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  1. #1
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    Predefinito Il Liberalismo Conservatore

    Ma che tipo di cultura politica è quella dell'identità? Rispondo: è tipica, propria, sana, cultura liberale e al tempo stesso tradizionalista o conservatrice.

    Non c'è da scandalizzarsi per le parole "tradizionalista" o "conservatrice". Non c'è da avere paura a dire chi siamo e perché lo siamo. Del resto, un tempo i bempensanti si scandalizzavano anche della parola "liberale", che oggi invece si contendono tutti, a cominciare da quelli che liberali non sono mai stati.

    Il liberale conservatore è conservatore sui princìpi e sui valori e liberale sulle riforme da fare in tutti i campi.

    Il liberale conservatore è ostile a cambiare la pelle della propria tradizione o a venderla al presunto spirito della modernità o post-modernità, mentre è aperto a ogni riforma che rende più libera e dignitosa la vita degli uomini.

    Il liberale conservatore è bendisposto verso lo Stato leggero e maldisposto verso lo Stato invadente.

    Il liberale conservatore non è una specie strana o inconsueta. Per citare solo il mondo di oggi o di appena ieri, il liberale conservatore o tradizionalista è uno che applica le politiche di liberalizzazione della Signora Thatcher, di deregolamentazione di Ronald Reagan, del conservatorismo compassionavole di George W. Bush, delle riforme sociali di Tony Blair, e anche, sì, a dispetto del nome che allarma i pigri, dei "neo-conservatori" americani, anch'essi liberali e pragmatici in politica ma attenti a tutelare i princìpi della storia del proprio paese.

    Per racchiudere tutti questi personaggi in una formula sola, direi che il liberale conservatore è un liberale identitario, uno che, mentre chiede e attua riforme per affrontare le sfide della modernità, difende il più possibile la propria tradizione, perché nella propria tradizione è racchiusa la propria identità.

    (da "Discorsi" in Senato.it)
    'Voglio esser libera d'essere come sono'

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il Liberalismo Conservatore

    Il conservatorismo liberale


    In tutto il mondo, dire destra vuol dire conservatorismo. In particolare in Europa e in America, vuol dire conservatorismo liberale. Ora, l'aggettivo "liberale" da noi non provoca problemi: liberali in Italia oggi sono soprattutto quelli che non lo sono mai stati e che il liberalismo lo hanno sempre combattuto. Il sostantivo "conservatore" dà invece sospetto e fastidio a tanti, anche fra di noi, tanto che può accadere di sentire qualcuno dire che noi, in realtà, siamo la vera sinistra, con una inconscia attribuzione di nobiltà culturale a tutto ciò che viene dalla sinistra. Invece noi dovremmo rivendicarlo, il sostantivo "conservatore". E cerco di spiegare perché.

    Il conservatorismo liberale non è un ossimoro giornalistico, né una formula da equilibri politici di Palazzo. È una rispettabile e vecchia dottrina politica con tanto di autori insigni, di opere celebri, di leader politici. La signora Thatcher ne era un esempio. Il presidente Bush ne è un altro esempio. I cosiddetti "neo-conservatori" un altro esempio ancora. In questa dottrina, l'aggettivo "liberale" mette l'accento sull'autonomia degli individui, sul primato dell'individuo-persona rispetto allo Stato, sulla libertà della società civile, sugli ideali di libertà da estendere a tutti. Si tratta di quella parte della dottrina che, in politica, porta alle liberalizzazioni, alla sussidiarietà, alla competizione, al libero mercato, alla libertà di ricerca, alla riduzione della pressione fiscale, allo Stato non invasivo, eccetera.

    Il sostantivo "conservatore" integra tutti questi princìpi e queste politiche e li mette assieme in una cornice: la tradizione. Questo della tradizione è un concetto fondamentale, perché la tradizione è la fonte della nostra identità. Ed è un concetto quasi sempre trascurato dai liberali, mentre invece è sempre stato al centro dell'attenzione e delle politiche dei popolari, dei cattolici, dei democratici cristiani. Anche se si guarda dentro Forza Italia, si vede che la componente cattolica è quella più attenta alla questione dell'identità. "Moderato" di solito non vuol dire nulla, ma su un punto i moderati hanno ragione ad invocare la moderazione: sul fatto che dobbiamo essere prudenti, cauti, moderati, appunto, nel cambiare la nostra natura identitaria. La questione dell'identità si può mettere in questi termini. Perché noi siamo noi? In che cosa siamo diversi dagli altri? Qual è la nostra autocoscienza? La risposta è questa: noi siamo noi perché siamo figli della nostra tradizione. Quale tradizione? La risposta è questa: la tradizione giudaico-cristiana.

    Inutile, miope e anche rischioso girarci attorno. L'ho detto tante volte. Noi discendiamo da tre colline: il Sinai, il Golgota, l'Acropoli. E ci si siamo formati in tre capitali: Atene, Gerusalemme, Roma. Dopo, sono successe tante cose, abbiamo imparato tante lezioni, ci siamo mescolati, ora con violenza ora pacificamente, con tanta gente. Il risultato è che siamo meticci: meticci per razza e meticci per cultura. Ma questa è una banalità. È un fatto storico elementare e incontrovertibile.

    Ciò che non è banale e non è elementare è una domanda, che invece molti vogliono ignorare, esattamente come - pressoché gli stessi - avevano voluto, a loro dànno, ignorare la posta in gioco al referendum. E cioè: a questo nostro meticciato, per razza e per cultura, dobbiamo far corrispondere anche un'identità meticcia, cioè indistinta, cioè generica, cioè debole, cioè vaga, cioè, alla fine una non identità? Oppure possiamo e dobbiamo attribuirci un'identità ben definita?

    La domanda è più che fondata: è cruciale. In questo Occidente, in questa Europa, in questa Italia, possiamo ancora dirci chi siamo, da dove veniamo, perché crediamo in questo e quello? Possiamo ancora voler respirare l'aria delle tre colline da cui siamo scesi? Oppure, anziché la fonte battesimale della nostra identità, dobbiamo considerare quei colli altrettanti miti antichi, come pensano gli atei e i laicisti, i quali hanno così paura di sé e delle loro origini che considerano razzismo persino porre il problema della nostra, e anche della loro, identità?

    Il preambolo alla Costituzione europea ha cercato di dare soluzione a queste domande. Ma ha partorito questa risposta: l'Europa ha una "eredità spirituale e morale"; oppure quest'altra: l'Europa ha una "eredità culturale, religiosa e umanistica". Ma anche questo è banale e deliberatamente lacunoso: dire che noi in Europa abbiamo una eredità spirituale, morale e religiosa è come dire che i figli hanno dei genitori. La domanda vera è: quale eredità?

    Se non si dà una risposta a queste domande, perché si ha paura e si vuole nascondere la nostra identità, allora non si riesce neppure a mettere insieme una politica dell'integrazione degli immigrati, che sempre più numerosi vengono da noi e che noi accogliamo. Guardate che bel paradosso. Per integrare, bisogna includere gli altri nella nostra cultura. Gli altri vengono da noi per godere dei benefici - politici, sociali, economici, giuridici - della nostra cultura. E noi ci rifiutiamo di riconoscere e apprezzare la nostra cultura!

    Si dice: per integrare ci vuole la tolleranza con le culture altrui. Sembra un bel parlare e invece è una trappola. La tolleranza è una virtù debole, è una virtù passiva. Confina con l'indifferenza, la sopportazione, l'accondiscendenza. Si tollerano gli sciocchi, i molesti, gli inferiori. Non si tollerano quelli che si considerano uguali. Con gli uguali si usa un'altra virtù, ben più importante e ben più impegnativa. Si usa il rispetto. A differenza della tolleranza, il rispetto è la virtù dei forti ed è una virtù attiva, perché obbliga a mettere l'altro al nostro stesso livello. Del resto, se davvero ci ispirassimo alla tolleranza, perché non tollerare i predicatori d'odio? Perché non tollerare le classi scolastiche separate? Perché non tollerare le madrasse in cui si parla arabo, si insegna solo cultura araba, si semina risentimento? Perché non tollerare che sia tolto il crocefisso dalle scuole? Queste cose non solo non le tolleriamo, talvolta le consideriamo addirittura reati. E perché? Perché non tolleriamo chi non ci rispetta. Ecco perché la tolleranza vale poco e il rispetto vale tanto.

    La politica del rispetto, naturalmente, è difficile, molto difficile, assai più difficile di quella della mera indifferente tolleranza del multiculturalismo, la quale ha prodotto i ghetti nei quartieri delle capitali europee e i terroristi di seconda generazione. Perché comporta due obblighi: un atteggiamento di vera apertura verso gli altri, una considerazione di sé. Non dimentichiamolo: il rispetto comincia in casa nostra. Comincia con l'attribuire valore a se stessi, alla propria tradizione.

    Se si ragiona così - e soprattutto chi è stato educato nella cultura cristiana deve ragionare così - diventa chiaro perché dobbiamo essere liberali e conservatori. Liberali perché amiamo le libertà, per noi e per gli altri. Conservatori perché vogliamo conservare e rispettare la nostra identità, senza la quale quelle libertà non hanno senso e prospettiva. Non conservatori perché non dobbiamo fare le riforme: essendo liberali, dobbiamo farle. Non conservatori perché ci chiudiamo al futuro: essendo liberali, affrontiamo la modernità. Ma conservatori perché dobbiamo conservare i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra tradizione. Insomma, conservatori perché vogliamo custodire la nostra casa.


    Marcello Pera
    estratto da "Conservatori liberali", Gubbio, 10 settembre 2005


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    SADNESS IS REBELLION

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Liberalismo Conservatore

    grazie x l'intervento Florian...iaociao:

 

 

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