Paolo GRANZOTTO
tratto da Il Giornale, 10.03.2004.
"Caro Granzotto, anche recentemente lei ha ricordato che nel corso della sua attività di magistrato Oscar Luigi Scalfaro mandò a morte un imputato in quel di Novara. Ma a me risulta che la pena di morte non fosse prevista nemmeno al tempo del fascismo tanto è vero che per punire i membri del Gran Consiglio che votarono l'ordine del giorno Grandi si dovette istituire un tribunale speciale. Come è possibile dunque che dopo la Liberazione un tribunale potesse condannare alla pena capitale? Ma anche se lo si poteva fare, in quanto magistrato Scalfaro avrebbe avuto altra scelta? "
Perbacco se poteva, caro Licata. E da uno che fa il girotondino (il nonno dei girotondini, sempre essendo Rosy Bindi la zia) ce lo si sarebbe aspettato. Il decreto che istituì le Corti d'assise straordinarie (22 aprile 1945) aveva vigore per sei mesi. Scalfaro chiese - e ottenne - la pena capitale per Enrico Vezzalini nel settembre del '45. Non un maestro del diritto del calibro del nostro caro ex presidente della Repubblica, ma un qualsiasi mozzorecchi era in grado di richiamarsi a quei due o tre cavilli che avrebbero consentito di prolungare di qualche mese il dibattimento per poter così sentenziare in base al codice ordinario evitando all'imputato di finire al muro. Bastava volerlo. Le Corti d'assise straordinarie, teatro delle gesta di Oscar Luigi Scalfaro, furono uno dei tanti strumenti del regolamento dei conti col fascismo e operarono nel quadro di quella epurazione selvaggia -spesso bestiale- che caratterizzò il '45 . Ci fu un regolamento dei conti spontaneista rappresentato nel suo aspetto più bieco dall'uccisione di Giovanni Gentile e in quello più umano dalle repubblichine rapate a zero e messe alla berlina, e una resa dei conti giudiziaria. Questa prese l'aire coi tribunali popolari e i tribunali militari delle unità partigiane sorti per «giudicare in modo inesorabile e pronto, ma nel pieno rispetto della legge». Sulla prima parte della dichiarazione d'intenti, niente da dire. Sulla seconda, molto: i processi prescindevano dai diritti dell'imputato (non glie ne veniva riconosciuto alcuno), duravano in media un paio d'ore e terminavano immancabilmente con una condanna a morte. Fu su pressione degli Alleati che alla giustizia sommaria si sostituirono le Corti d'assise straordinarie, appunto, presiedute da un giudice di ruolo nominato dai presidenti di Corte d'appello. Al Cln, che aveva fatto fuoco e fiamme per ottenerla, fu assegnata l'esclusiva della nomina dei giudici popolari, tutta brava gente per la quale la colpevolezza degli imputati era, a prescindere, assolutamente fuori discussione. Se per fare il giurato c'era la coda, sorsero invece difficoltà a trovare giudici disposti a presiedere. Qualcuno era troppo compromesso col regime; molti rinunciarono adducendo, per via della pena di morte, motivi di coscienza; altri ancora declinarono l'invito ritenendo che nelle aule delle Corti d'assise straordinarie non si amministrasse la giustizia, ma l'odio e la vendetta. Scalfaro fu uno di quelli che non si tirò indietro. Tanti furono i soprusi (a Genova, il presidente del tribunale respinse 30 testimoni a discarico ammettendone di contro, e sebbene non preventivamente citati, di nuovi a carico) che al termine di un clamoroso processo che senz'altro potrebbe definirsi sommario tenutosi a Reggio Emilia e che si concluse con la condanna a morte dei 27 imputati, gli Alleati chiesero e ottennero che le Corti d'assise straordinaria chiudessero i battenti. Se vuole saperne di più, caro Licata, su quel torbido periodo legga I conti con il fascismo di Hans Woller per le edizioni del Mulino. Vi è raccontato con rigore storico, per filo e per segno, uno fra i capitoli meno edificanti della storia patria. Tanto poco edificante da indurre i protagonisti, i gloriosi partigiani, il Pci, a tentare di rimuoverlo dalla memoria collettiva Ma certe cose, non si dimenticano.
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