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DELL'UTRI. NON BASTANO GLI INDIZI, EPPURE CI SONO. DI EMANUELE MACALUSO
L'associazione con la Fininvest e quella esterna con Cosa Nostra
Immediatamente dopo la lettura della sentenza con cui il Tribunale di Palermo condannava Marcello Dell'Utri a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, gli esponenti più noti e in vista di Fi, e dei suoi alleati di governo, hanno gridato che si tratta di una «sentenza politica», di una «persecuzione politica». Eppure il presidente del collegio che, dopo 12 giorni di Camera di Consiglio, ha emesso quel verdetto, Leonardo Guarnotta, oggi insultato e vilipeso, è lo stesso che lesse la sentenza di assoluzione nei confronti di Calogero Mannino, successivamente rovesciata dalla Corte di Appello e ora al vaglio della Cassazione. In quell'occasione il dottor Guarnotta fu esaltato come magistrato capace e imparziale.
L'onorevole Bondi, in tv, ha giurato sull'innocenza del suo collega. Dichiarazioni di servizio. Cosa ne sa Bondi della Sicilia degli anni sessanta-ottanta, di cosa era e cosa faceva Cosa Nostra? E non ha certo letto le carte del processo. Ha da qualche anno frequentato Dell'Utri, il quale non ha la coppola, è persona colta e gentile e professa sentimenti che sono comuni alle persone perbene. Non so se Dell'Utri è un mafioso, ma dedurlo dalla sua immagine pubblica e privata, dai suoi rapporti sociali, è infantile. Significa non sapere nulla su cosa è la mafia vera, non quella identificabile solo dal volto di Toto Riina. Nel mio primo libro La mafia e lo Stato (1970) raccontavo di avere conosciuto, negli anni in cui dirigevo la Cgil in Sicilia, un vero capo della mafia siciliana, un signore, un industriale capace, discreto, cordiale, stimato dalla buona società, in grado di decidere se e quando firmare un contratto di lavoro, imponendolo, se questo era ritenuto necessario, a tutti i soci dell'associazione degli industriali dello zolfo.
Ma torniamo alla sentenza Dell'Utri. Giuliano Ferrara, che sul Foglio in questi anni ha seguito il processo con gli interventi di Lino Jannuzzi (sempre presente su Panorama), ben documentati, e le note “anonime” curate dal suo condirettore, che è un intelligente e navigato giornalista siciliano, ha reagito (Foglio 13 dicembre) con la virulenza abituale, ma sollevando anche problemi reali. E lo fa affermando che la condanna di Dell'Utri, per “concorso”, «non fa riferimento a un reato specifico, puntuale, riscontrabile nei fatti e non nelle sole testimonianze pagate dei pentiti». C'è del vero, ma attenzione. Il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso” è sancito da una legge chiesta anche da Falcone e Borsellino, e votata da destra, centro e sinistra. Il reato “associativo” è una prerogativa italiana. E' vero, invece, che non c'è una codificazione del “concorso esterno in associazione mafiosa”. Però una sentenza della Cassazione a sezioni riunite (aprile 2003) afferma che «in tema di associazione di tipo mafioso è configurabile il concorso “esterno” nel reato, per la persona che fornisce un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario». Francamente non si capisce perché, se una persona dà un contributo consapevole, volontario, concreto e specifico all'associazione mafiosa, non sia anche un associato.
Su questo tema, già nel 1997 il professor Giovanni Fiandaca, uno studioso della materia, in un saggio pubblicato sulla rivista giuridica Il Foro italiano aveva chiesto che fosse la legge a specificare il reato di “concorso”, e osservava che «la magistratura di prima linea, specie se requirente, concepisce il perfezionamento tecnico delle fattispecie penali soltanto a vantaggio dell'efficienza investigativo-reperessiva: ogni modifica che tende, invece, a bilanciare meglio efficienza e garanzia individuali, viene subito percepita come una forma di inammissibile attentato alla libertà di azione del pm e perciò avversata come manifestazione di sostegno subdolo, o quantomeno oggettivo al crimine». Fatto sta che né la maggioranza di centro-sinistra al governo (che aveva fatto proprie le tesi del professor Fiantaca) né la successiva maggioranza di centro-destra (garantista a senso unico), hanno messo mano alla definizione legislativa del reato di “concorso”. Eppure c'è una proposta di legge firmata da Giuliano Pisapia che dorme. Resta quindi il dettato della Cassazione. E resta la contestazione che viene mossa anche da chi aveva facoltà e possibilità di legiferare. Tuttavia queste considerazioni non ci portano a ripetere quel che hanno detto gli amici politici di Dell'Utri, e cioè che il processo non aveva alcun fondamento, che poggiava sul nulla. Queste affermazioni apodittiche sono state fatte anche per altri processi in cui erano chiamati in causa uomini politici, e più segnatamente durante e dopo il processo, anzi i processi, ad Andreotti.
In quell'occasione, pur criticando severamente e puntualmente l'impianto accusatorio della Procura di Palermo che aveva la pretesa di riscrivere la storia della Dc e quella dell'Italia, ebbi modo di sostenere come non fosse vera l'affermazione di alcuni amici di Andreotti che il processo era fondato sul nulla. L'intreccio tra mafia e politica è stata, e credo sia ancora, una realtà. La Dc come partito di governo ha vissuto, con contraddizioni anche drammatiche, questo intreccio. Consiglio di leggere il recente volume, edito dall'assemblea regionale, in cui sono stati raccolti scritti e discorsi dell'onorevole Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione e costruttore della Dc siciliana: esso testimonia i suoi scontri (persi), iniziati già nel 45-46, con altri notabili Dc che accolsero nel partito gruppi mafiosi, tra cui il famoso Giuseppe Genco Russo. Dopo il 1948, tutto fu giustificato dalla difesa dal comunismo: anche la “tolleranza” nei confronti della mafia. E tutti i presidenti del Consiglio democristiani, così come avevano fatto i loro predecessori dal 1860 in poi, da Cavour a Giolitti, ritennero che la Sicilia potesse essere “governata” solo con una compromesso con le vecchie classi dirigenti e la mafia, avversata con la legislazione speciale antimafiosa, tollerata, e a volte impiegata di fatto come braccio armato del potere politico e degli apparati statali. Se le indagini penetranti e costosissime (a volte devianti e deviate da alcuni pentiti) attuate nei confronti di Andreotti fossero state svolte nei confronti di altri leader della Dc e dei loro uomini in Sicilia, il risultato non sarebbe stato diverso. Questo non significa che la Dc fosse il partito della mafia. La Dc era il partito al potere, e nel suo seno c'era di tutto, anche un personale politico che manteneva rapporti più o meno organici con la mafia. Tuttavia il potere democristiano, come sintesi generale, fu esercitato garantendo la democrazia e guardando agli interessi generali del paese.
Come si colloca, in questo quadro, la vicenda di Marcello Dell'Utri? Con una battuta, che non sta né in cielo né in terra, Bondi ha detto: Dell'Utri come Andreottti. Prima si voleva processare la Dc, ora Forza Italia. L'accostamento è ridicolmente propagandistico. In questi giorni la storia del senatore di Fi è stata raccontata su tutti i giornali. La sua infanzia e gli studi di Palermo, la squadra di calcio e i suoi amici di sempre, tra cui i mafiosi Gaetano Cinà, oggi suo coimputato, e Vittorio Mangano, il mafioso collocato ad Arcore. E' stato raccontato come Dell'Utri andò al Nord, come tanti giovani, e come si legò a Berlusconi e si affermò nel mondo degli affari per le sue indubbie capacità.
Sono gli anni settanta: un arco di tempo che bisogna osservare bene. In Italia cresce l'inflazione, l'economia è in difficoltà, si consumano stragi terribili e il terrorismo insanguina le strade delle nostre città. La mafia invece opera in silenzio, rastrella risorse enormi con la droga, gli appalti, il commercio di armi e altro. E' questo il momento in cui deve riciclare e investire, anzi, investire per riciclare. Un primo segnale lo si vide quando l'industria dolciaria della Venchi-Unica passa nelle mani di Ciancimino e Alamia, uomini politici palermitani che fanno affari con la mafia. La quale silenziosamente investe nelle grandi e piccole società finanziarie del Nord. Finanziarie rispettabili, in mano a persone che si qualificano come alfieri della moralità pubblica, ma si approvvigionano con denaro riciclato. Grandi e modesti studi di commercialisti e avvocati milanesi fanno affari offrendo finanziamenti a tassi dimezzati quando le banche li davano al 15-20% di interesse. In quegli anni le forze politiche, tutte, erano impegnate nel fronteggiare l'emergenza terroristica, e gli uomini della mafia operavano e investivano indisturbati. In questo quadro, mai approfondito anche dalla magistratura, le aziende del Cavaliere Berlusconi in crescita attinsero alle fonti finanziarie governate dalla mafia? La Procura di Palermo dice di sì, e al momento non sappiamo ancora come i giudici motiveranno la sentenza di condanna a Dell'Utri.
Noi non conosciamo le carte processuali; abbiamo letto tutto quel che è stato pubblicato, e riteniamo che l'ipotesi di un investimento finanziario di mafiosi in Fininvest non sia campata in aria. E' verosimile. Sta nel quadro descritto. Che il tramite potesse essere Dell'Utri è possibile, date le sue amicizie e frequentazioni in quel mondo. Tuttavia non basta il contesto in cui i fatti si svolsero, e non bastano gli indizi, che pure ci sono, per una condanna. Occorrono prove. I giudici del tribunale di Palermo, condannando Dell'Utri, ritengono che le prove vi siano. E' quel che vedremo leggendo le motivazioni della sentenza. Che Dell'Utri abbia collocato il mafioso Vittorio Mangano ad Arcore, per proteggere il Cavaliere, minacciato di estorsione e di subire il sequestro dei figli, è un fatto. Che il Cavaliere si fosse poi convinto che il Mangano gli inviasse avvertimenti mafiosi collocando piccoli ordigni nelle sue proprietà, risulta da telefonate registrate tra lui e Dell'Utri. Una vicenda, quella del ruolo del mafioso Mangano, che sarà stata valutata dai giudici nel motivare la sentenza. Leggeremo.
Tuttavia c'è un punto centrale, essenziale, che dovrà chiarirsi. Dell'Utri, secondo l'accusa, era il fiduciario di Cosa Nostra in Fininvest, e il Cavaliere subiva una forma di ricatto. Cioè, il rapporto fondamentale di Dell'Utri era con Cosa Nostra, per conto della quale si muoveva a Milano e in Fininvest. A me pare il contrario. Il rapporto di ferro, fatto non solo di interessi ma di amicizia, era, ed è, tra Dell'Utri e Berlusconi. E se il primo si mosse fra i suoi vecchi amici e sodali di Palermo per cercare finanziamenti e protezione, lo fece per aiutare e garantire il Cavaliere e la ditta che considerava come sua. Insomma, il rapporto organico è con Berlusconi e non con Cosa Nostra, cui Dell'Utri, forse, si rivolse tramite i suoi amici per ottenere finanziamenti e protezione.
A questo punto occorre fare una riflessione sul comportamento di persone che, prima di fare politica, abbiano fatto affari, anche in modo spregiudicato. Domenica scorsa abbiamo letto sulla Stampa un articolo di Barbara Spinelli in cui si metteva in forte evidenza come dei fatti, pesantemente giudicati dalla magistratura (anche se solo in primo grado), e che hanno una rilevanza etico-politica, vengano non solo ignorati, ma spregiati. Una riflessione politica sulle condizioni in cui si è svolta e si svolge la lotta politica in Italia va fatta con serietà e rigore. E' assurdo che questo paese viva una situazione in cui i governanti sono considerati, dall'opposizione, dei malfattori, e chi governa si considera vittima di una persecuzione giudiziaria ordita dall'opposizione. Può reggere un sistema politico fondato su una maggioranza e un'opposizione i cui termini di contrasto, anche quando si parla di altro, alla fine sono sempre e solo questi? Anche perché, se si rovesciano i ruoli dei due poli, il carattere del contrasto, come abbiamo già visto, non cambia. Il caso Dell'Utri, da questo punto di vista, è esemplare, per il governo e per l'opposizione, se si vuole prendere coscienza di un nodo che può strangolare la democrazia italiana




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