Con la morte del leader storico della resistenza palestinese Yasser Arafat la questione che coinvolge tragicamente il Medioriente si fa, ancor più di quanto già non lo fosse, ulteriormente spinosa.
In quella camera di ospedale francese, oltre ad essersi spenta la guida di un popolo oppresso (o di gran parte esso) un polverone di dubbi si è sollevato ed ha avvolto di quesiti irrisolti la già fragile situazione. A cominciare dalle cause di questo decesso, tuttora sconosciute, che hanno dato adito a una serie di ipotesi, a tratti bizzarre, che vanno da una taciuta infezione da HIV (secondo fonti israeliane), ad un avvelenamento di stampo politico ad opera israeliana o, come ha denunciato la moglie, perpetrato da certi ambienti dell’Autorità Nazionale Palestinese divenuti ostili.
La prima ipotesi sarebbe smentita da una mancanza di riscontri medici, mentre la seconda risulta comunque poco plausibile, certo non per assenza di predisposizione dell’imputato in questione –lo Stato di Israele fa dell’omicidio politico un caposaldo della propria politica interna e i suoi servizi segreti sono i piu’ organizzati al mondo- bensì per l’apparente assenza di effettive motivazioni. La pista della faida interna, invece, non sembra essere supportata da divergenze e rancori (per quanto esistenti) sufficientemente profondi tra i dirigenti dell’ANP.
Ad ogni modo, per quanto importante sia giungere ad una ricostruzione veritiera di questo mistero, il dubbio primario riguarda il futuro di un popolo in lotta per il rispetto del piu’ universale dei diritti: la dignità. Lo Stato di Israele rappresenta un avamposto del gigante imperialista in terra araba, una vera e propria roccaforte, impostasi come realtà di fatto con un’ingiusta sentenza “riparatrice” delle Nazioni Unite nei confronti di un popolo, quello ebraico, sottoposto ad un’atroce (e ben nota) sorte che in nessun modo può giustificare le azioni di cui tale Stato si è reso colpevole.
Il numero di profughi palestinesi, all’oggi, si aggira attorno all’esorbitante cifra di 4 milioni di persone, suddivisi fra Giordania, Libano, Siria, West Bank (sponda Ovest del Giordano) e Striscia di Gaza. Essi vivono in condizioni di estrema miseria materiale, alla quale vanno ad aggiungersi (per quanto riguarda la componente stanziata in zone sotto occupazione) le umiliazioni perpetrate ed il terrore diffuso dall’esercito israeliano.
Ciò che rende ancor più paradossale la situazione è la storpiatura mediatica delle vicende mediorientali, che è propinata dalla macchina propagandistica sionista alle masse occidentali attraverso i media. Aldilà della condanna di comunque vasti settori dell’opinione pubblica (quantomeno di quella europea, dove il monopolio sionista dei mezzi di informazione è certamente più contenuto rispetto agli USA), nei confronti di certe azioni particolarmente eclatanti e di una linea eccessivamente intollerante del governo israeliano, l’idea di fondo che l’occidentale medio ha della situazione in Palestina è ampiamente distorta. La sensazione diffusa è che lo stato di Israele sia una vittima esasperata che, sotto l’assedio dell’integralismo islamico, è costretto a difendersi in qualche modo, finendo inevitabilmente per esagerare; da notare che, dopo l’11 settembre 2001, molti tendono ad associare la contrapposizione (o presunta tale...) Occidente\Al Qaeda con quella Israele\Palestina, facile intuire a vantaggio di chi.
In realtà questa “analisi” della situazione non tiene conto di ben due elementi essenziali: l’illegittimità storica dello Stato di Israele e la condotta dello stesso a partire dalla sua fondazione sino ad oggi.
Pur escludendo gategoricamente la distruzione di Israele e la cacciata degli abitanti ebrei in Medioriente come soluzione (oltre che per motivi di morale personale, comprensibilmente non riconosciuti da una minima parte di chi subisce le conseguenze di questa colonizzazione, ma soprattutto per un’indubbia irrealizzabilità) resta il paradosso di una nazione, unico caso nella storia, creata a partire da uno Stato, anzichè viceversa. Qualcuno potrebbe obiettare che l’identità Ebraica era già ben consolidata da millenni e che uno Stato garante di questa identità era già esistito (qualche millennio fa...), ma in realtà dopo la diaspora seguita alla distruzione romana del tempio di Gerusalemme, il popolo ebraico ha praticamente cessato di esistere: gli Ebrei sono migrati in una miriade di regioni del mondo è in esse si sono “integrati” (il termine può apparire inopportuno alla luce dei contrasti occorsi, ma è pertinente nell’accezione con cui è usato) assumendo una sostanziale continuità storico-culturale con i popoli con cui sono venuti a convivere. Aldilà di questo discorso, che coinvolge la personale concezione dei significati di “popolo” e “nazione”, resta l’oggettività della presenza palestinese nei territori che dai tavoli del potere si decise di assegnare agli Ebrei .
Fatte le necessarie premesse (già sufficienti a screditare definitivamente la visione vittimistica che Israele propone di sé), se si passa ad analizzare i metodi con cui la presenza israeliana si è consolidata risulta evidente in tutta la sua spregiudicatezza l’opera di falsificazione dei ruoli nella vicenda.
Fin dalla sua fondazione, 1948, Israele ha operato una politica terroristica di gestione della popolazione pre-esistente. Gruppi di integralisti ebrei si sono resi colpevoli di numerosi attentati del tutto simili a quelli odierni di Hamas e Jhiad, con la sola differenza del progressivo supporto di un esercito regolare che, man a mano, sarebbe divenuto fra i più riforniti ed organizzati (nonché spietati) al mondo.
Hagana , Irgun e Stern seminarono il terrore già prima della scadenza del mandato britannico in Palestina. Il più noto dei casi (e il termine noto è un eufemismo di fronte agli insabbiamenti operati) il 9 Aprile del 1948: dei commandos, guidati, fra gli altri, da un certo Manhaem Begin (più tardi primo ministro di Israele), entrarono nella cittadina di Deir Yassin e compirono un massacro; 254 i morti, uomini, donne e bambini, barbaramente trucidati. 25 di loro, catturati vivi, furono finiti di fronte a scene di giubilo della teppaglia sionista. Tale attacco alimentò l’ondata di profughi, terrorizzati da un’escalation di violenza da parte israeliana, e con essa pose le basi dell’alibi della fuga “volontaria” di parte dei rifugiati (anche gli Ebrei che fuggirono dalla Germania nazista, secondo la stessa logica, lo avrebbero di propria volontà).
Tanto per screditare la “solita scusa” dell’azione preventiva contro il terrorismo (che in nessun modo, comunque, potrebbe giustificare simili barbarie) val la pena far notare che la cittadina in questione aveva addirittura impedito il transito delle truppe Arabe, giunte a contrastare le sopraccitate formazioni terroristiche e che emerse, per fiera ammissione dello stesso Begin, che la distruzione del paese era stata approvata e diretta dall’Hagana stesso (la componente più “moderata” fra le tre e base del futuro esercito Israeliano), pur senza prendere parte direttamente ai massacri, poichè il paese rappresentava un corridoio strategico per il rifornimento della popolazione ebraica di Gerusalemme
La solita scusa fu alla base di un’altra azione condotta nel 1956 dalle forze di occupazione che, il 3 novembre, penetrarono nella cittadina di Khan Yunis e fecero strage di civili: 275 i morti contati.
Ad ogni modo il massacro di proporzioni maggiori perpetrato dalla truppe sioniste è con ogni probabilità quello di Sabra e Shatila, due campi profughi in Libano, orchestrato dall’allora Ministro della Difesa (tale Ariel Sharon…) e dall’alleato libanese Ilyas Haqiba. Verso il mezzogiorno del 15 settembre 1982 circa 150 falangisti libanesi penetrarono all’interno dei campi, mentre gli Israeliani circondarono e sigillarono il territorio, riconsegnando i civili in fuga. Per circa 40 ore la popolazione civile fu sottoposta a violenze di ogni sorta. Il tragico bilancio oscilla tra le 700 (fonti israeliane) e le 2500 vittime. Tutti terroristi?
Stessa sorte vent’anni più tardi per gli abitanti di Jenin, campo nella Cisgiordania, il cui assedio e distruzione (per mano, questa volta, direttamente israeliana), durato diversi giorni è costato la vita a centinaia di palestinesi (anche qui, molte donne e bambini) e ha suscitato lo sdegno della società internazionale: le stesse Nazioni Unite hanno definito l’accaduto “una pagina ripugnante” della storia di Israele. Il numero imprecisato di caduti è dovuto all’opera di oscuramento operata dal Governo Sharon, mentre il ministro della difesa Ben Eliezer affermava “avremmo dovuto uccidere più terroristi”.
Da sottolineare è che quelli citati altro non sono che esempi, e che solo per esigenze di brevità narrativa non si sono potute riportare altre decine e decine di stragi eclatanti, alle quali dovrebbero aggiungersi i morti che costantemente cadono sotto le cosiddette “azioni mirate” dell’esercito, nonché le persone che perdono le poche cose che possiedono a seguito delle demolizioni dei bulldozer israeliani.
Verrebbe da chiedersi come sia possibile che uno Stato responsabile di simili atrocità e dell’appropriazione indebita di un territorio abitato possa essere considerato “unico paese civile del Medioriente”. Certo è che la strategia propagandistica israeliana del mantenimento di una buon’immagine si basa sul principio di deresponsabilizzazione delle azioni commesse: tutte conseguenze del terrorismo arabo, la medesima linea adottata dal regime Bush per dare il via all’era della guerra globale. E’ così che la politica espansionistica operata in almeno 4 conflitti diviene politica di difesa, dal momento che, formalmente parlando, la dichiarazione di guerra è quasi sempre partita dagli Stati Arabi in questione (ma in base allo stesso nesso dichiarazione/responsabilità le forze Alleate risulterebbero colpevoli della II Guerra Mondiale); secondo la medesima logica le azioni palestinesi sono terroriste, mentre quelle israeliane preventive.
Senza nulla togliere all’efferatezza degli attentati delle formazioni integraliste palestinesi, una seria analisi politica e storica non può prescindere dall’individuazione di ciò che è “causa” e di ciò che è “conseguenza” e, dunque, su quale parte in gioco occorre intervenire per risolvere definitivamente la questione e giungere ad una pace sostanziale, anziché ad una fragile tregua.
Quanti morti (Palestinesi ed Ebrei) si dovranno contare ancora prima di giungere all’unica soluzione sensata e definitiva: la costituzione di uno Stato di Palestina libero, sovrano ed indipendente, su una fetta dignitosa dei territori occupati? E’ possibile che non sia riconosciuto ad un popolo oppresso il diritto di autogestirsi, nonostante ormai da molto riconosca il diritto (molto più discutibile) dell’esistenza dello Stato che lo opprime?
Il Governo Sharon risponde a questi quesiti con la costruzione di un muro, ben più lungo del celeberrimo parente di Berlino, e di chek-point che, con la scusa di fermare i terroristi (che invece riescono ad agire comunque), servono a rendere definitiva e ad ampliare l’estensione delle zone occupate, impedendo a molte persone di recarsi al lavoro o a far visita ai proprio cari.
E’ di questi giorni la notizia di una tregua duratura proposta da Hamas, si vedrà su quali basi. Ad ogni modo il perdurare dell’atteggiamento ostile di Israele e dell’ipocrisia sionista della “unica democrazia in Medioriente” non permetterà una reale pacificazione della zona, condizione necessaria per una pace di più ampia portata.




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