive del fondamentalismo e di incrementare posiz ioni dialogiche e rispettose dei valori che fondano la società italiana».
Uno dei nodi più difficili da sciogliere è quello delle guide religiose delle comunità, come spiega Chantal Saint-Blancat (università di Padova): «Molti gruppi non vogliono importare l'imam dall'estero, cercano qualcuno che conosca la realtà italiana, la lingua, le consuetudini del nostro Paese. Raramente lo trovano, e devono accontentarsi di gente inviata qui dalle centrali religiose dei Paesi di provenienza, che parla arabo e resta sostanzialmente estranea al contesto in cui pure vive». Ma nel contempo si intensificano i tentativi, soprattutto da parte dei giovani, di trovare forme originali e non conflittuali di presenza sul territorio, gente che diventa capace di adattarsi alla realtà locale per convivere meglio: pragmatici e acrobati, più realisti e meno dogmatici. In un certo senso, molto italiani».
La strada dell'integrazione è disseminata di ostacoli. Qualcuno è stato rimosso anche grazie all'impegno nella difficile arte del dialogo interreligioso in cui si cimentano molte realtà della Chiesa cattolica dove, dopo una stagione contrassegnata da un'apertura talvolta ingenua e poco responsabile, da qualche tempo sta crescendo la coscienza che solo un'identità che sia nel contempo forte e aperta consente di incontrare «l'altro», e che la testimonianza della propria fede è qualcosa di irrinunciabile se si vuole realizzare un incontro vero. Certo, perché sia dialogo autentico è necessario farlo in due. Ma che succede in casa musulmana? «I segnali sono contraddittori - risponde Pacini -. Qualcuno trova il dialogo qualcosa di islamicamente inconcepibile, altri lo vivono in maniera puramente strumentale, altri ancora (come un certo mondo giovanile e certi ambienti legati alle confraternite sufi) manifestano una disponibilità autentica al confronto. Nelle comunità musulmane la partita è ancora aperta, ma il suo esito sarà decisivo per la qualità della convivenza religiosa e civile». Anche pe r questo non possiamo stare soltanto alla finestra.