il caso. La situazione finanziaria della Fisi e la mancanza di fondi per preparare Torino 2006 potrebbero creare una clamorosa divisione della nazionale alle Olimpiadi. Il presidente della provincia autonoma di Bolzano, Durnwalder: «L'80% degli azzurri sono altoatesini: potremmo gareggiare sotto la nostra bandiera»
La secessione sulla neve
Manfred e Manuela Moelgg, fratello e sorella in nazionale: «Prima di tutto siamo italiani, ma senza i nostri gruppi sportivi militari avremmo già smesso di sciare»
Da Bolzano
Mancano 50 giorni alla cerimonia di inaugurazione dei Campionati del Mondo di sci alpino di Bormio, la Coppa del Mondo è in procinto di toccare le tappe classiche italiane e la stagione turistica degli sport invernali è iniziata. Tempi felici per lo sci in Italia? La situazione è, se non drammatica, perlomeno critica. Tutto è incominciato dopo l'estate, con le lamentele di alcuni allenatori della Federazione Italiana Sport Invernali, circa il ritardo degli stipendi. Situazione all'ordine del giorno negli sport minori in questi anni di crisi e di osanna al "dio pallone". Poi ci si è messa la campionessa del mondo di Fondo, Gabriella Paruzzi, a puntare i piedi riguardo ai premi gara che aspettava invano. Ma la bomba è esplosa qualche giorno fa, quando il Presidente della Fisi, Gaetano Coppi, ha sbattuto la porta e se ne è andato da una riunione con il Governo ed il Toroc. Coppi sostiene: «È di 500 mila euro il costo della squadra più piccola che ho in seno alla Fisi, come si fa a non capire che per le Olimpiadi le Istituzioni nazionali devono impegnarsi a sostenere lo sci?». Le parole non bastano più. Ci vogliono i fatti, ossia i finanziamenti degni di un appuntamento olimpico, dove non solo lo sport e lo sci si giocano la faccia, ma l'intero sistema Italia. Coppi ha minacciato le dimissioni nel caso non arrivassero fondi e un segnale forte da parte del Coni. Il direttore tecnico dello sci maschile Flavio Roda si è schierato con il presidente. «Se il prossimo 22 dicembre il presidente Coppi dovesse dimettersi, io finirei la stagione ma poi potrei andarmene anche io». Roda esprime così la grande preoccupazione tra gli atleti e i tecnici della nazionale. L'ex allenatore di Alberto Tomba ricorda come, ad esempio, vi siano ritardi di alcuni mesi nel pagamento di stipendi e rimborsi spese ai tecnici. «Ma questo - spiega - passa quasi in secondo piano di fronte ai problemi che abbiamo ora e che il presidente ha denunciato». L'ultima sparata quella di ieri del presidente de lla Provincia autonoma di Bolzano, Durnwalder, che ha ipotizzato la possibilità di una secessione: se la situazione non cambia - ha detto in pratica - gli atleti altoatesini potrebbero andare alle Olimpiadi con la propria bandiera, anzichè quella italiana. Una provocazione, certo, ma che secondo Flavio Roda «ha una sua certa logica», visto che gli azzurri nati in Alto Adige rappresentano l'80% della squadra italiana. «È anche un discorso di etica dello sport - conclude Roda - non bisogna cancellare gli sforzi di questi sciatori che girano il mondo e sono fuori di casa undici mesi e mezzo l'anno a difendere i colori della nostra Nazione». Emblematica però la presa di posizione di Manfred e Manuela Moelgg, 22 anni lui, 21 lei, i fratelli di San Vigilio di Marebbe, bassa Val Badia, cuore ladino dell'Alto Adige, due punti di forza della nazionale di sci. «Io penso a fare le gare - dice Manfred - per il momento del resto non mi interressa. Sono in squadra e devo ancora dimostrare tanto. Noi alle Olimpiadi senza i colori azzurri? Sono nato in Alto Adige certo, ma prima di tutto sono Italiano; sbaglio?». Sua sorella Manuela, fa parte del gruppo sportivo della Guardia di Finanza, le Fiamme Gialle: «Dove andrebbe lo sci senza i Corpi Militari? Io, come tutti i miei compagni, faccio parte di uno di questi gruppi. Solo grazie a loro posso continuare a sciare».
«Se non fosse possibile partecipare alle prossime Olimpiadi con la squadra nazionale, allora bisognerebbe trovare altre soluzioni. Ad esempio fare come le isole Faroer e la Danimarca, che gareggiano separatamente sotto la propria bandiera. Oppure partecipare come euregio del Tirolo, Trentino e Alto Adige, l'organismo di collaborazione transfrontaliera tra i tre enti locali messi in piedi alcuni anni fa sulla base di interessi e storia comuni di questa area alpina...». La "provocazione" di Luis Durnwalder scuote il mondo degli sport invernali alla vigilia dei Mondiali di Bormio e a solo poco più di 12 mesi dai Giochi di Torino: il presidente della Provincia autonoma di Bolzano infatti si dice «molto preoccupato» per la crisi ai vertici della Fisi, il cui presidente Gaetano Coppi ha annunciato che si dimetterà se entro il 22 dicembre non arriveranno i fondi sufficienti - almeno 6 milioni di euro - per prepararsi in maniera decorosa alle Olimpiadi di Torino 2006.
L'80% degli atleti nazionali dello sport invernale sono altoatesini, dallo slittinista Armin Zoeggeler alla velocista Isolde Kostner e i fratelli sciatori Manuela e Manfred Moelgg. Tutta gente da medaglie, atleti che ai Mondiali ed alle Olimpiadi fanno la gloria loro, della loro terra e dei colori azzurri. Chiaro, dunque, che la situazione attuale di crisi preoccupi la Provincia di Bolzano e i suoi vertici politici. In passato, spesso in Alto Adige - anche sulla base degli eccellenti risultati ottenuti dagli atleti locali - qualcuno ha vagheggiato squadre con la bandiera del Sudtirol-Alto Adige, esaltando anche in questo la speciale autonomia ed identità locali. L'anno scorso - quando la Fisi cambiò la divisa per i propri atleti adottandone una con i colori rosso e bianco - gli stessi della Provincia di Bolzano - Dunrwalder sottolineò con piacere ed un filo di ironia questa novità. «Il Coni - ricorda amaro Durnwalder - ci deve ancora 10 milioni di euro per investimenti fatti in passato da noi per impianti e strutture. C'è una sentenza della corte costituzionale che ci riconosce il diritto di avere dal Coni quote di fondi. Ma i soldi non arrivano».
Ecco cosa si può arrivare a ottenere, quando c'è una classe politica che rappresenta il proprio popolo al 100% e un popolo che ha ancora un po' di spina dorsale e di auto-coscienza etnica.




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