timori di una doppia sentenza contraria per lui e Dell'Utri
E l'Ulivo non vuole essere impreparato in caso di ricorso alle urne
La carta di riserva del Cavaliere
"Al voto se mi condannano"
Dopo la nomina di Fini agli Esteri e l'ingresso di Follini
il premier si sente più forte ma non si fida
di CLAUDIO TITO
Prodi e Berlusconi
ROMA - "Caro presidente, non è che Berlusconi vuole andare a elezioni anticipate in primavera?". "Io per ora non ho alcun segnale in questo senso". Era il 30 novembre e per la prima volta Romano Prodi saliva al Quirinale come leader dell'opposizione. Un ritorno alla politica italiana dopo i quasi 6 anni "istituzionali" a Bruxelles. Un incontro tra vecchi amici nel quale il Professore si è sentito libero di fare anche qualche confidenza, di mettere al corrente il presidente della Repubblica dei suoi dubbi sulle intenzioni dell'avversario. Perplessità cui il capo dello Stato ha risposto cercando di tranquillizzarlo e facendo comunque capire di essere contrario ad un'ipotesi di quel genere.
Eppure, al di là degli interrogativi posti dal capo della Grande alleanza democratica, tutte le mosse compiute dal Cavaliere sulla scacchiera apparecchiata negli ultimi due mesi, legittimano il sospetto. Anche perché sebbene abbia pubblicamente rinfoderato l'arma delle urne a primavera brandita per piegare gli alleati sul taglio dell'Irpef, in privato è pronto a riafferrarla. Per 24 ore rimarrà nelle mani dell'inquilino di Palazzo Chigi come una extrema ratio. Domani, infatti, il tribunale di Milano dovrebbe emettere la sentenza del processo Sme. E se si tratterà di una condanna netta, una delle opzioni sul tavolo di Berlusconi sarà proprio il voto. "Di sicuro - va ripetendo da tempo - se arriverà una decisione davvero infamante, non potrò che rivolgermi ai cittadini...". I timori a Palazzo Chigi, con l'avvicinarsi dell'appuntamento, sono cresciuti. Nei Palazzi che contano si sono rincorse le voci sulla cosiddetta "doppietta", ossia la contemporanea sentenza al processo di Palermo che tocca direttamente uno dei fedelissimi del premier, Marcello Dell'Utri. Una doppia condanna, insomma, farebbe precipitare la situazione. E in quella circostanza tutti gli alleati della Casa delle libertà non potrebbero tirarsi indietro e rifiutare recisamente qualsiasi invito a valutare la formazione di un governo tecnico o istituzionale.
Il presidente del consiglio, insomma, pur essendo convinto che i giudici di Milano non lo condanneranno ("tutti gli atti ci dicono che arriveremo ad una assoluzione", ribadisce il suo avvocato Nicolò Ghedini), sta mettendo nel conto anche questa eventualità. E la conseguente risposta per non farsi cuocere sul fuoco lento delle polemiche circa la ricandidabilità a Palazzo Chigi o al Quirinale.
Anche per questo nelle ultime settimane si è in qualche modo adoperato per ordire una rete di sicurezza. L'imposizione del taglio alle aliquote Irpef, l'ingresso nel governo di Marco Follini e la promozione alla Farnesina di Gianfranco Fini, la messa in cantiere della campagna elettorale con i "mille" giovani da dispiegare nei collegi, l'insistenza sulla riforma della par condicio, la sottolineata necessità di modificare la legge elettorale con il sistema della scheda unica.
Senza contare che, come hanno fatto capire anche a Bruxelles, la coalizione si risparmierebbe di fare i conti con una manovra correttiva e il Cavaliere si troverebbe sicuramente come antagonista proprio Prodi che considera "l'avversario più debole". "Io non credo che alla fine Berlusconi voglia andare al voto - è l'analisi del segretario del Pri, Francesco Nucara - però è vero che dopo le gaffe di Prodi forse potrebbe essere conveniente".
Ma è la legge elettorale a mettere più in allarme il centrosinistra che ha colto nella posizione del premier un chiara volontà di accorciare i tempi della legislatura. "Di questo dovremo parlarne subito a gennaio", ha avvertito ad esempio il presidente dei Ds, Massimo D'Alema. Perché l'incubo che sta agitando le fila dell'Ulivo è esattamente concentrato su un "colpo di mano" in materia elettorale nei primi mesi dell'anno e la successiva consultazione popolare. L'Ulivo è soprattutto preoccupato di arrivare impreparato alle urne: senza aver superato il tornante delle regionali, senza aver consolidato la leadership di Prodi e senza aver svolto le famigerate primarie. "Eppoi - chiosa il coordinatore della Margherita, Dario Franceschini - non potremmo contare sulla figuraccia che il governo farà con la manovra correttiva. Quando mi hanno spiegato il disastro dei nostri conti pubblici dopo il taglio dell'Irpef, ho capito che per Berlusconi la tentazione di andare al voto è fortissima".
Senza contare che verrebbe meno anche uno degli scogli che il centrodestra sarà chiamato ad aggirare nella ordinaria campagna elettorale: il referendum confermativo sulla devolution. Il federalismo salterebbe e la Lega potrebbe prendersela solo con i magistrati. Per tutto questo, però, ci sarà bisogno di tempo. Nel piano di riserva studiato da Palazzo Chigi c'è anche un leggero slittamento del voto rispetto alla data del 3 aprile indicata per le regionali.
L'accorpamento politiche-amministrative comporterebbe il voto a giugno. Offrendo quindi anche qualche margine temporale in più per cambiare il sistema elettorale. Che anche in chiave di successione al Quirinale non sarà secondario nelle scelte della Casa delle libertà.
Repubblica


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