User Tag List

Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
    Registered User
    Data Registrazione
    02 Apr 2002
    Località
    BERGAMO
    Messaggi
    196
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Patriarcato Greco-Cattolico

    Ecco le motivazioni del Cardinale Husar, sulla richiesta dei Greco-Cattolici per creare il Patriarcato: lo so che tutte le Chiese Ortodosse hanno levato gli scudi contro questa iniziativa, pensare che dopo quelli storici i Patriarcati sono stati creati nella maggior parte dai poteri temporali, tipo quello di MNosca che forse è il più contrariato....va bè pazienza. Ecco L'articolo:

    Il cardinale ucraino Lubomyr Husar, capo della più consistente Chiesa di rito orientale in comunione col Papa, è una persona cortese e paziente. Da tanto tempo risponde senza scomporsi alle stesse domande e alle stesse polemiche. È da quasi quindici anni che la sua Chiesa, riemersa con vigore dalla clandestinità tribolata dei decenni sovietici, consolida le proprie strutture ecclesiastiche su tutto il territorio ucraino. Una "rinascita" che molti indicano come la pietra d’inciampo di tutti i buoni propositi di riconciliazione tra la Chiesa di Roma e il patriarcato di Mosca.
    Ci vuol poco a indovinare che l’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici ucraini non si sia entusiasmato davanti alla recente intervista concessa a 30Giorni dal metropolita ortodosso russo Kirill di Smolensk. Quella in cui il responsabile del dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca tuonava contro i "piani espansionistici" dei greco-cattolici in Ucraina e negava ogni fondamento storico alle loro "pretese" di veder riconosciuto alla loro Chiesa il rango di patriarcato. Ma più al fondo, ad Husar va stretta l’etichetta di "guastafeste" del dialogo ecumenico che si suole applicare ai cattolici ucraini di rito orientale. Lui, in cuor suo, è convinto esattamente del contrario.

    Eminenza, state costruendo a Kiev la nuova cattedrale della Santa Resurrezione. Lei quando si trasferirà nella capitale? E questo "trasloco" avverrà in vista della sua elevazione a patriarca?
    LUBOMYR HUSAR: Le due cose non sono collegate. Andrò a Kyiv [Kiev in ucraino, ndr] anche se sono ancora un "arcivescovo maggiore", secondo la terminologia ecclesiastica, a prescindere dal fatto che il nostro patriarcato venga riconosciuto o meno, oggi, domani o fra dieci anni. Quella di Kyiv diverrà la mia residenza principale a partire da dicembre. Per finire la costruzione della cattedrale ci vorranno ancora parecchi mesi, mentre per la costruzione di residenze e uffici ad essa collegati bisognerà forse aspettare un paio d’anni.


    Giovanni Paolo II e il cardinale Lubomyr Husar a Kiev nel giugno 2001



    Cosa giustifica questo trasferimento?
    HUSAR: Prima di tutto le ragioni pastorali e storiche. È vero che nell’Ucraina orientale da più di duecento anni la presenza dei cattolici di rito orientale e anche le strutture ecclesiastiche della nostra Chiesa erano state azzerate dall’Impero zarista. Ma nel secolo scorso la presenza dei nostri fedeli in quelle parti è tornata, grazie nientemeno che a Stalin. Lui, con le sue deportazioni, è diventato un involontario apostolo del cattolicesimo in varie parti dell’Unione sovietica. Adesso, per ragioni pastorali, per noi è più vantaggioso stabilire la nostra sede centrale a Kyiv, perché così siamo più vicini alle comunità che adesso sono sparse per tutto il Paese. Inoltre, stando a Kyiv si evita di fare lunghi viaggi ogni volta che il Consiglio statale delle Chiese o gli uffici dello Stato ci convocano per qualche motivo. E infatti tutti i capi delle Chiese e delle confessioni religiose riconosciute dallo Stato risiedono nella capitale.
    I fedeli della vostra Chiesa rimangono comunque concentrati nelle regioni dell’Ucraina occidentale. Quali sono le "ragioni storiche" del trasferimento?
    HUSAR: Noi da Kyiv siamo stati cacciati. Leopoli non è mai stata, per così dire, la nostra patria, non è mai stata al centro della storia della nostra Chiesa. Anche le vicende moderne in cui otto dei dieci vescovi del territorio ucraino confermarono la loro comunione con il vescovo di Roma, nell’Unione di Brest-Litovsk del 1596, hanno avuto come centro Kyiv. Paradossalmente gli unici vescovi che in quell’occasione non avevano sottoscritto l’atto di unione con Roma erano proprio quello di Leopoli e quello di Przemysl, sempre nella parte occidentale dell’attuale Ucraina. Quando agli inizi dell’Ottocento lo zar ha liquidato le strutture della nostra Chiesa a Kyiv, tali strutture sono state ristabilite a Leopoli con il consenso della Santa Sede. E da allora la presenza dei nostri fedeli si è concentrata nell’Ucraina occidentale solo perché quelle terre non erano sotto lo zar, ma sotto l’Impero asburgico o sotto la Polonia. Ma come ho già detto, adesso le nostre comunità stanno rifiorendo in tutto il Paese. Così ora stiamo praticamente tornando a Kyiv.


    Fedeli ucraini accolgono festosamente il Papa al suo arrivo all’aeroporto di Chayka, presso Kiev, dove ha presieduto una celebrazione eucaristica, il 24 giugno 2001



    Negli ultimi tempi avete risollevato la mai accantonata richiesta che la vostra Chiesa sia riconosciuta come patriarcato. Perché tanta insistenza su questo punto?
    HUSAR: Nella nostra tradizione orientale il patriarcato è il punto di arrivo naturale nel normale processo di crescita di una Chiesa. Quando una Chiesa locale di tradizione orientale raggiunge nel suo sviluppo storico uno stadio di maturazione nei vari aspetti della vita ecclesiale — spiritualità, liturgia, teologia, disciplina canonica, struttura gerarchica, organizzazione — il riconoscimento del patriarcato non rappresenta un "salto", un momento di discontinuità, ma la semplice presa d’atto di uno sviluppo già avvenuto, di un cammino già compiuto. Anche nella recente esortazione postsinodale Pastores gregis il Papa ha ripetuto che dove è richiesto dalle condizioni i patriarcati devono essere istituiti. Lo scorso anno, abbiamo raggiunto la piena unanimità tra i vescovi greco-cattolici ucraini sulla constatazione che la nostra Chiesa è già un patriarcato. Forti di questo consenso interno, e con l’appoggio dei nostri fedeli, abbiamo chiesto anche alla suprema autorità della Chiesa cattolica di riconoscere e benedire questa realtà.
    Spetta al vescovo di Roma la facoltà di istituire i patriarcati?
    HUSAR: Le cose sono cambiate nel corso della storia. I primi cinque patriarcati sono stati riconosciuti dai Concili ecumenici celebrati dalla Chiesa indivisa. Quelli di formazione più recente sono stati spesso creati dai poteri temporali, dagli imperatori e dai re delle diverse nazioni, per poi essere progressivamente riconosciuti dalle altre Chiese. Lo stesso patriarcato di Mosca ha aspettato un secolo e mezzo prima di essere unanimemente riconosciuto da tutte le altre Chiese ortodosse. Ora, per noi, in epoca moderna, si aprono diverse vie…


    Una bambina riceve l’eucarestia durante la messa presieduta dal Papa all’aeroporto di Chayka



    Si dice che anche lo Stato ucraino potrebbe appoggiare l’istituzione del vostro patriarcato…
    HUSAR: Non vogliamo che il patriarcato sia istituito dallo Stato, per non subire forme di sudditanza verso i poteri civili. Così il patriarcato finirebbe per essere un’istituzione statale. Vogliamo seguire la via ecclesiastica. L’usanza classica prevede che i nuovi patriarcati vengano riconosciuti dal Concilio ecumenico riunito in sessione. Ma tra i Concili Vaticano I e Vaticano II sono passati quasi cento anni…
    E un Vaticano III non sembra alle viste.
    HUSAR: No, anzi… Ma nella Chiesa cattolica abbiamo un’altra possibilità, sancita anche nei Codici di diritto canonico, e che purtroppo gli ortodossi non hanno. L’istituzione di nuovi patriarcati può essere ratificata dal papa.
    Su 30Giorni il metropolita ortodosso Kirill di Smolensk ha definito l’eventuale creazione di patriarcati da parte del papa come "un tentativo di rianimare l’ecclesiologia del tempo delle Crociate, quando, come è noto, vennero istituiti in Oriente dei patriarcati cattolici paralleli a quelli ortodossi".
    HUSAR: Ma non è il papa che crea il patriarcato. Un patriarcato è una Chiesa di popolo che già c’è, con la sua spiritualità, la sua teologia, la sua gerarchia, che va solo riconosciuta. E il papa, dando il suo assenso, si limita a riconoscerla. E poi, tutti i patriarcati sia ortodossi che cattolici sono emersi nella storia nei modi più diversi, seguendo ognuno una propria strada particolare. Non c’è un modello unico obbligato.
    Rimane scontato che l’istituzione di un vostro patriarcato, per di più a Kiev, avrebbe ricadute nel dialogo con gli ortodossi. Che si considerano i legittimi eredi del "battesimo della Rus’" avvenuto a Kiev nel 988. Si aprirebbe un caso di eredità contesa.
    HUSAR: Ma lì affondano anche le radici del nostro albero. Siamo una Chiesa autoctona: la nostra realtà non nasce da un innesto "postumo" in quelle terre. A differenza ad esempio della Chiesa latina, che sia in Russia che in Ucraina non è una Chiesa di popolo, e rimane una realtà non indigena. Anche noi siamo figli del primo battesimo della Rus’. E dopo la rottura dell’unità, nel 1054, la nostra Chiesa non si è mai "schierata" per l’una o per l’altra parte…
    Ma i metropoliti di Kiev allora erano inviati da Costantinopoli.
    HUSAR: Per qualche secolo, sì. Comunque i nostri vescovi andavano ai Concili che si tenevano in Occidente, come quello di Lione o quello di Firenze, dove il nostro metropolita Isidoro di Kyiv fu tra i protagonisti della momentanea riunione delle Chiese d’Oriente con la Chiesa di Roma. Alla fine del Cinquecento i nostri vescovi riconobbero che la nostra Chiesa per sopravvivere doveva confessare chiaramente la propria comunione col vescovo di Roma, quella comunione che comunque non era mai stata da noi ufficialmente negata. Allora, tale passo fu solo il punto d’arrivo di un processo che era iniziato al Concilio di Firenze. E comunque, tutti i nostri problemi nascono proprio dal fatto di essere una Chiesa indigena…
    Che vuol dire?
    HUSAR: Sotto lo zar e anche nei momenti più duri dell’epoca sovietica, una presenza della Chiesa latina, seppur minima, è stata tollerata, in quanto presenza ritenuta "straniera". Ma noi, essendo ucraini e di tradizione bizantina, riconoscendo il vescovo di Roma infrangevamo i rigidi codici di identificazione tra sudditanza nazionale e confessione religiosa. La nostra comunione con il papa era punita come una forma di tradimento della nazione, più che per motivi religiosi.
    Gli ortodossi dicono che negli ultimi quindici anni è stata seppellita la teologia delle Chiese sorelle espressa dal Concilio Vaticano II. La vostra "riemersione" dopo gli anni della persecuzione sarebbe stata usata come strumento dell’assorbimento di tutte le Chiese d’Oriente sotto l’unico "impero" cattolico romano a guida latina…
    HUSAR: Ma anche la nostra, rispetto alla Chiesa di Roma, è una "Chiesa sorella". La Chiesa universale non esiste in modo amorfo, come un’idea platonica. Esiste in determinate circostanze concrete, condizionate dalla cultura locale. Noi siamo una Chiesa sui iuris, che cioè si esprime e cresce in forme e tradizioni che sono di origine umana, non divina. Ma siamo una Chiesa in senso pieno, al pari della Chiesa latina. In questo senso formiamo una comunione di Chiese sorelle, che sul piano ecclesiologico hanno la stessa dignità e valore, a prescindere dalle dimensioni. Non è che ci sia più "Chiesa universale" nei raduni di centomila persone in Vaticano, rispetto a quanta ce n’è in una qualsiasi nostra parrocchia dove si celebra l’eucaristia.


    Benedizione dei cibi per il pranzo di Pasqua in una parrocchia greco-cattolica a Leopoli



    Storicamente nel rapporto tra Chiese cattoliche orientali e Chiesa di Roma non sono mancati problemi.
    HUSAR: A volte affiora ancora nella Chiesa di rito latino questo complesso di superiorità, per il fatto di avere maggiori dimensioni, fino a considerare le Chiese cattoliche orientali come appendici o pezzi di museo. Questo adesso sta cambiando, anche grazie all’ecumenismo, per cui in Occidente si comincia a capire che non esiste solo la Chiesa di tradizione latina.
    Torniamo al rapporto con gli ortodossi. Un eventuale patriarcato greco-cattolico a Kiev, che affermi la propria continuità con la sede più antica del cristianesimo nelle terre a oriente del Dniepr, verrebbe visto dalla gerarchia ortodossa russa come una delegittimazione della propria autorità canonica e un "declassamento" del patriarcato di Mosca.
    HUSAR: Ma noi non rivendichiamo la nostra eredità in forma esclusiva. Riconosciamo che anche la Chiesa ortodossa russa getta le radici della propria valida successione apostolica nella prima plantatio Ecclesiae avvenuta nella Rus’ di Kyiv. Non siamo noi a fomentare la divisione. Anzi. Gran parte del nostro essere e agire è per avvicinare il ritorno all’unità originaria.
    Lei che immagine ha di questa unità?
    HUSAR: Per ristabilire la comunione, tutte le Chiese orientali ortodosse che seguono fedelmente la loro apostolica tradizione non devono cambiare nulla del loro patrimonio, devono solo aprirsi alla piena comunione col successore di Pietro. Tutto il resto dovrebbe rimanere intatto. Non dobbiamo chiedere nulla di più di questo. Come è scritto negli Atti degli Apostoli: "Perché tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi abbiamo potuto portare?". A quel punto, ripreso insieme lo stesso cammino, noi Chiese cattoliche orientali avremmo concluso la nostra funzione storica e potremmo rientrare nella piena familiarità con le Chiese sorelle ortodosse, come era la nostra condizione prima delle divisioni.
    Davvero riconoscete di avere una "missione a tempo" che potrebbe finire da un momento all’altro?
    HUSAR: Dopo secoli di divisioni e ostilità, anche molte usanze si sono diversificate. A livello pratico ci vorrebbe forse un adeguato periodo di adattamento graduale, magari mantenendo nel frattempo un certo parallelismo delle istituzioni ecclesiali. Un tempo di "assuefazione" reciproca, per due o tre generazioni, prima della unificazione completa.
    Secondo lei, per ripristinare l’unità basterebbe che gli ortodossi si aprissero alla comunione col papa. Ma nel corso dei secoli le forme di esercizio del primato petrino sono cambiate.
    HUSAR: Nel suo contenuto essenziale, il primato petrino è innanzitutto un servizio all’unità. Nella comunione tra le Chiese abbiamo bisogno di un centro. Un po’ come quando in guerra si alza la bandiera, e così tutti i soldati che appartengono a un esercito hanno un punto visibile intorno a cui radunarsi. Non è il Papa che fa la Chiesa. Il capo della Chiesa è Cristo. Il vescovo di Roma è il successore dell’apostolo scelto da Cristo per essere il centro visibile intorno al quale riconosciamo di essere in comunione. La comunione si manifesta intorno a queste due realtà, la divina Eucarestia e il papa.
    L’attuale configurazione del papato a suo avviso può essere accettata dalle Chiese ortodosse?
    HUSAR: Occorre riconoscere che, per volontà di Cristo che l’ha fondato, il primato di Pietro e dei suoi successori ha dei caratteri e delle qualità oggettivi. Altrimenti anche l’unità intorno a Pietro diventa generica e nel tempo impallidisce. Inoltre il papa, nell’esercizio del suo ministero, ha anche bisogno di strumenti pratici concreti. Adesso c’è una Curia, ci sono tanti cardinali che prima erano concentrati a Roma, e adesso sono sparsi in tutto il mondo… Questi strumenti, come tutto ciò che è umano, possono essere sviluppati troppo o troppo poco. Questo cambia nel corso della storia. A volte questi strumenti dell’esercizio del primato petrino diventano troppo ingombranti, e qualcosa deve essere corretto.
    In passato, anche le Chiese orientali cattoliche hanno sofferto di tali eccessi…
    HUSAR: Quando la Chiesa cattolica romana ha voluto cambiare qualche cosa della tradizione genuina delle Chiese orientali, e in passato ciò è talvolta avvenuto, essa ha reso impossibile la reintegrazione della comunione.
    Su alcuni punti sorgono ancora tensioni. Uno è la nomina dei vescovi. Nella tradizione orientale essa spetta al Sinodo della singola Chiesa, mentre nella Chiesa cattolica latina, con poche eccezioni, la prassi la riserva al papa, con un ruolo preponderante giocato dalla Curia romana.
    HUSAR: Il vescovo diventa vescovo non per la nomina ricevuta dal papa, ma in forza del sacramento. La cosa essenziale, che bisogna conservare, è che il vescovo dichiari la propria comunione con il vescovo di Roma. Poi la procedura è cosa secondaria, e può variare a seconda dei tempi e delle circostanze. Per esempio nell’Impero austroungarico l’imperatore aveva molto da dire, cosa che non accade oggi.
    Di recente ci sono stati problemi anche per i vostri sacerdoti sposati che operano in Europa occidentale. La dottrina del "territorio canonico", che viene rimproverata agli ortodossi, ha fatto capolino nelle richieste di alcuni episcopati europei…
    HUSAR: I vescovi spagnoli e anche quelli italiani ci hanno scritto chiedendo di non inviare nei loro Paesi dei coniugati come sacerdoti per la cura pastorale delle nostre comunità. Ma noi non abbiamo abbastanza sacerdoti celibi da inviare in servizio pastorale, ora che i fedeli della nostra Chiesa sono sparsi in tutto il mondo. Io comprendo le ragioni dei nostri confratelli vescovi in Occidente. Hanno paura di ciò che forse a loro appare come un cattivo esempio, visto che nelle loro Chiese su questo punto c’è dibattito. Bisogna tener conto dell’attaccamento alle forme culturali, ma esse non vanno assolutizzate. Si può spiegare con serenità che ci sono sposati che vengono ordinati preti non solo nella Chiesa ortodossa, ma anche nella Chiesa cattolica. Io vengo da una famiglia di sacerdoti. Mio nonno era sacerdote, molti miei familiari erano coniugati e sacerdoti. Alcuni ottimi, altri un po’ meno. Allo stesso modo, conosco sacerdoti celibi esemplari, e altri che non lo sono affatto. La qualità del prete non dipende dall’essere sposato o no. In alcuni casi, per uno che cerca di vivere la vocazione, avere una famiglia può essere anche un vantaggio. Ma non voglio essere scortese coi miei confratelli latini. Vorrei solo che i nostri sacerdoti anche in Occidente fossero trattati con lo stesso rispetto con cui sono trattati i nostri fratelli sacerdoti ortodossi.

    saluti Leo e Buona discussione

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Registered User
    Data Registrazione
    02 Apr 2002
    Località
    BERGAMO
    Messaggi
    196
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito storia

    trovo questa cronologia su internet sulla storia dei Greco-Cattolici:


    La Chiesa greco-cattlolica ucraina (a volte chiamata anche "Chiesa cattolica ucraina di rito orientale" o, piu' semplicemente, "Chiesa cattolica d'Ucraina" o "Chiesa rutena") ha una storia complessa, in cui non sono mancate persecuzioni e incomprensioni. Proviamo a ricostruirne le tappe principali. Anzitutto qualche precisazione terminologica: all'interno della grande comunione cattolica non esistono solo le Chiese occidentali (o latine), ma anche quelle "orientali", che hanno un proprio rito, un proprio diritto canonico, una propria tradizione spirituale. Le Chiese orientali (che fanno oggi riferimento ad una specifica Congregazione Vaticana, istituita da Benedetto XV il 1 maggio 1917) risalgono ai primissimi secoli della vita cristiana e alcune di loro non hanno mai interrotto l'unita' con Roma. Nel 1054 viene sancito lo scisma (separazione) tra Roma e Bisanzio (Costantinopoli); si crea cosi' una dolorosa frattura, non ancora sanata, tra Occidente cattolico e Oriente ortodosso. Dopo lo scisma si verifica piu' volte il fenomeno dell'unione: in pratica, intere comunita' ecclesiali ortodosse (vescovi, sacerdoti, popolo) decidono di riprendere i legami con Roma, pur mantenendo la propria specifica tradizione liturgica e canonica e la propria organizzazione ecclesiastica. Queste Chiese, a tutti gli effetti cattoliche, vengono chiamate "greco-cattoliche" (dove il primo termine indica l'appartenenza alla tradizione orientale e il secondo la completa comunione con il vescovo di Roma) o "unite" (si sconsiglia l'uso del termine "uniate", che e' sottilmente dispregiativo).


    1439
    Durante un Concilio generale della Chiesa, si stipula la cosiddetta Unione di Firenze tra Oriente ortodosso e Occidente cattolico; vi partecipa attivamente anche Isidor, metropolita di Kiev (capitale dell'attuale Ucraina) e di tutta la Rus' (va ricordato che il cristianesimo inizio' a diffondersi nei territori dell'attuale Russia a partire proprio dalla zona di Kiev e questa citta' mantenne per secoli un primato all'interno della Chiesa in Russia). L'unione di Firenze non ha effetti duraturi in Russia perche' viene rifiutata dal principe di Mosca Vasilij II, che sconfessa Isidor e, contro il parere di Costantinopoli, fa eleggere un suo candidato a metropolita (si fa risalire a questa data, 1448, l'inizio della autocefalia, cioe' indipendenza, della Chiesa russa da quella costantinopolitana; tale autonomia diviene ancora piu' chiara a partire dal 1453 quando Costantinopoli cade sotto il dominio turco).
    1458
    La Chiesa russa si divide in due metropolie (insiemi di diocesi) indipendenti; una ha sede a Mosca ed afferma sempre piu' la propria autonomia da Costantinopoli fino a trasformarsi, nel 1589, in Patriarcato e l'altra a Kiev, che mantiene il legame con Costantinopoli (e, quindi, e' ancora separata da Roma, in quanto l'Unione di Firenze era ovunque naufragata). La metropolia di Kiev, oltre alla sede metropolitana (Kiev, appunto) comprende nove diocesi, politicamente soggette alla Polonia (due) o alla Lituania (sette). Dal 1569 Lituania e Polonia costituiscono un unico Stato.
    1595-96
    Unione di Brest. La Chiesa ortodossa ucraina di Kiev (che si trova, come detto, in territorio appartenente allo stato polacco) vive un periodo di grave crisi e di forte penetrazione di influenze protestanti (soprattutto calviniste). La Chiesa ortodossa sembra aver perso ogni vigore. Nasce in alcuni vescovi l'idea che una unione con Roma possa salvare il nucleo fondamentale della tradizione cattolico-ortodossa. Non sono estranei a questa idea anche ragioni di carattere politico e forti pressioni latinizzanti e di prestigio. A Brest si riunisce un sinodo della metropolia ortodossa che stila una richiesta di unione con Roma, che viene sottoscritta senza eccezioni da tutti i vescovi. Due rappresentanti del sinodo partono per Roma, dove l'unione viene solennemente promulgata da Clemente VIII il 23 dicembre 1595. L'iter formale si chiude l'anno successivo sempre a Brest, dove un nuovo sinodo ratifica l'unione (ottobre 1596). In essa si prevede che la Chiesa greco-cattolica possa mantenere la propria fisionomia liturgica e canonica. Continua ad esistere, comunque, anche una Chiesa ortodossa ucraina fra il popolo, alla quale un fortissimo sostegno viene dai cosacchi.
    1654
    Kiev e l'Ucraina orientale accettano la sovranita' di Mosca. Gli ortodossi passano dalla giurisdizione di Costantinopoli al patriarcato di Mosca, sotto cui resteranno, con alterne vicende, fino ad oggi. Originariamente si sarebbe dovuto trattare di una libera sottomissione degli ucraini (soprattutto cosacchi) a Mosca; in realta' gli zar iniziano a lottare contro ogni espressione nazionale ucraina. In questa lotta rientra la persecuzione contro una Chiesa, quella greco-cattolica, che aveva il proprio riferimento a Roma, invece che a Mosca. Si susseguono le pressioni per far "ritornare" la Chiesa greco-cattolica nell'ambito dell'ortodossia. Particolarmente violenta in questa azione e' Caterina II (1762-1796) che nel 1795 sopprime tutti i vescovadi uniti ad eccezione di uno; sotto il suo regno, la Chiesa unita in Russia perde 8 milioni di fedeli e 9.316 parrocchie.
    1795
    Definitiva spartizione della Polonia tra Russia, Austria e Prussia.Nelle diocesi greco-cattoliche prima insediate in territorio polacco la Russia applica la stessa politica vessatoria che abbiamo appena ricordato. Resta uno spazio di liberta' per i cattolici uniti solo in Galizia (annessa all'impero austro-ungarico).

    28 aprile 1798
    Paolo I istituisce 6 vescovadi latini e tre uniti, dipendenti dalla metropolia di Mogilev, istituita pochi decenni prima dalla madre Caterina. La politica dello zar e', comunque, quella di tentare di assoggettare completamente alla politica statale anche la Chiesa cattolica (sia latina che greca), come gia' avvenuto per quella ortodossa. Quest 'ultima, infatti, dal 1700, per decisione di Pietro I, non aveva piu' il patriarca, ma era governata da un Sinodo con a capo un procuratore di nomina imperiale, diventando di fatto una sorta di ministero statale. Nel febbraio 1829 Nicola I decide di annientare la Chiesa unita (1.500.000 fedeli con 2.000 sacerdoti e 600 monaci) integrandola in quella ortodossa. Migliore condizione godono gli uniti nei territori dell'impero austro-ungarico. Nel 1807 Pio VII ne riorganizza la gerarchia: metropoli di L'vov e sedi vescovili di Przemysl' e Chelm. Nel 1840 questa Chiesa conta circa due milioni di fedeli.
    Alla fine del 1800 si assiste in Russia a una ripresa di interesse verso il cattolicesimo unito non tanto a livello quantitativo, ma qualitativo (rilevante, a questo proposito, l'influsso intellettuale di Solov'ev); nascono a San Pietroburgo e Mosca piccole comunita' di rito bizantino-slavo, che Pio X pone nel 1910 sotto la giurisdizione del metropolita di L'vov Andrej Szeptickij. Dopo il parziale editto di tolleranza religiosa del 1905, un vero spazio di liberta' per i cattolici russi di rito orientale (come anche per i latini) si ha solo dopo la rivoluzione del febbraio 1917. Nel giugno 1917 i cattolici uniti russi celebrano un sinodo e Leonid Fedorov viene nominato esarca (Cfr. Aleksej Judin, Leonid Fedorov, La Casa di Matriona, Milano 1999). Va segnalata in questo periodo anche una forte presenza di uniti emigrati negli Stati Uniti (circa 200.000); essi non hanno propri pastori e non sono ben visti dalle autorita' cattoliche di rito latino, soprattutto per la questione dei sacerdoti sposati. A questo problema provvede Pio X, nel 1907: nomina un vescovo per questi fedeli, sottoponendolo alla diretta giurisdizione della Santa Sede. Lo stesso avviene nel 1913 per gli uniti emigrati in Canada. Ogni promettente espansione del cattolicesimo di rito orientale in Russia e' spezzata dalla violenta persecuzione antireligiosa dei bolscevichi, saliti al potere nell'ottobre 1917 (per seguire le tappe di questa persecuzione si veda Irina Osipova, Se il mondo vi odia..., La Casa di Matriona, Milano 1997, pp. 33-84).
    1923
    La Galizia, che era rimasta l'unica regione dove la Chiesa greco-cattolica potesse vivere liberamente, passa alla Polonia, mentre il resto dell'Ucraina, dopo alterne vicende legate prima alla guerra mondiale e poi a quella civile, diventa territorio dell'Unione Sovietica.
    1939
    In forza del trattato Molotov-Ribbentrop la Galizia viene annessa all'URSS e, precisamente, alla Repubblica Socialista di Ucraina. Dopo numerosi cambi di fronte durante la seconda guerra mondiale, il possesso sovietico su questi territori si consolida definitivamente alla fine del 1944.
    1946
    Concilio di L'vov. Come noto, durante lo svolgersi della seconda guerra mondiale, Stalin allenta la sua pressione sui credenti; ad esempio permette la ricostituzione del Patriarcato a Mosca (1943) e ai funerali del metropolita greco-cattolico Andrej Szeptyckij, svoltisi il 1° novembre 1944 alla presenza del segretario del partito ucraino Chruscev, invia addirittura una corona di fiori. Alla fine del conflitto, pero', Stalin riprende la propria politica antireligiosa e, per quanto interessa la nostra ricerca, decide di "liquidare" la Chiesa greco-cattolica, considerata "alleata del Vaticano" cioe' di una potenza nemica.
    Il sistema individuato per questa liquidazione e' il forzato rientro dei cattolici uniti nel seno della Chiesa ortodossa. Con la collaborazione di tre sacerdoti conniventi (Gavriil Kostel'nik, Michail Mel'nik e Antonij Pel'veckij), viene convocato un "concilio" dall'8 al 10 marzo 1946 a L'vov. In esso si decide: 1) di "annullare le decisioni del concilio di Brest del 1596, di abolire l'unione, annullare la dipendenza da Roma e far ritorno... alla santa fede ortodossa dei padri e alla Chiesa ortodossa russa": 2) di "chiedere al santissimo Patriarca di Mosca e di tutta la Rus' di accogliere la Chiesa greco-cattolica nel grembo della Chiesa ortodossa russa"; 3) di distaccarsi dal Vaticano che "si era posto totalmente dalla parte del fascismo sanguinario e si era schierato contro l'Unione Sovietica, la quale... ha salvato il nostro popolo ucraino dalla schiavitu' e dalla distruzione". Non c'e' ombra di dubbio che questo concilio e' anticanonico in quanto non vi partecipa nessun vescovo e solo un sesto dei 1.270 sacerdoti. Tuttavia e' sufficiente a innescare una dura persecuzione contro i credenti che non ne accettano le deliberazioni. Col pretesto di dare esecuzione alle decisioni del concilio di L'vov, nei tre anni successivi (1946-1949) si attua la distruzione completa della Chiesa cattolica di rito orientale sul territorio dell'URSS. I vescovi sono arrestati e tutte le mansioni episcopali vengono assunte da creature del Patriarcato di Mosca; il clero in parte abiura il cattolicesimo, in parte e' imprigionato e in parte entra nella clandestinita'; tutte le chiese dei cattolici (circa 3000, che non erano mai storicamente appartenute al Patriarcato di Mosca) sono assegnate alla Chiesa ortodossa russa. I credenti - nel 1943 erano circa 4 milioni - in parte cominciano a frequentare le chiese ortodosse (che erano le stesse frequentate prima e vi si celebravano fondamentalmente gli stessi riti, magari con gli stessi sacerdoti); una parte piu' cospicua rifiuta la nuova situazione e continua a vivere e a trasmettere la propria fede cattolica in clandestinita' per oltre quarant'anni.
    Nel 1963 viene liberato il capo dei cattolici uniti, il metropolita Josyf Slipyj, cui viene dato il permesso di lasciare l'URSS (si reca a Roma, dove successivamente e' creato cardinale da Paolo VI). Nel contempo, pero', continuano e si intensificano le persecuzioni contro sacerdoti e credenti clandestini. Tali persecuzioni proseguono fino al termine degli anni Ottanta. Non si puo' nascondere il fatto che la Chiesa ortodossa di Mosca fa spesso da controcanto alle persecuzioni, ostinandosi ad affermare che il concilio di L'vov era stato perfettamente legittimo, giustificato e libero, un vero e proprio "trionfo dell'ortodossia" (cosi' si esprime nel 1966, tra i tanti, l'allora arcivescovo di Tallinn e attuale patriarca Aleksij). In occasione delle celebrazioni del quarantesimo anniversario del concilio di L'vov (1986), il patriarca Pimen scrive solennemente che "all'unione si e' detto basta una volta per tutte e non potra' far ritorno in terra ucraina" (sara' smentito nel giro di pochi anni).
    1988
    Le celebrazioni del millennio del battesimo della Russia offrono l'occasione per mettere mano alla situazione degli uniti, sia da parte del nuovo governo (dal 1985 e' al potere Gorbacev con la sua perestrojka), sia da parte della Chiesa cattolica, dove Giovanni Paolo II presta una particolarissima attenzione al problema delle Chiese orientali. Si pubblica l'importante Memorandum per la ricorrenza del millennio della conversione al cristianesimo della Rus' di Kiev, del cardinale Myroslav Lubacivsky, il successore - anche lui in esilio a Roma - di Slipyj. Nel febbraio 1988 Giovanni Paolo II indirizza ai cattolici ucraini un fondamentale messaggio, Magnum Baptismi donum, nel quale rivendica il diritto alla liberta' religiosa, secondo lo spirito degli accordi di Helsinki. Del resto, gia' il 2 agosto 1987 due vescovi clandestini, 23 sacerdoti, 11 monaci e 174 laici avevano scritto una coraggiosa lettera a Gorbacev nella quale chiedevano l'immediata legalizzazione della Chiesa greco-cattolica; per sottolineare questa richiesta, si inscenano anche manifestazioni pubbliche sulla via Arbat a Mosca, allo scopo di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul problema. Mentre la gerarchia ortodossa resta assolutamente intransigente rispetto alle richieste dei greco-cattolici (si arriva a proporre al papa, con una delegazione di tre vescovi recatasi in Vaticano il 25 agosto 1989, di riconoscere il concilio di L'vov e, quindi, di sciogliere la gerarchia greco-cattolica), Gorbacev dichiara ufficialmente a Giovanni Paolo II la sua disponibilita' a risolvere il problema (lettera del 24 agosto 1989).
    Dall'ottobre 1989 parecchie chiese, usurpate negli anni '40 dagli ortodossi, vengono restituite dalle autorita' locali ai cattolici; va ricordato che l'anno prima il governo aveva consegnato agli ortodossi un migliaio di chiese ex cattoliche. Il 29 ottobre i cattolici occupano di forza la chiesa della Trasfigurazione di L'vov. La cosa si ripete in varie localita', dando inizio a fenomeni di grave tensione, fino allo scontro fisico, continuati per anni.
    1 dicembre 1989: visita di Gorbacev in Vaticano; contemporaneamente l'agenzia di stampa sovietica Novosti annuncia che il consiglio per gli affari religiosi di Ucraina ha permesso alla Chiesa greco-cattolica di registrare ufficialmente le proprie parrocchie. I dati statistici (1 gennaio 1991) parlano, per l'Ucraina occidentale, di 4.200.000 greco cattolici (su un totale di 6.800.000 abitanti) con 10 vescovi, 954 sacerdoti, 946 seminaristi, 244 religiosi, 706 religiose e 1.737 parrocchie. Nel marzo 1991 il cardinale Myroslav Lubacivsky puo' tornare nella sua sede di L'vov.
    Dopo la fine dell'URSS e l'indipendenza dell'Ucraina, la locale Chiesa ortodossa va soggetta a dolorose vicende di divisioni, che hanno portato all'attuale coesistenza di tre Chiese ortodosse con parallele strutture gerarchiche: la Chiesa ortodossa legata, pur con ampia autonomia, al Patriarcato di Mosca (l'unica riconosciuta dalle altre comunita' ortodosse), il Patriarcato di Kiev (costituitosi attorno alla figura di Filaret, gia' appartenente al Patriarcato di Mosca), la Chiesa autocefala d'Ucraina (nata agli inizi degli anni Venti su base spiccatamente nazionalistica). Per porre fine agli scontri e alle rispettive rivendicazioni, si costituiscono commissioni e comitati ortodosso-cattolici, che lentamente riescono a dirimere le questioni riguardanti la proprieta' delle chiese. Non si stempera invece la polemica sulla "questione uniati" che pesa ancora gravemente sul dialogo ecumenico.


    saluti leo

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 21-08-13, 15:50
  2. nasce il Patriarcato sedevacantista, rito greco
    Di katholikos nel forum Tradizione Cattolica
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 17-05-11, 17:02
  3. Informazioni sul Rito Greco (cattolico)
    Di Alfonso79 nel forum Cattolici
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 22-11-05, 00:53
  4. Patriarcato greco-ortodosso "ostaggio" nelle mani di Israele e Palestina
    Di uva bianca nel forum Chiesa Ortodossa Tradizionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-06-05, 21:03
  5. Patriarcato greco-cattolico ucraino
    Di Cipriano (POL) nel forum Cattolici
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 25-07-04, 21:24

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226