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    IRAQ

    Terroristi fanno esplodere chiesa caldea a Mossul

    Mossul (AsiaNews/Agenzie) - Un commando ha fatto saltare in aria la chiesa caldea di Mossul, nell'Iraq settentrionale, sede dell’episcopio. Da molti era considerata la più bella tra le chiese caldee nel nord Iraq. Lo ha riferito un religioso locale, padre Raghid Aziz Kara, secondo il quale un gruppo di persone armate ha fatto irruzione nella chiesa oggi pomeriggio verso le 16.30 ora locale e ha costretto quanti si trovavano in quel momento nell'edificio a radunarsi in un cortile. Il commando ha poi piazzato diverse cariche di esplosivo all'interno della chiesa. Sempre secondo il racconto del religioso, dopo aver fatto allontanare tutti, gli assalitori hanno fatto brillare gli esplosivi.
    Nel quartiere di Al Chifa, in cui sorge la chiesa caldea - sono state avvertite alcune forti esplosioni e l'edificio è attualmente in preda alle fiamme.
    La chiesa caldea di Mossul e' stata costruita nel 1950 ed ampliata negli anni '90. I caldei fanno parte della minoranza cristiana irachena, che ammonta complessivamente a circa il 2% della popolazione.

    fonte: asianews.it

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    NEL MIRINO
    Dopo gli attentati in agosto e in ottobre, all’inizio del ramadan, un nuovo attacco contro la comunità cristiana: «Ci hanno radunati tutti in una stanza. Poi siamo stati portati fuori e abbiamo sentito gli scoppi» Sventato in extremis il rapimento delle studentesse di un liceo di Baghdad: gli estremisti puntavano al rinvio del voto

    Dinamite contro le chiese a Mosul

    Il premier provvisorio: alle urne in date diverse per garantire la sicurezza. Putin: «Consultazioni in una situazione impossibile»



    Di Luca Geronico

    Dinamite contro due chiese a Mosul, nel Kurdistan iracheno. Non autobombe fatte detonare a distanza, come era avvenuto in agosto e a metà ottobre per l'inizio del ramadan nella stessa Mosul e a Baghdad, ma un assalto terroristico in pieno giorno con un messaggio intimidatorio ancora più brutale. Verso le 16 e trenta un commando è entrato in azione in una chiesa caldea nel centralissimo quartiere di Shifaa: «Uomini armati sono entrati nella chiesa e hanno radunato tutti i presenti in una stanza. Poi hanno posto delle cariche di esplosivo in diverse zone dell'edificio. Poi siamo stati portati fuori e hanno fatto esplodere le cariche. Abbiamo sentito tre esplosioni», ha raccontato padre Raghid Aziz Kara. Quasi contemporaneamente nella vicina chiesa armena del quartiere Wahda, che avrebbe dovuto essere inaugurata l'Epifania, un secondo commando costringeva a uscire il custode e altre due persone nell'edificio per poi far detonare altre cariche esplosive. Ingenti i danni, ma per fortuna nessun ferito. Cronache da pulizia etnica che rientrano in una vasta strategia della tensione in vista delle elezioni del 30 gennaio. Lo conferma la notizia che la Guardia nazionale ha sventato il sequestro delle studentesse di un liceo femminile a Baghdad nel quartiere di Daura. Solo un rastrellamento avvenuto lunedì mattina quando un gruppo di ribelli aveva già occupato la scuola ha evitato una Beslan irachena.
    I guerriglieri, come contropartita, chiedevano proprio il rinvio delle elezioni. Un appuntamento ritenuto improrogabile, come ribadito ancora lunedì da Bush, ma su cui anche il governo provvisorio di Baghdad è stato costretto ad ammettere qualche difficoltà. Le elezioni «si terranno, come previsto, a partire dal 30 gennaio ma saranno probabilmente scaglionate su 15 o 20 giorni», ha dichiarato il premier ad interim Iyad Allawi in un'intervista al quotidiano belga Le Soir. Si tratterebbe di fissare date diverse per ogni provincia «in modo da installare disposi tivi di sicurezza adeguati», ha precisato. Il premier ritiene stabilizzate 14 o 15 delle 18 province: se registra violenze a Mosul, nella provincia di Anbar e in alcune zone di Baghdad, tutto è calmo «a Sadr city (il quartiere sciita della capitale), a Najaf e a Karbala dove la ricostruzione è in corso». Al momento - lo rileva la France presse - in molte zone rurali non è giunta nessuna istruzione sulla compilazione delle liste elettorali e sulle modalità di voto, ma il premier provvisorio ostenta ottimismo: «I terroristi non sono così resistenti. Gli stiamo spezzando le reni».
    Un ottimismo certo non condiviso da tutti nella comunità internazionale, a partire dal presidente russo Vladimir Putin che incontrando ieri al Cremlino lo stesso Allawi ha affermato: «Non riesco a immaginare come sia possibile organizzare elezioni in un Paese sotto occupazione straniera. Non posso immaginare come voi possiate normalizzare la situazione in modo da evitare la disintegrazione».
    Intanto continua a crescere il costo in vite umane di questo infinito dopoguerra: con il marine caduto ieri nella provincia di al-Anbar è salito a mille il numero dei militari americani caduti in combattimento dall'inizio del conflitto. Un prezzo alto anche per il Pentagono tanto che il generale John Abizaid, comandante delle forze americane nella regione, ha dichiarato al Washington Post che già all'inizio del prossimo anno potrebbero cambiare i compiti delle forze statunitensi a fronte di un rafforzamento delle forze di sicurezza irachene. Bilanci difficili e scomodi anche per il super alleato Tony Blair: quarantaquattro diplomatici e pari di sua Maestà hanno sfidato il premier inglese a rendere pubblico il numero delle vittime civili in Iraq. «Il governo - scrivono - ha il dovere di proteggere i civili», ma Blair ha sinora respinto tutti i bilanci senza mai fornirne uno proprio.


    Avvenire - 8 dicembre 2004

 

 

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