Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
    Totila
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    Predefinito Promemoria per Berluskan e Finoglu

    Olocausto armeno



  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Turchia, massoni, genocidio armeno


    1) La Massoneria preme per il via libera: gli interessi dei poteri forti dietro l’apertura
    «Oggi la Turchia bussa alla porta dell’Europa e l’Unione non può continuare ad ignorarla. Non si va da nessuna parte se non c'è disponibilità al cambiamento e alla trasformazione sociale«. La sponsorizzazione al governo di Ankara è arrivata dal gran maestro della Massoneria del Grande oriente d’Italia, Gustavo Raffi, durante la conferenza “L'Europa che non c'è” organizzata dal Grande oriente d’Italia, nell’ambito delle manifestazioni per l'equinozio d’autunno, data di apertura dei lavori delle logge.
    «Il rifiuto e la generalizzazione -ha aggiunto il gran maestro della Massoneria italiana- possono allargare la componente della diffidenza nei confronti del diverso. Solo il dialogo può sconfiggere questa paura. Bisogna prestare attenzione alle voci moderate che talvolta restano inascoltate. La scuola è il luogo di confronto, sede della formazione degli individui, in cui si deve affermare anche la libertà religiosa. Se si creano corsie privilegiate o si parla di quote e di scuole diverse per cristiani, musulmani o ebrei, si apre una breccia insanabile nell’ordinamento». E ha concluso: «L'integrazione non è omologazione. È capacità di trovare percorsi comuni e questo deve essere l’obiettivo che tutti devono perseguire, se si vuole concorrere alla costruzione dell’Europa». Di cui, appunto, devono far parte anche i mussulmani turchi.
    Una esortazione in perfetto stile “ecumenico” e mondialista, tipica della propaganda massonica. E dei poteri forti, che sognano una società sempre più globalizzata e dominata dalle strategie delle lobbies. E dietro le pressioni dei gruppi economici americani per l’ingresso della Turchia in Europa si intravedono favolosi interessi. Quegli stessi interessi che gli studiosi delle questioni di geopolitica collegano all’esplosione del terrorismo ceceno. Le guerre cecene, infatti, hanno “prodotto” l’oleodotto Baku-Ceyhan, che attraversa Georgia e Turchia, bypassando la Russia. Se non ci fosse stato il conflitto in Cecenia l’oleodotto sarebbe stato già pronto e sarebbe passato per Groznij.
    Alcuni osservatori ipotizzano un aiuto dei servizi segreti turchi al terrorismo ceceno, collaborazione finalizzata a colpire gli interessi russi e a favorire quei “signori del petrolio” che si nascondo dietro molte guerre. E’ solo un caso che anche la massoneria, strumento dei poteri forti, voglia premiare la Turchia?

    2) «La Turchia ammetta l’olocausto armeno»
    Non è solo una questione di facciata: per quanto la Turchia tenti di accreditarsi un’improbabile immagine “occidentale”, deve fare i conti con il proprio retroterra culturale islamico e con gli orrori del suo recente passato. A cominciare dall’olocausto della minoranza cristiana armena. Una “pregiudiziale” sostenuta con forza da Giancarlo Pagliarini. «Anche se la Turchia riformasse il suo codice penale non potrebbe comunque far parte dell’Europa se prima non ammette il genocidio del popolo armeno che l’impero Ottomano ha compiuto nel 1915», afferma il parlamentare leghista intervenendo nella discussione sulla possibilità che la Commissione europea chieda l'apertura dei negoziati di adesione della Turchia all’UE. «Mi sembra di capire -prosegue Pagliarini- che la Commissione faccia qualche resistenza sull'inizio dei negoziati. Ma ritengo che bisogna affrontare la questione da un altro punto di vista. Alla commissione vorrei chiedere come reagirebbe se la Germania, faccio un esempio, a un certo punto dicesse: ma cosa vogliono gli ebrei? Noi non gli abbiamo fatto nulla. Credo che un’affermazione del genere sconvolgerebbe, giustamente, le coscienze eppure è esattamente quello che la Turchia afferma nei confronti del popolo armeno che ha massacrato». Per tutte queste ragioni, conclude Pagliarini, «noi e i nostri colleghi, membri dei Parlamenti degli altri 24 paesi che fanno parte dell’Unione europea, abbiamo il dovere di interrompere questo silenzio delle coscienze e di dare il nostro contributo affinchè tutti i paesi membri dell’Unione europea proclamino con forza e ricordino questa verità storica».
    (Š) [l’accesso della Turchia in Europa] è bene ricordarlo, comporterebbe la possibilità di libera circolazione in tutti i Paesi dell’Unione a circa 70 milioni di mussulmani. L’ipotesi peraltro comincia a suscitare seri ripensamenti tra i partners europei, anche per l’impossibilità dimostrata dal governo turco di elaborare una legislazione che si discosti troppo dai principi islamici. E anche dalla Chiesa giungono segnali di contrarietà, come la presa di posizione del cardinale Joseph Ratzinger, il quale ha sottolineato che la Turchia non ha nulla a che vedere con l’Europa, tanto dal punto di vista storico-culturale quanto da quello strettamente geografico. Recentemente proprio il vescovo cattolico di Smirne, che bene conosce la realtà turca, aveva messo in guardia gli europei. Secondo mons. Bernardini, infatti, «gli ambienti islamici turchi perseguono un chiaro programma di espansione e riconquista». Ma il giudizio più “pesante” sull’apertura alla Turchia è arrivato dal presidente designato della Commissione europea, il portoghese Josè Manuel Durao Barroso. In un’intervista al quotidiano francese Le Monde, il successore di Romano Prodi, ha detto chiaro e tondo che Ankara “non è pronta” e “non soddisfa tutte le condizioni” necessarie. Non solo, Barroso ha voluto sgomberare il campo dall’ambigua attitudine al compromesso che ha contrassegnato la politica della UE durante il mandato del suo predecessore: «È la Turchia -ha dichiarato- che deve adeguarsi alle regole dell’Europa, non l’Europa alle regole della Turchia». (Š)

    3) Erdogan: l’Unione Europea non è un club cristiano
    Bruxelles - Il primo ministro turco Recep Tqyyip Erdogan -facendo una decisa e per certi aspetti scontata, marcia indietro rispetto alle posizioni degli ultimi giorni- ha convinto Guenter Verheugen. Ma non il resto dell’Europa. E per lui la strada, nonostante le promesse fatte e le rassicurazioni ottenute (anche dal commissario UE ormai a fine mandato, Romano Prodi, che però si è trincerato dietro un “saremo obiettivi”) si presenta ancora tutta in salita. E se la questione rimane anche appesa al filo della differenza culturale, di certo ieri il primo ministro turco ha perso un’occasione per soppesare le parole: “L’Unione Europea -ha detto, incalzato dai cronisti sulle differenze culturali e religiose che intercorrono tra la maggioranza dei paesi dell’Unione Europea e la Turchia- non è un club cristiano”. “È vero -ha ribadito Erdogan- la nostra religione è diversa e il 95% è musulmano mentre quasi tutti i paesi dell’UE sono in maggioranza cristiani, ma l’UE non è un club cristiano”. Il premier ha sottolineato che l’essenza stessa dell’Unione Europea, è «rappresentare e integrare culture e religioni diverse e farle convivere in un contesto multiculturale». Resta però il fatto che Ankara, solo nei giorni scorsi, ancora si trovava a fare i conti con le spinte musulmane per reati come quello dell’adulterio o di semplici “flirt”. Ma ieri Erdogan, con la sola promessa di riformare a breve il codice penale, è riuscito ad incassare una promozione con riserva -salvo controlli in itinere- di Prodi e del commissario europeo all’allargamento, da tempo paladino dell’entrata della Turchia nell’Unione europea, Guenter Verheugen. Tanto da dirsi a questo punto “superato” il test della Commissione. Certo, non a pieni voti, perché numerose restano comunque le riserve che penderanno sul governo turco come una spada di Damocle, e che lo accompagneranno per tutto il percorso -che si preannuncia lungo- per entrare a far parte delle istituzioni di Bruxelles. Ieri il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, concordando con altri leader europei, ha ipotizzato che ci vorranno 10-15 anni per esaurire il processo di adesione turco, contro i cinque in media degli ultimi stati membri. E Schroeder guida un governo che è favorevole all’ammissione di Ankara nell’UE. Se la Turchia vorrà completare con successo questo difficile percorso dovrà innanzi tutto evitare, da ora al 17 dicembre -quando la raccomandazione della Commissione sarà sul tavolo dei capi di stato e di governo dei 25- altre sbandate. Rimangiarsi alcuni impegni, come aveva fatto sul codice penale, immaginando di introdurvi tra l’altro -pare su pressione di alcuni gruppi religiosi- il reato di adulterio, sarebbe un autogol decisivo. Parallelamente dovrà cercare di convincere quelle nazioni e quei gruppi politici secondo i quali in realtà la Turchia non rispetta i parametri concernenti i diritti umani, i diritti delle minoranze e, soprattutto, ha un sistema politico dove il potere dei militari è ancora eccessivo. Infine -ed anche questo appare un compito quasi titanico- dovrà dimostrare agli scettici che il suo ingresso nell’UE porta vantaggi concreti e non destabilizzazione e che ad Ankara si dovrebbe semmai proporre un partenariato speciale. Erdogan, durante un incontro con i capigruppo del Parlamento europeo, ha respinto tale soluzione ed alla domanda se il suo paese è disposto ad aspettare anche quindici anni per completare il processo, ha risposto che i tempi dipendono dall’UE. «Ma noi siamo pronti all’adesione», ha ripetuto più volte, consapevole che aver convinto Verheugen non basta.

    "la Padania"
    (del 22 e 24 settembre 2004)

 

 

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