Lettera della Commissione Ue al nostro ambasciatore
"Le regole comunitarie non vengono recepite"
di ALDO FONTANAROSA
ROMA - La lettera è del 3 novembre. Mittente Nikolaus van der Pas; destinatario Rocco Antonio Cangelosi. Il primo è uno dei più alti funzionari della Commissione Ue, direttore generale per l'Istruzione. Il secondo è il nostro ambasciatore presso le istituzioni europee, a Bruxelles. La lettera, di cui dà notizia il senatore Zanda, prende di mira alcune norme italiane sulla televisione ed anche l'Autorità per le Comunicazioni, arbitro nostrano della tv e delle telefoni.
La Commissione, nella lettera che l'ambasciatore Cangelosi ha già girato al nostro governo, chiama in causa una legge antica - è la Mammì del 1990 - ma anche la sua applicazione su un fronte tra i più delicati: quello della pubblicità tv; spesso trasmessa oltre i limiti ammessi. A questo proposito, la Commissione nota che "l'importo delle ammende comminate non sono tali da prevenire altre infrazioni". La critica, dunque, è duplice: alla legge, che prevede sanzioni lievi; ma anche all'Autorità, che avrebbe "comminato" multe più basse di quanto in ogni caso avrebbe potuto.
Qualche esempio concreto. La legge Mammì, per quanto superata e prudente, prevede in alcuni casi la madre di tutte le sanzioni. Prevede cioè l'oscuramento di una televisione, da 11 a 30 giorni. L'oscuramento "deve" essere deciso ("deve") se questa emittente trasmette troppa pubblicità per due volte in un anno (con condanna passata in giudicato). In questa condizione si è trovata La7, ma l'Autorità non si mai sentita di oscurarla, o comunque non ha fatto in tempo prima che scadessero i termini del procedimento.
Le sanzioni economiche, che scattano per colpe meno gravi, vanno dai 10 ai 100 milioni di lire. Davvero poco. E la colpa non è dell'Autorità, semmai del legislatore. E' anche vero, però, che l'Autorità, almeno in campo tv, raramente multa per 90 o 100 milioni (il massimo). Quando Mediaset ha trasmesso spot dove non poteva (su Italia 1 il 4 settembre 2002, durante un cartone dei Simpson) ha subìto una multa di 30 milioni di lire; quando le violazioni sono state 5 (dall'uno al 4 agosto 2003), è stata sanzionata per 60.
Sempre la lettera della Commissione chiama in causa la nostra Autorità a proposito di una sua importante e recente delibera: è la numero 336 del 2003. Con questa delibera, l'Autorità ha stabilito come gestire i "processi" alle aziende di comunicazione sospettate di violazioni di legge. Con quali tempi, quindi, con quali diritti per gli accusati. Regole che la Commissione giudica ora contrarie ai principi comunitari. Scrive, infatti, che "le condizioni di applicazione delle sanzioni non assicurano il recepimento del dispositivo comunitario".
L'Autorità è pronta a difendersi. Sosterrà che, sul fronte della pubblicità tv, ha sempre applicato la sola legge Mammì. Se colpe ci sono, queste sono imputabili alla politica, al legislatore. Viceversa la delibera contestata, la 336 del 2003, quella delle regole processuali, è applicata soprattutto sul fronte delle telecomunicazioni. Importante ma meno incandescente di quello televisivo.
(5 dicembre 2004)




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