LA STORIA DEI BOMBARDAMENTI ATTRAVERSO ALCUNE TESTIMONIANZE
Zara, ovvero la morte di una città adriatica
Nell'autunno di sessant'anni or sono terminarono i funesti bombardamenti aerei che lacerarono profondamente la città di Zara.
Tali attacchi dal cielo determinarono la morte di un intero centro urbano, spazzarono centinaia di case e provocarono almeno due migliaia di vittime. Ridotta ad uno spettro, Zara era ormai una realtà cancellata. Il tempo si era fermato. Quanto avvenne successivamente appartiene ad una nuova era. La sua storia termina e muta proprio sotto le bombe alleate.
In questa nostra nota non vogliamo ricostruire la dinamica di siffatti avvenimenti, bensì ricordare quella tragedia che colpì e ferì la comunità zaratina, la sua storia, la sua cultura e il suo essere. "Zara dopo la distruzione totale, dopo la fuga di tutta la popolazione, è diventata nient'altro che un catino vuoto, rovesciato nel tritume e nell'immondizia delle proprie rovine. Poi, deturpata più che ricostruita, ha preso la forma di un'altra città, di un'altra cosa, di un'altra identità topografica, toponomastica e antropologica.
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La zona di Calle Angelo Diedo
A differenza di Dresda, o di Amburgo, Zara non è stata più ricomposta nel suo antico grembo architettonico, né ripopolata con gli stessi abitanti d'una volta. (...) In Europa forse soltanto Königsberg, prima distrutta e svuotata e poi traslocati di forza dalla Prussia alla Russia col nome di Kaliningrad, ha subìto morendo una metamorfosi altrettanto brutale" (E. Bettiza, Esilio, Milano 1999, p. 154). Così descrive Enzo Bettiza l'olocausto di Zara nel suo noto romanzo. Con queste parole dolorose e dirette, che fanno riflettere il lettore, lo scrittore spalatino descrive la devastazione della città dalmata, unica realtà urbana adriatica ad aver subito una lunga serie di pesanti bombardamenti aerei nel corso del 1943-44, che distrussero il centro stesso e ne decretarono l'esodo della stragrande maggioranza dei suoi abitanti.
Capoluogo della Dalmazia veneziana
La località era stata nel passato la capitale della Dalmazia veneziana, e svolse tale ruolo anche nel periodo asburgico, era inoltre la sede delle maggiori istituzioni della regione. Quello che non dobbiamo però dimenticare è il fatto che Zara era la città italiana per antonomasia di tutta la Dalmazia. Le macchinazioni austro-croate, volte ad accantonare e soffocare la componente italiana di quel territorio, riuscirono a cancellare visibilmente quella presenza, chiudendo le scuole con lingua d'insegnamento
italiana, le organizzazioni e tutto ciò che si esprimeva nella lingua di Dante.
Il Comune zaratino, le scuole, il ginnasio, le biblioteche, l'archivio, le istituzioni, il clero usavano come lingua d'ufficio l'italiano, mentre il popolo parlava il gergo ereditato dalla Serenissima.
Una dimensione di questo tipo non sarebbe stata tollerata dalla Jugoslavia che si doveva appena creare, combattendo le forze dell'Asse. La propaganda che voleva una Dalmazia completamente slava, e italiana solo perché italianizzata prima da Venezia (sic) e poi dall'Italia fascista non trovava alcun riscontro nel passato di quella regione. A prescindere dal passato legato alla repubblica marciana, la componente neolatina era autoctona come quella slava, e assieme costituivano il tessuto etnico della Dalmazia.
Già all'indomani della Grande Guerra la posizione della città era ambigua ed uno zaratino, Oscar Randi, scrisse la seguente osservazione:"Zara è una scheggia italiana infitta nell'epidermide jugoslava, che ne risente un prurito simile a quello provato dalla Spagna con Gibilterra inglese, ma peggiorato dall'assenza del conforto di Ceuta" (O. Randi, La Jugoslavia, Roma 1925, p. 474).
Distrutti secoli di cultura
Dal primo raid del 2 novembre 1943 all'ottobre 1944 si registreranno cinquantaquattro bombardamenti. Secoli di storia e di cultura, stratificatesi nel corso del tempo, si dissolsero nel nulla. La Zara veneta e dalmato-italiana non esisteva più, al suo posto sorse Zadar. Secondo le autorità jugoslave la città "ritornò, o meglio, si ricongiunse alla madrepatria dopo secoli di occupazioni straniere".
Il quesito che ci poniamo è molto semplice: perché tutto questo? Diverse sono state le ipotesi, più o meno verosimili, nessuna, comunque, è in grado di fornire una risposta precisa. Bettiza scrive che "l'assassinio di Zara, come quello di Dresda, resterà, malgrado tutte le congetture possibili un enigma attinente forse più al girone occulto e inesplicabile delle maledizioni storiche che ai perfidi calcoli della malvagità politica" (p. 152). Resta comunque il dramma e l'ondata devastatrice del fuoco che travolse persone e cose.
La chiesa di Santa Maria
Concludiamo con questi ricordi che non possono meglio illustrare la furia devastatrice di quei giorni:
"Il Liceo era stato completamente distrutto dai bombardamenti e dal fuoco. Compresa la bellissima biblioteca di 50 000 volumi che era l'unica che comprendesse tutto quello che era stato scritto sulla Dalmazia. Ricordo che mentre bruciava dalla Riva di Barcagno si vedevano volare in alto dei parallelepipedi di fuoco. Domandai a mio marito:'Come può la forza del fuoco gettare così in alto i mattoni?' E lui rispose: 'Non sono mattoni: sono i libri della nostra biblioteca'. Le pagine carbonizzate furono sparpagliate sino a cinque chilometri di distanza" (Emilia Celestani, Memorie. Zara 1937-1944, San Remo 1978, pp. 87-88).
Era iniziata l'agonia di un'intera città.
di Kristjan Knez
Per approfondire: dalmazia calvario









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