Due politici democristiani, un prete pacifista di assisi e un pacifista abbruzzese erano intestatati di partite di petrolio irakeno, secondo la documentazione sequestrata in Irak.
Quando questi personaggi corrotti saranno messi sotto accusa e abbandoneranno le loro posizoni di potere?
http://itaca.netfirms.com/article_1076.shtml
FORMIGONI
IL PETROLIERE
Ecco tutti gli amici
(ricompensati) di Saddam
di Claudio Gatti
Che il regime di Saddam Hussein avesse trovato il modo di aggirare embargo e sanzioni era noto a tutti. In particolare si sapeva che, nonostante tutti i controlli dell'Onu, il programma «Oil for Food» era un vero e proprio colabrodo e che il regime se ne serviva per stornare fondi e foraggiare gli amici. Non solo quelli iracheni ma anche quelli nel resto del mondo. E per questo che qualche settimana fa membri del Consiglio governativo iracheno hanno voluto scandagliare gli archivi del ministero del Petrolio alla ricerca di dati o documenti che provassero L’esistenza di contratti di favore a beneficio di personalità estere. Il risultato è un rapporto con circa 266 nomi di 52 Paesi diversi. Sono individui o società a cui, a partire dal '98, risulta che il regime abbia assegnato centinaia di milioni di barili di petrolio senza che i responsabili del programma «Oil for Food» ne sapessero niente. Il rapporto doveva rimanere segreto ma una copia è finita nelle mani di un quotidiano di sinistra iracheno che ha deciso di pubblicarlo. Nel rapporto i nomi sono ovviamente scritti in arabo, e la conversione in alfabeto latino non può che esser fatta su base sonora (a complicare le cose c'è il fatto che in arabo non esistono vocali). Ma alcuni nomi importanti sono già stati tradotti e “decifrati'.
Tra i nomi ci sono, ad esempio, quello dell'attuale primo ministro libico, dell'ex ministro francese Charles Pasqua e di Patrick Maugein, controverso uomo d'affari francese, più volte associato al presidente Jacques Chirac, a cui risultano esser stati assegnati 25 milioni di barili attraverso la società Trafigura. Il 17' Paese elencato nel rapporto è l'Italia, con nove nomi di individui e società. In testa a questa lista c'è un nome che suona come Roberto Formigoni. Accanto ci sono le cifre delle quote che dalle carte degli archivi del ministero risulterebbero essere state a lui assegnate nel corso delle varie fasi del programma Oil for Food. Per un totale di 24 milioni e mezzo di barili, pari ad almeno una ventina di petroliere. A seguire c'è il nome di un broker petrolifero, il siciliano Salvatore Nicotra che risulta aver avuto assegnazioni per 15 milioni e mezzo di barili. Il terzo nome, con un totale di 6,5 milioni di barili, è leggibile come “signor Folloni". Il quarto è Padre Benjamin, con 4 milioni e mezzo di barili.
Quando «Il Sole-24 Ore» ha chiesto se il presidente della regione Lombardia abbia mai ricevuto assegnazioni o in qualche modo abbia trattato partite di petrolio iracheno, il suo portavoce ha risposto che Formigoni «non ha mai ricevuto una lira dall’Iraq», aggiungendo: «Abbiamo sempre cercato di aiutare le aziende italiane nei confronti dell'Irak, anche all'interno del programma Oil for Food, e abbiamo organizzato, a nostre spese, missioni umanitarie». Salvatore Nicotra ha in vece apertamente ammesso di aver ricevuto, in qualità di broker e di amico dell' Irak, assegnazioni per circa 15 milioni di barili. E così anche l'ex senatore democristiano oggi membro della giunta Esteri della Margherita, Gian Guido Folloni, che ha riconosciuto di aver ricevuto due assegnazioni in qualità di presidente dell'Associazione Italia-Irak. «Due volte nel giro di un anno e mezzo mi furono assegnate delle quote che io poi passai ad aziende italiane. Mi era stato detto che si potevano fare queste segnalazioni nell'ambito del programma Oil for Food. Era un modo per l'Associazione di aiutare aziende che le erano legate». Quali aziende avete aiutato? «Mi pare che la seconda volta contattammo Nicotra». E che cosa avete ottenuto in cambio? «Le aziende dettero dei contributi all 'Associazione». Il segretario dell'Associazione Italia lrek Antuniu Luhc aggiunge ulteriori dettagli: «La seconda società che segnalammo fu effettivamente quella di Nicotra. L'altra non era italiana. Il nome ci era stato dato da un nostro socio a Baghdad». In pratica avete fatto da broker? «Noi siamo un ente non a fini di lucro e quindi non possiamo fare business. Abbiamo semplicemente fatto delle segnalazioni a società che poi ci hanno dato un contributo», spiega Loche. (…)
Che il regime di Saddam avesse architettato un sistema per aiutare amici del regime aggirando il programma Oil for Food, «Il Sole-24 ore» lo ha comunque accertato. Ecco come funzionava: con cadenza semestrale, da New York, l'Onu determinava il quantitativo di greggio che l'lrak era autorizzato a esportare in una determinata fase del programma Oil for Food. Simultaneamente a Baghdad, il regime individuava nomi di personaggi stranieri per un motivo o per un altro "meritori', ai quali assegnare informalmente partite di greggio da vendere ai trader ufficiali registrati all'Onu. Semestralmente gli assegnatari, che potevano essere singoli individui oppure società (perlopiù di facciata) venivano informati dell'ammontare concesso e del prezzo (spesso scontato rispetto al cosiddetto Official seller price, il prezzo del Brent sul mercato). Di solito questa comunicazione avveniva telefonicamente attraverso un contatto che l'assegnatario aveva direttamente all'interno del ministero del Petrolio oppure nella sezione commerciale del ministero degli Esteri. Gli assegnatari intavolavano poi una trattativa con i trader, offrendo la loro assegnazione al miglior offerente. Il margine di guadagno era determinato dalle oscillazioni del mercato e dallo sconto concesso dalla Somo. Variava perciò a seconda del momento e del contratto, ma a detta di funzionari iracheni interpellati oscillava solitamente tra i 2 e i 10 centesimi, con punte di 20 centesimi a barile. In altre parole 25 milioni di barili potevano rendere all'assegnatario dai 5OO mila ai 5 milioni di dollari. (…)
Che a ricevere contratti dalla Somo, accanto a giganti del settore come Agip, Elf, Total e colossi petroliferi russi e cinesi, fossero anche minuscole società apparse dai nulla era da tempo noto agli addetti ai lavori. «C'erano moltissime società di comodo che per un motivo o un altro venivano favorite dal regime con grossi contratti. Ed erano spesso società neppure in grado di fare il lifting, cioè di caricare la petroliera, e che quindi giravano subito il contratto ad altri, incluso le società petrolifere anglo-americane a cui Saddam aveva dato ordine di non vendere petrolio direttamente» , spiega un addetto ai lavori che preferisce mantenere l'anonimato. «In effetti si sapeva che dietro ci potessero essere degli amici del regime. Ma io pensavo che fossero partner commerciali di grossi papaveri iracheni». Un altro trader va però oltre: «Le assegnazioni potevano andare anche a persone non del settore che si erano impegnate a favore dell'Irak. Gente che si batteva per togliere l'embargo per esempio Era una forma di ringraziamento. Un omaggio per le attività e l'impegno dimostrato». E c'erano anche uomini politici italiani? «Effettivamente nei nostri ambienti si sapeva che tra gli assegnatari c'erano dei politici. Circolavano dei nomi. Ma preferisco non farli. Posso solo aggiungere una curiosità è: essendo estranei al settore, e quindi incompetenti, provavano spesso cifre esorbitanti, anche 50 centesimi o addirittura un dollaro al barile. Ma nessuno pagava quelle cifre per un'assegnazione».
Da fonti sia in Iraq che negli Stati Uniti, «Il Sole-24 Ore» ha saputo che il programma di supporto finanziario a personaggi stranieri attraverso l'assegnazione di quote di greggio veniva in buona parte gestito o comunque coordinato dal ministro Tarek Aziz. E non si può non notare che, a parte il trader, gli italiani citati dal rapporto avevano una conoscenza personale con l'ex vice primo ministro e ministro degli Esteri di Saddam e hanno tutti e tre partecipato alla missione di pace compiuta da Aziz nel febbraio scorso a Roma nel tentativo in extremis di evitare la guerra. A ideare e realizzare quell'operazione fu padre Benjamin «I1 13 gennaio 2003 scrissi una lettera al sottosegretario di Stato, l'allora vescovo e adesso cardinale Jean-Louis Tauran, chiedendogli se era disposto a sollecitare la disponibilità del Santo Padre a incontrare Tarek Aziz nel caso io lo avessi invitato in Italia. Due giorni dopo, il 15 gennaio, ebbi un fax dalla segreteria di Stato con cui ottenni il pieno appoggio all'iniziativa», spiega padre Benjamm. «Contattai così Tarek Aziz, che conoscevo dal dicembre del '98, dicendogli che ci dovevamo vedere. Lui mi invitò a Baghdad, dove gli spiegai la mia idea. Lui mi disse che ne avrebbe informato il rais, ma che non vedeva problemi».
Il 12 febbraio Padre Benjamin non mancò di andare a ricevere Tarek Aziz all'aeroporto di Fiumicino. Ma rimase con lui in una saletta Vip dell'aeroporto appena una ventina di minuti. Dopodiché, anziché prendere insieme la strada per Roma, Aziz andò direttamente in un ristorante sul mare a incontrare un uomo politico italiano che conosceva dal '90: Roberto Formigoni. «Formigoni lo voleva vedere subito al suo arrivo ricorda padre Benjamm —. Andarono a pranzo insieme, verso Ostia credo, dove si erano dati appuntamento». Una volta a Roma, Aziz fu poi invitato a Via Ennio Quirino Visconti, vicino Piazza Cavour dove, in qualità di presidente dell'Associazione Italia-Irak, lo aspettava Gian Guido Folloni.
(dal Sole)




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