dal blog Thule Italia
Ministro Fini, vuole l’Europa o l’Eurasia?
Alessandro Cè: ministro Fini, cosa c’entra Ankara con le radici cristiane d’Europa?
Signor ministro, nel suo intervento lei affronta due passaggi, che noi riteniamo particolarmente importanti. Innanzitutto lei dice che è stata fissata una data. Ebbene, quando si fissa una data, in relazione a criteri che si ritengono in qualche modo oggettivi o che sono comunque alla base della democrazia, ciò vuol dire che, a meno di violazioni molto gravi di questi criteri oggettivi, il processo diventa irreversibile. Inoltre lei afferma, in modo perentorio, che la Turchia costituirà un valore aggiunto positivo all’Europa. Credo che questo giudizio dipenda dal tipo di idea di Europa che si ha - noi, lei, gli altri parlamentari -: se si pensa cioè ad un’Europa tradizionalmente intesa oppure a un’Eurasia. Personalmente, credo che lei, signor ministro, abbia in testa un’Eurasia, più che un’Europa.
Non è sufficiente fare riferimento ai criteri asettici e mercantili di Copenhagen. Si tratta di criteri politici, economici e giuridici, ma in quei criteri del 1993 - peraltro oggi viviamo una fase storica molto diversa - non c’è nulla di culturalmente identitario, nulla che sottolinei quelle che sono da sempre le caratteristiche della civiltà europea. Vi sono poi molte ragioni storiche, che cito però velocemente. Per esempio, la Turchia non ha riconosciuto lo sterminio degli armeni. E noi apriamo un percorso di adesione all’Unione europea senza che la Turchia abbia effettuato tale riconoscimento?
Ma quali sarebbero i parametri di tipo geografico di questa Europa futura? Siccome vi sono delle domande di adesione anche da parte del Marocco e della Tunisia, dobbiamo pensare che l’Europa del futuro sarà Europa, Nord Africa e così via? Vi sono problematiche economiche, ma non strettamente legate all’adesione al mercato libero dell’Unione europea, bensì di dumping sociale, che sono chiaramente presenti in Turchia; ma di questo lei non ha parlato.
Ci sono questioni culturali sulle quali ha sorvolato: in Turchia non è garantita la libertà di professare una religione. È garantita all’interno delle chiese, ma non può dirsi lo stesso fuori dalle medesime e noi stiamo aprendo un percorso di adesione della Turchia nell’Unione europea.
Vi sono questioni identitarie fondamentali: la Turchia, nel 2015, quando probabilmente sarà entrata in Europa, avrà 90 milioni di abitanti, tutti islamici. Vogliamo un’Europa che abbia ancora un qualche riferimento ad una matrice cristiana oppure un’Europa islamica? Tale questione non è stata assolutamente affrontata dal Governo.
Vorrei, inoltre, esprimere una considerazione in ordine al primo ministro turco che, secondo lei, sta inseguendo il modello democratico europeo. Ministro, si ricorderà senz’altro che il primo ministro Erdogan fu incarcerato per avere riportato dei versi di un paese nazionalista nel 1999 (non trent’anni fa). Questi versi erano i seguenti: le nostre moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri caschi, i minareti le nostre baionette, i fedeli i nostri soldati.
Baionette verso chi? Verso l’Europa cristiana? Sono domande che ci poniamo. Crediamo che il Governo abbia affrontato questo problema, come quello della Costituzione europea almeno in parte, con superficialità, al limite quasi della poca coscienza del passaggio epocale che lei stesso ha rimarcato. Lei ha detto che si tratta di una questione epocale, perché cambierà il nostro futuro. È una questione di grande rilevanza che si dibatte oggi in quest’aula che è desolatamente vuota con un’informativa urgente e non con una comunicazione che avrebbe consentito di esprimere un voto parlamentare, tra l’altro in netta contraddizione con quanto lei stesso una settimana fa circa ha dichiarato.
Lei disse testualmente: certamente il Parlamento sarà non solo coinvolto, mi sembra addirittura banale (lo ha detto lei), ma determinante per esprimere il parere (quindi il voto) dell’opinione pubblica italiana circa l’auspicato avvio del negoziato per l’ingresso della Turchia in Europa. Nessuno ha intenzione di non coinvolgere la pubblica opinione. Il coinvolgimento della pubblica opinione in una Repubblica come la nostra (una Repubblica parlamentare) avviene attraverso un ampio dibattito e via seguitando.
Lo ha detto lei, non noi! Come mai allora oggi il Governo, in sede di conferenza dei presidenti di gruppo, ha dichiarato di non essere disponibile a rendere una comunicazione, a dibattere per l’espressione del voto a tale proposito in Parlamento? Questa non è una forma ideale di democrazia parlamentare.
Non esiste, ministro Fini, una riserva governativa sulla politica europea del Governo. Il Governo su tale tema non ha una sua maggioranza politica, se anche volessimo invocare una eventuale maggioranza politica, perché la Lega Nord non è assolutamente d’accordo. In una Repubblica parlamentare, il Parlamento ha il pieno diritto di pronunciarsi, esprimendo indirizzi sulla politica estera, specie quando ci si accinge a fare un passo così rilevante. Noi, tra l’altro, abbiamo presentato una mozione articolata, sulla quale tutte le forze politiche possono, anzi hanno il dovere di esprimersi, perché i cittadini devono capire da che parte sta Forza Italia, i Democratici di sinistra, Alleanza nazionale o se ogni deputato si esprime a briglia sciolta, decidendo con la sua testa, a meno che non si voglia coprire un aspetto, vale a dire che anche all’interno di Alleanza nazionale, dell’Udc, di Forza Italia vi sono molti deputati che non la pensano come il Governo. I cittadini devono saperlo!
Abbiamo presentato anche una proposta di legge sul referendum di indirizzo per l’adesione in Europa ed anche in merito a ciò sarebbe importante aprire un dibattito. Faremo una manifestazione a Milano il 19 dicembre perché riteniamo che questo sia un tema importante.
Vorrei concludere (è un tema importante e, pertanto, approfitto della sua disponibilità) con una curiosità; c’è un po’ di cattiveria in questa curiosità, ma gliela voglio dire.
Come è possibile (lo dico proprio a lei che è stato componente della convenzione, Vicepresidente del Consiglio ed oggi è ministro degli Esteri) una battaglia sulle radici cristiane con il beneplacito all’ingresso della Turchia in Europa?
Abbiamo l’impressione che quella battaglia non ci sia mai stata, che quella battaglia non l’abbia mai combattuta l’Italia, ma la Polonia e che abbia prevalso invece una visione geopolitica mediocre e non condivisa dagli italiani.
È strano doverlo dire a lei, ministro Fini, che ha da sempre evidenziato un paradigma, vale a dire quello della salvaguardia dell’identità, ma sull’identità non si scherza, l’identità non si svende mai!
Alessandro Cè
Fonte: La Padania




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