L'INTELLIGENZA POLITICA DI NORBERTO BOBBIO
di DANILO DI MATTEO

L’antropologo Ernesto De Martino paragonava i vissuti di fine del mondo (le “apocalissi psicopatologiche”) dei pazienti psicotici ai vissuti di chi assiste al venir meno di una speranza, alla fine di una certezza, al crollo di una civiltà (“apocalissi culturali”). Ecco: Bobbio, dopo i fatti di tangentopoli, confidò a Luciano Cafagna: “Sono rimasto fregato per la seconda volta!”; alludendo alla prima disillusione: la morte del Partito d’Azione. Dopo i primi influssi gentiliani, infatti, la frequentazione degli ambienti a-fascisti e antifascisti torinesi condusse il filosofo a far propri i principi del movimento “Giustizia e Libertà”, dal quale, grazie all’incontro con altre esperienze, nacque proprio il Partito d’Azione. Su un punto il professor Cafagna, nel seminario di “Profili riformisti” dedicato a Bobbio e alla tradizione liberal-socialista italiana, ha insistito: anche Carlo Rosselli, autore di “Socialismo liberale”, aveva una visione sistemica del socialismo; una concezione del socialismo, cioè, come concreto sistema economico e sociale, e non come semplice insieme di principi e valori a cui ispirarsi. Visione che in Italia permase fino agli anni 70: ne è una spia il documento elaborato da Nenni, Saragat e De Martino nel 66 in vista della nascita del Partito socialista unitario; documento culturalmente piuttosto “vetero”. Ma andiamo con ordine. I tantissimi intellettuali rimasti orfani dell’azionismo, definiti dal Presidente di Libertà Eguale “clerici vagantes”, fecero scelte diverse: si pensi a Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi (si tratta dei due azionisti che divennero leader di altri partiti e incisero profondamente sulla vicenda politica nazionale: il futuro capo repubblicano per un certo periodo venne addirittura considerato “l’ago della bilancia” della politica italiana), Emilio Lussu, Vittorio Foa e tanti altri. La morte di Stalin nel 53 rappresentò un momento di disorientamento e di possibile apertura al dialogo per il movimento comunista internazionale; in tale quadro si colloca il libro “Politica e cultura” di Bobbio, al quale Togliatti dedicò una lunga recensione, pur respingendone la sostanza. Il 56, con l’invasione sovietica dell’Ungheria, rappresentò invece, secondo Cafagna, l’inizio di una fase di involuzione e di irrigidimento del pensiero del leader comunista. In seguito alla morte del quale, invece, inizia un interessante e vivace confronto, anche epistolare, fra il filosofo torinese e Giorgio Amendola. Su un punto Bobbio non faceva concessioni: la difesa e la promozione della libertà. E’ rimasto celebre, poi, il suo scetticismo sulla terza via berlingueriana: come possiamo immaginare “equilibri più avanzati” rispetto al resto dell’occidente, rispondeva ad Amendola, noi che non riusciamo ad avere neppure un grande partito socialdemocratico? L’occasione di costruire una grande socialdemocrazia in Italia si presentò con la nascita del Psu nel 66, anno al quale il filosofo, nella sua autobiografia, fa risalire l’inizio di un periodo di più intenso impegno politico. Tanti altri intellettuali furono entusiasmati dall’evento: ma fu una stagione di breve durata. Nei primi anni 70, intanto, ci fu un risveglio culturale dell’area socialista promosso soprattutto dagli intellettuali di MondOperaio (la rivista raggiunse una tiratura di 20mila copie!). In seguito Bobbio vide in Craxi la possibilità di far nascere davvero in Italia una grande forza socialdemocratica occidentale. Ma l’idillio si interruppe nei primi anni 80, a partire da una polemica fra il filosofo e Martelli sull’uso della parola equità al posto di eguaglianza. In seguito Bobbio sollecitò il Pci, che ancora aveva tanto consenso, a compiere fino in fondo lo “strappo” e ad approdare definitivamente alla socialdemocrazia: “Vi comportate da socialdemocratici; perché non pensate anche come tali?”. In seguito al crollo del muro di Berlino, il filosofo osservò che era morta una “religione” e che le conseguenze sarebbero state imprevedibili. Il suo “Destra e sinistra” sancisce la preoccupazione, da parte di chi aveva dedicato la vita all’idea della libertà, che andasse perso l’altro caposaldo della sinistra: il principio dell’uguaglianza. E, a causa di una certa astrattezza, che ad esempio non gli faceva amare autori come Tocqueville, non si fece convincere da Cafagna, che gli proponeva nuove letture dell’eguaglianza, in riferimento a fenomeni quali la liberazione della donna e l’immigrazione. Comunque, “la fine ingloriosa della prima Repubblica” fu anche dovuta al fatto che uomini come Bobbio sono rimasti spesso inascoltati (chissà come sarebbero andate le cose, mi chiedo, se egli fosse stato eletto Presidente della Repubblica: Craxi commise un grave errore nell’osteggiare quell’ipotesi). Ma il filosofo era il primo a non credere nel “potere degli intellettuali”: il potere sceglie altre strade e compie altri percorsi rispetto alle intuizioni degli uomini di cultura.