Miglio come Darwin Coraggio, bisogna evolversi


«Per procurare ordine bisogna prima fare il disordine». Da un vecchio proverbio lombardo, una chiave di lettura dell’innovazione e del cambiamento. È quindi necessario coraggio per salvare noi stessi e il Paese

«Certo stiamo entrando in un periodo di grande turbolenza. Ma io penso sovente a un vecchio proverbio popolare lombardo, secondo il quale “per procurare ordine bisogna prima fare disordine”.
Di questa massima dovrebbero ricordarsi quei concittadini i quali, amanti del quieto vivere, sembrano temere il cambiamento dei governanti tradizionali e del sistema politico; mai come oggi, invece, è necessario invocare e praticare una sola virtù: non la prudenza ma il coraggio. Soltanto se tutti vinceremo la viltà e daremo prova di coraggio, salveremo noi stessi e il Paese in cui viviamo.
Poco più di 12 anni fa (era il 1992), così Gianfranco Miglio concludeva il suo libro Come Cambiare - Le mie riforme per la nuova Italia (pag. 111, Edizioni Oscar Mondadori). Un’aperta esortazione al coraggio, all’accettazione del cambiamento che è poi un tratto caratteristico della vita. «Non c’è vita senza divenire, non c’è crescita senza cambiamento; i sistemi cristallizzati, ripiegati su se stessi, sono sterili e inaridiscono pure chi li popola, perché l’inedia “vampirizza” l’uomo, privandolo di quella forza interiore che lo spinge a cercare il nuovo. Se ci pensiamo bene la stabilità non è proprio della natura, dove tutto è in divenire. Anche quello che sembra non cambiare mai (pensiamo alla montagna, per esempio) è immutabile solo rispetto alla scala dei tempi umani, ma non dei tempi dell’universo. Insomma, negare il cambiamento è come negare la vita stessa. Ecco perché la libertà, quella più intima, è ciò che ci permette davvero di essere sempre noi stessi, acquisendo consapevolezza (di conseguenza responsabilità) di tutto ciò che è in noi, buono o cattivo che sia».
Seguiamo allora Miglio, nella sua esortazione al coraggio per salvare noi stessi e il nostro Paese; è un appello vibrante che va diritto al nostro cuore, che ci invita a guardarci dentro per poi essere protagonisti del cambiamento, che ci guida verso l’innovazione, di cui, mai come in questi ultimi anni, tanto si parla.
Per capirne di più, facciamo la cosa più semplice possibile, apriamo cioè un dizionario, diamo un’occhiata all’etimologia, latina, e leggiamone il significato: innovazione è la trasformazione che porta con sé elementi di novità, di modernità e segna un allontanamento dal passato, dalle situazioni precedenti. È l’introduzione di nuovi principi, metodi, ordinamenti. Il verbo innovare, poi, è la sintesi del vecchio proverbio citato da Miglio; significa infatti alterare l’ordine delle cose stabilite per farne di nuove (da Dizionario Italiano Ragionato G. D’Anna Sintesi).
Se date un’occhiata al famoso piano eEurope, quello, per intenderci, che fu varato a Lisbona e che avrebbe dovuto sancire la nascita della più grande economia della conoscenza al mondo, il tema dell’innovazione permea ogni passaggio. Economia della conoscenza e società dell’informazione, sono tutti concetti che suonano familiari. Altrettanto noti sono gli obiettivi strategici a essi correlati; risalgono ormai a quattro anni, quando a Lisbona, correva l’anno 2000, mese di marzo, la Presidenza del Consiglio europeo straordinario sancì che nel decennio successivo (2000-2010) l’Unione europea avrebbe dovuto «diventare la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza, capace di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale».
A questo obiettivo se ne associava uno operativo particolarmente importante, quello di far crescere il Pil del 3 per cento medio ogni anno nei prossimi 10 anni, un traguardo peraltro ben lontano dai risultati raggiunti. Senza entrare nel merito dei successi ad oggi effettivamente raccolti (ben più modesti rispetto alle attese del 2000), resta il fatto che dalla dichiarazione di principio di Lisbona è scaturita una strategia globale che sottolinea la necessità di preparare e governare la transizione verso l’economia della conoscenza, facendo leva soprattutto sul ruolo di coordinamento (in questo caso della Commissione), agendo sulla società dell’informazione, la ricerca e l’innovazione, gli aspetti economici e finanziari, il modello sociale europeo.
Fino a qui la politica con le sue letture molto settoriali, favorite dall’esigenza di documenti programmatici con cui tradurre dichiarazioni di principio; l’innovazione, però, è molto più che introduzione e adozione di nuove tecnologie; per quanto esse siano necessarie, sono una condizione necessaria ma non sufficiente.
L’innovazione, lo abbiamo visto poco fa, è la capacità di creare il nuovo, rileggendo l’ordine precostituito. È dunque un approccio metodologico, a cui segue una ricaduta operativa. Ma senza un nuovo sapere, che sappia unire anziché disgiungere, è difficile creare qualcosa di nuovo. Il nuovo che andiamo cercando non è solo la tecnologia inedita da applicare in azienda, non è neppure solo il prodotto o il singolo processo, è una nuova testa, una testa ben fatta, direbbe Edgar Morin.
A poco servono gli strumenti se non si riesce a utilizzarli al meglio; la nostra urgenza innovativa è prima di tutto un’urgenza educativa e formativa, che investe direttamente il mondo delle imprese come quello delle professioni liberali (ricordiamo il lungo dibattito, tuttora in corso, sulla riforma delle professioni e la dimensione sempre più globalizzata di professioni che un tempo avevano connotazioni decisamente nazionali), dell’università, della scuola. Dobbiamo imparare a leggere pratiche tecnologiche e competenze professionali con approcci interdisciplinari e transdisciplinari; dobbiamo cioè capire ciò che ci sta dentro, in superficie e in profondità, fuori ma lontano, fuori ma vicino. Il mondo del lavoro, sempre più spesso, chiede agli individui competenze specialistiche nei propri campi ma anche ampia disponibilità (e capacità) di integrarsi con gli altri, condividendone esperienze e linguaggi diversi. Alle radici dell’innovazione comunemente intesa (associata a prodotti e tecnologie), c’è lo sviluppo di un nuovo modo di apprendere, che non sia solo statico ma soprattutto evolutivo.
I diversi gruppi professionali hanno bisogno di nuove mappe delle conoscenza (mappe cognitive) che sappiano tradurre i singoli linguaggi disciplinari in altri linguaggi, a loro volta partecipi di altri codici, spesso più articolati. L’innovazione - e a questo proposito ben diceva Luca Cordero di Montezemolo nel suo discorso all’Assemblea 2004 di Confindustria (Roma, 27 maggio 2004) - «non è qualcosa che si fa una volta sola nella vita e poi si vive di rendita. È invece una fatica quotidiana. È il prodotto di una forma mentis che rimette sempre tutto in discussione. L’innovazione è un’ansia continua che ci deve portare a migliorare i nostri prodotti, i nostri processi produttivi, le nostre tecniche di vendita, i servizi connessi ai nostri prodotti: in altre parole, la gestione delle nostre aziende. L’innovazione è anche rischio e investimento, in persone e mezzi. Essa presuppone la vicinanza della finanza, che sappia accompagnare le idee dell’imprenditore e sappia dargli quello spazio di risorse capaci di portare a termine i progetti. Che aiuti il piccolo imprenditore come il grande a riprendere la strada dei brevetti, su cui si misura il grado di innovazione di un Paese. Presuppone che le imprese coinvolgano cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di conoscenze, desiderosi di sperimentare».
Complessità, interconnessione, condivisione sono i tratti salienti della nostra quotidianità; gli strumenti di cui disponiamo non bastano più per capire; abbiamo bisogno di occhi nuovi. L’essenza dell’innovazione è tutta qui: non è solo nel singolo prodotto o nel processo produttivo e non sta neppure solo nell’integrazione di tecnologie; sta prima di tutto nella cultura, cioè in quella capacità tutta particolare di metabolizzare gli eventi, contestualizzarli e tradurli perché siano trasmissibili. È il percorso da un’idea all’altra, da un concetto all’altro a generare innovazione, concretizzata poi, grazie alla creatività, in una nuova tecnologia, in un brevetto, in un prodotto inedito oppure un processo di produzione o di controllo. Per immaginare e creare il nuovo ci vuole coraggio, ci vuole forza, la forza di mettersi in discussione, di osare, di guardare oltre il seminato. I programmi, gli accordi, i piani ci aiutano, non c’è dubbio; tracciano le linee guida, danno conforto ai perplessi, rappresentano un riferimento necessario per costruire ma non si sostituiscono alla creatività, che resta l’elemento centrale nella costruzione del nuovo. Non dimentichiamo mai che «il fattore produttivo rilevante è uno solo: l’uomo con tutto ciò che sa, un insieme di lavoro e di capitale umano costituito dal sapere accumulato». (pag. 52 - da Semplicemente liberale di Antonio Martino - LiberiLibri - 2004)

Chiara Battistoni



IL FEDERALISMO - 06/12/2004 Sole delle Alpi