Trucchi lessicali e propaganda


di Edward S. Herman

I media mainstream svolgono il loro servizio di propaganda per conto
dell'establishment politico ed economico in molti modi: attraverso la
selezione degli argomenti trattati (malversazioni politiche piuttosto che
economiche, il welfare anziché gli sprechi delle agenzie pubbliche, Gheddafi
anziché il terrorismo di stato in Guatemala), inquadrando i temi in un certo
modo (la crescita del PIL invece della redistribuzione, gli effetti delle
politiche della Banca centrale sull'inflazione e sui corsi azionari anziché
sulla disoccupazione), selezionando le fonti di informazione (affidandosi
soprattutto al materiale promozionale del governo e dei think tank),
attraverso l'uso del linguaggio, e così via.


Qui vorrei concentrarmi soprattutto sui trucchi lessicali usati a scopi di
propaganda, benché occorra riconoscere che l'uso distorto delle parole è
strettamente legato ad altre forme di distorsione.

Fare affidamento su fonti politiche permette ai politici di inquadrare le
questioni e di scegliere le parole che servono meglio i loro interessi.
L'etichetta "terrorista" viene affibbiata ai nostri nemici diretti (l'Iran)
o ai nemici dei nostri amici (Hamas, l'OLP, il PKK curdo), e non certo ai
governi "impegnati costruttivamente" - Colombia, Israele, Turchia - o, negli
anni '80, a Savimbi e al governo dell'apartheid in Sud Africa. Gli esempi
che seguono mostrano come il taglio della storia e l'uso delle parole siano
essenzialmente due facce della stessa medaglia.

Lo stretto legame tra uso delle parole, inquadramento della notizia e
selezione della fonte indicano chiaramente che il linguaggio è un ambito di
conflitto e di lotta. Il significato delle parole, le loro connotazioni e il
modo in cui vengono usate sono mutevoli, e cambiano nel corso della lotta.
Per esempio, il lavoro organizzato si batte da sempre perché la parola
"sciopero" venga intesa come una tattica legittima di lotta e parte
integrante della negoziazione collettiva, mentre il padronato ha sempre
fatto in modo che la parola significasse violenza dei lavoratori, disagi per
la comunità, e danno al PIL e alla bilancia dei pagamenti, riuscendo, non
senza un certo successo, a far prevalere un'interpretazione negativa della
parola. Analogamente, 25 anni di attacchi da parte della destra e delle
grandi imprese sono riusciti a far assumere alla parola "welfare" una
connotazione negativa; è grazie a questa stessa campagna se anche la parola
"governo" viene oggi screditata. I politici si scagliano contro "Washington"
e il "governo". Al tempo stesso, poiché gli esponenti della destra amano
uccidere (con l'eccezione degli embrioni) e sono grandi ammiratori
dell'establishment militare, sono riusciti a rendere la parola governo
applicabile unicamente alle funzioni civili dell'esecutivo; nel denunciare
il "governo", non si riferiscono certo al Pentagono.

Le parole vengono regolarmente trasformate per servire gli interessi dei
potenti. "Terrorismo", usato originariamente per descrivere la violenza di
stato (come nel "regno del terrore" della Rivoluzione francese), in tempi
moderni si è evoluto per indicare prevalentemente di violenza politica
anti-governative e anti-establishment. Della frase "politically correct",
usata inizialmente in modo ironico dalla sinistra per indicare gli standard
dei compagni inclini al settarismo, si sono appropriati i portavoce
dell'establishment per esprimere una condanna ad ampio raggio della sinistra
accademica. Nel nuovo ordine mondiale, la parola "libertà" è stata
insidiosamente trasformata, significando non più libertà politica ma
economica (anche per multinazionali come General Electric, General Motor,
Exxon e Royal Dutch Shell), così come "democrazia" si è a poco a poco
svuotata di significato, ed è oggi intesa come una semplice aderenza alle
regole elettorali. La parola "diritti" ha assunto connotazioni negative, da
quando la classe dominante è riuscita ad associarla con le rivendicazioni
dei più deboli, come nel "diritto alla previdenza sociale" (non ci sono
"diritti" del complesso militare-industriale, solo "commesse", contratti di
servizio e "sussidi" solo occasionalmente riconosciuti).

"Riforma" è un classico esempio di revisionismo lessicale al servizio del
potere; non indica più quei cambiamenti politici e istituzionali a beneficio
dei poveri e degli oppressi, bensì un graduale abbandono del welfare a
favore del libero mercato, a tutto vantaggio dei ricchi e degli oppressori.
In un colpo di mano tutto orwelliano, le "riforme" che liberano i poveri e i
deboli dai loro "diritti" - spingendoli in un mercato del lavoro che viene
mantenuto "libero" dall'intervento di Greenspan - vengono chiamate
"empowerment".

Passiamo in rassegna alcuni dei trucchi lessicali più comuni, impiegati dai
servitori del potere nei media e nel mondo accademico e dei think tank,
prendendo a esempio alcuni estratti dalla stampa recente.

MORMORII DI APPROVAZIONE. Le parole d'approvazione sono caratterizzate da
sfumature positive e confortanti, che creano un senso di decenza e virtù.
Riforma, responsabile, responsabilità, scelta, lavoro, crescita,
modernizzazione, flessibilità, analisi costi-benefici, sicurezza nazionale,
stabilità ed efficienza sono parole d'approvazione per eccellenza. I
"riformatori" hanno sempre la loro "pazienza messa a dura prova", ma non
mettono mai a dura prova quella degli altri ("I costi del lavoro mettono a
dura prova la pazienza delle linee aeree americane", Financial Times [FT],
14 aprile 1997). Costono sono invariabilmente moderati, centristi,
coraggiosi, arditi e orgogliosi. Leslie Gelb, del New York Times (NYT) ha
definito Aspin, Solarz e Al Gore "coraggiosi" per aver aver rotto i ranghi e
appoggiato la decisione di George Bush padre di bombardare l'Iraq, anziché
intraprendere qualunque altra azione meno violenta (10 marzo 1991). Sempre
sul NYT, l'11 aprile 1997, un titolo in prima pagina diceva "Orgoglioso ma
messo alle strette, Mobutu può solo sperare". Mobutu è uno dei peggiori
delinquenti del nostro tempo, ma essendo approdato al potere grazie alla CIA
ed avendo goduto della protezione dell'Occidente fino al 1997, ancora oggi
gli si accorda la parola d'approvazione "orgoglioso", che il giornale non
avrebbe mai attribuito a Kim Il Sung o a Saddam Hussein.

Possiamo stilare una lunga lista di parole d'approvazione usate nei nomi
delle leggi approvate dal Congresso, sempre con l'intento di esprimere
valori positivi, anche se si tratta, in pratica, di leggi dalle conseguenze
dolorose: la "Family Deveopment Initiative Act" del New Jersey (la legge
sull'iniziativa per lo sviluppo della famiglia, che taglia l'assistenza ai
più poveri); il "National Security Revitalization Act" (la legge per la
rivitalizzazione della sicurezza nazionale, ovvero ancora denaro sprecato);
il "Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act"
dell'agosto 1998 (la legge per la riconciliazione tra responsabilità
personale e opportunità lavorative, che contiene ben cinque parole
d'approvazione in una classica acrobazia verbale orwelliana). Frank Luntz,
l'esperto repubblicano di sondaggi e inganni, ha vagliato attentamente la
"risonanza" delle parole nel consigliare Gingrich e compagnia sulle parole
da usare nel Contratto [sic] con l'America. Ha detto esplicitamente di usare
parole d'approvazione anche se forniscono una rappresentazione distorta
delle intenzioni, come nel "Job Creation and Wage Enhancement Act" (la legge
per la creazione di occupazione e il miglioramento dei salari), un vero
capolavoro dell'inganno, il cui obiettivo principale era l'introduzione di
tagli sostanziali alle imposte sui guadagni in conto capitale.

L'uso della parola "flessibilità" in "I democratici si mostrano flessibili
sui tagli alle imposte sui guadagni in conto capitale" (NYT, 23 febbraio
1997) illustra lo stretto legame tra uso delle parole e inquadramento della
questione: "flessibilità" attribuisce un connotato positivo e una tacita
approvazione, in un contesto che evidenzia il compromesso politico. Il
quotidiano avrebbe potuto usare parole come "cedere" o "concedere" e
inquadrare la questione come l'accettazione da parte dei democratici di un
sistema di imposizione fiscale sempre più regressivo.

Per il New York Times, i portavoce del complesso militare-industriale, come
Sam Nunn, il defunto Henry Jackson (il senatore della Boeing) e il senatore
repubblicano Alan Simpson (andato da poco in pensione) sono dei "moderati" e
ricevono automaticamente parole di approvazione; un articolo di Claudia
Dreifuss su Simpson si intitolava "La destra ragionevole esce di scena" (2
giugno 1996), mentre la stessa giornalista in un'intervista permetteva a
Simpson di giustificare, senza alcun contraddittorio, l'uso strumentale e
"sporco" del caso di Anita Hill(1) e gli attacchi rivolti a Peter Arnett, un
giornalista che si era occupato della Guerra del Golfo, che Simpson aveva
definito un traditore. Un articolo su Jeane Kirkpatrick, di Barbara
Crossette, era intitolato "Una guerriera, una madre, un'accademica, un
mistero" (NYT, 17 agosto 1994). Kirkpatrick è passata alla storia come
"accademica" per la sua teoria che i regimi "totalitari" come quelli dell'ex
blocco sovietico non avrebbero mai potuto aprirsi all'esterno; mentre, come
umanista, è famosa per aver affermato che le quattro suore americane
violentante e uccise in El Salvador nel 1980 se l'erano cercata.

Per il NYT, il mondo arabo è "diviso in un campo chiaramente moderato e
filo-occidentale, capeggiato dall'Egitto... e una coalizione ferocemente
nazionalista e anti-occidentale riunita attorno all'Iran..." (12 agosto
1990). Moderato e filo-occidentale sono sinonimi e fonti di "stabilità",
come in "In tempi difficili, il principe saudita offre una speranza di
stabilità" (19 gennaio 1996). Moderati filo-occidentali, come i principi
sauditi, o Suharto, non sono mai "dittatori" o "tiranni" come Fidel Castro;
e anche quando non vengono esplicitamente definiti moderati, sono comunque
oggetto di approvazione per i loro risultati in campo economico in termini
di "crescita" - per quanto riguarda Suharto, per esempio, "[P]ersino i suoi
critici [senza entrare in dettaglio] riconoscono che ha regalato crescita e
prosperità al suo paese e ai suoi 190 milioni di abitanti" (NYT, 28 luglio
1996).

Un programma moderato è uno approvato dall'establishment occidentale, a
prescindere dall'impatto sulla popolazione, come in "José Maria Aznar è
stato nominato Primo ministro [della Spagna] su una piattaforma moderata,
basata su una rigida austerità per rimettere ordine nell'economia"
(Philadelphia Inquirer, 15 aprile 1996). Come dicevamo innanzi, a chi
implementa programmi accettati dagli Usa vengono attribuite altre parole
d'approvazione - sono arditi, coraggiosi, cavalieri senza macchia, e fanno
le cose "sileziosamente" (Thomas Friedman, NYT, "La silenziosa rivoluzione
messicana", 17 dicembre 1995), mai rumorosamente e in modo sprezzante.
Spesso queste parole d'approvazione non solo esprimono approvazione, ma
trasmettono una percezione distorta dei fatti. Così, James Sterngold dice
che "Il Nafta è tutta una questione di efficienza economica" (NYT, 9 ottobre
1995), che è del tutto falso - il Nafta è tutta una questione di potere
negoziale delle grandi imprese, del diritto di investire all'estero, ecc. Se
i "moderati" portano avanti programmi neoliberisti violando le promesse
elettorali, per i media occidentali dominanti è un comportamento coraggioso
e meritevole. I politici devono "tenere duro" ed evitare di "cedere alla
paura" (leggi: fare quello che vuole l'elettorato; NYT, editoriale,
intitolato "Perché la Polonia non può tirarsi indietro", 26 ottobre 1991),
una prova evidente del trionfo delle distorsioni mediatiche sull'impegno
formale nei confronti dei processi democratici.

RINGHIARE. Le parole ringhiose sono quelle che stimolano reazioni negative e
sentimenti di rabbia e di rifiuto, come estremista, terrorista, dittatore,
dipendenza, assistenza, spietato, fuorilegge, e lo stesso ringhiare. I
moderati non ringhiano mani, né possono essere fuorilegge, terroristi,
dittatori o spietati. Istituzioni affermate come il Pentagono o le grandi
imprese non soffrono di "dipendenza" e non ricevono "assistenza". I bilanci
pubblici sono caratterizzati da "sprechi", e gli assassini del welfare state
fingono di volerli ridurre (insieme alla "dipendenza" e all'immoralità)
attraverso i tagli di bilancio. Naturalmente, possono contare sul fatto che
i media non faranno confronti fra gli sprechi nella spesa sociale e quelli
nella spesa militare.

Fidel Castro governa "uno stato di polizia obsoleto" (NYT, 8 marzo 1990).
Leslie Gelb parla del "malvagio dittatore" della Corea del Nord, in un
articolo intitolato "Il prossimo stato traditore" (NYT, 10 aprile 1991). Non
ci sono "stati di polizia obsoleti" o "malvagi dittatori", per non dire
traditori, tra i paesi del mondo con cui abbiamo "rapporti commerciali". Il
NYT non ha mai definito "malvagi dittatori" Pinochet o i generali argentini
del 1976-83 che, nelle parole di una commissione argentina per la verità,
hanno inflitto al paese un terrorismo "infinitamente peggiore" di quello che
dicevano di combattere.

Oggigiorno, nei media mainstream, soprattutto presso i portavoce
dell'industria come il giornalista della ABC John Stoessel e gli editori del
Wall Street Journal (WSJ), si incontrano spesso ambientalisti "estremisti"
che ricorrono alla "scienza-spazzatura". Questo non è che un riflesso
dell'intensificarsi degli attacchi delle grandi imprese alla
regolamentazione ambientale, che arriva ai media attraverso i think tank
finanziati dalle imprese (si veda: "Un milione per i tuoi pensieri: la
campagna dei think tank conservatori finanziati dall'industria contro la FDA
[Food and Drug Administration, NdT], Public Citizen, 1996). Per il complesso
industriale-think-tank-mediatico, l'estremismo e la scienza-spazzatura sono,
semplicemente e volgarmente, posizioni e dati dell'opposizione. Posizioni
contrarie vengono espresse in toni vigorosi anche dalla Union of Concerned
Scientists ("La scienza-spazzatura sta distruggendo il nostro paese?",
Nucleus, Inverno 1996-97), sul Rachel's Environment and Health Weekly di
Peter Montague e su altre pubblicazioni; c'è quindi uno scontro su chi
davvero pratichi la scienza-spazzatura, ma sui media mainstream gli
interessi del business hanno un chiaro vantaggio.

SVILIMENTO. Sono queste parole denigranti meno aggressive, che sgridano
anziché ringhiare. La sinistra è "rumorosa" ("La sinistra latina torna
rumorosamente in campo", WSJ, 2 gennaio 1997), mentre abbiamo visto che chi
persegue programmi neoliberisti, come Zedillo, è "silenzioso". La sinistra è
vittima di "dogmi" ("I sindacati tedeschi abbandonano i dogmi di sinistra",
Financial Times (FT), 16-17 novembre 1996), mentre i sostenitori del
neoliberismo mostrano coraggio e realismo nel promuovere principi che sono
pertanto autentici. E quando la sinistra non è rumorosa, ma ammette la
sconfitta e la necessità di cambiamento, allora è "abbattuta" ("Una sinistra
latina abbattuta ripone le sue speranze nelle urne", NYT, 29 luglio 1996).
Non è necessario menzionare il fatto che possa essere abbattuta da un
sistematico terrorismo di stato che decima i suoi ranghi.

ATTENUARE LA VIOLENZA. Le "riforme" economiche sono "dure" e rafforzano
("Dure riforme danno i loro frutti", FT, 16 dicembre 1996; i latini sono
"Rafforzati dall'esperienza", FT, 10 febbraio 1997). I nostri manager del
terrore all'estero sono dei "duri" ("Un uomo duro per il lavoro latino"
[Elliot Abrams], NYT 1 maggio 1985), mentre i leader dei nostri stati
clienti che ammazzano e torturano non sono assassini e torturatori spietati,
ma dei "duri" (Il generale argentino Robert Viola, NYT, 6 ottobre 1980), o
semplicemente "energici" (Il generale israeliano Ariel Sharon, NYT, 11
febbraio 1983). I loro massacri sono trasformati in un uso "eccessivo" della
forza ("La UE critica Israele per l'uso eccessivo della forza", FT, 2
ottobre 1996) o in "repressione" ("Clinton ha sporto le critiche del caso
sulle tattiche repressive dell'Indonesia a Timor Est", NYT, 2 ottobre 1996);
le loro torture sono "forza fisica" ("Israele permette l'uso della forza
fisica negli interrogatori degli arabi", NYT, 16 novembre 1996) o "duri
interrogatori" (NYT, 17 novembre 1994). Dopo ogni invasione israeliana del
Libano - chiamata "incursione" - il NYT distoglieva l'attenzione dalle
vittime, dai feriti, dagli sfollati, parlando invece delle "nuove
opportunità" per la diplomazia ("Lo shock della guerra potrebbe migliorare
le opportunità per la diplomazia", 11 luglio 1982; "Gli Stati Uniti vedono
rischi e opportunità in Medio oriente dopo la guerra in Libano", 31 ottobre
1982).

Nel 1982, funzionari americani portarono negli Stati Uniti un ufficiale
nicaraguense catturato in El Salvador che aveva "confessato" che Cuba e
Nicaragua stavano aiutando i ribelli salvadoregni. Nel corso di una
conferenza stampa a Washington, l'ufficiale dichiarò che la sua confessione
era stata strappata con la tortura. L'articolo del NYT che riportava la
storia si intitolava: "Il racconto di una spia: lezioni di umiltà per gli
Stati Uniti" (2 aprile 1982). Usando la parola "umiltà", la storia si
incentrò sull'imbarazzo dei funzionari americani per non aver saputo
valutare correttamente l'astuzia del nicaraguense e la sua capacità di
"ingannarci", dimenticando il fatto che i nostri clienti ricorrono alla
tortura. Questo tipo di trucco contribuisce a spiegare perché la tortura
fosse una pratica istituzionalizzata nelle province statunitensi o
addestrate dagli Stati Uniti. Dovremmo mostrarci "umili" di fronte ai futuri
risultati di queste torture.

NASCONDERE LE TOLLERANZA PER IL TERRORE PERPETRATO DAGLI STATI CLIENTI.
Espressioni chiave che svolgono questa funzione sono "diplomazia
silenziosa", "diplomazia commerciale" e "impegno costruttivo"; esse
intendono suggerire che l'amministrazione si sta davvero battendo per i
diritti umani, anziché dare una parvenza di pubbliche relazioni al suo
atteggiamento tollerante.

Inoltre, siamo soliti "tener separati" le relazioni commerciali e i diritti
umani, il che implica semplicemente che separiamo le due questioni, e non
che ci dedichiamo alla prima ignorando la seconda. È interessante notare
come le relazioni con stati cliente di importanza economica le relazioni
siano spesso "complesse" e le negoziazioni "delicate" ("Le relazioni tra Usa
e Arabia saudita sono complesse e delicate...", NYT, editoriale, 29 gennaio
1997), contrariamente ai nostri rapporti con, diciamo, Cuba, dove le parole
e le azioni possono essere dure. Questo linguaggio nasconde il fatto che gli
interessi materiali ci portano a tollerare e persino a proteggere
attivamente i regimi che sfruttano senza remore e violano i diritti umani
delle loro popolazioni.

FRASI ALLUSIVE. Parole e frasi come "legato", "si dice che", "fonti
ufficiali sostengono", permettono di presentare fatti e azioni senza fornire
prove verificabili. Il titolo "Legame iraniano sospettato in esplosione
saudita" (Philadelphia Inquirer, 3 agosto 1996) è un tipico esempio di come
si possa disseminare propaganda; e quanto più l'accusa si confà a pregiudizi
esistenti, tanto più è facile muoverla senza produrre prove che la
sostengano. Solo i potenti possono usare regolarmente questi trucchetti.

Possiamo vedere il modo in cui questo sistema manifesta le sue distorsioni,
paragonando l'articolo di Eric Schmitt, "Poche legami fra gli incendi alle
chiese: Gli investigatori vedono il razzismo ma non i segni di una
cospirazione" (NYT, 22 maggio 1996) e quello di William Broad, "Il caso di
Unabomber legato alle proteste universitarie contro la guerra degli anni
'60" (Nyt, 1 giugno 1996).

Il Times ha sempre trattato i movimenti di resistenza degli anni '60 con
ostilità; quindi Broad "crea un collegamento" tra Theodore Kaczyinski -
accusato di essere Unabomber - e il movimento contro la guerra,
semplicemente perché alcuni dei suoi insegnanti e compagni di corso si
opponevano alla guerra in Vietnam invocando la resistenza non violenta,
anche se lo stesso Broad ammette che "ci sono prove che [Kaczyinski] fosse
indifferente alle proteste pacifiste".

Broad avrebbe potuto "creare un collegamento" tra le presunte azioni
violenti di Kaczyinski alla violenza stessa della guerra, che era la causa
delle proteste pacifiche che egli "collega" a Kaczyinski. Broad avrebbe
anche potuto dire che non c'erano prove di un collegamento tra Kaczyinski e
altri gruppi sostenitori della violenza, ma così facendo non avrebbe più
potuto sostenere quel sottile e persino ridicolo legame che gli permetteva
ancora una volta di gettare fango sul movimento pacifista degli anni '60. È
evidente dall'altro titolo riportato più sopra che il giornale avrebbe
potuto "creare un collegamento" tra gli attentati alle chiese e il razzismo,
ma ha invece deciso di negare che vi fosse una "cospirazione". In tal modo,
gli attentati appaiono meno minacciosi che se fossero "collegati" a
qualcosa. Gli attentati alle chiese delle comunità di colore non
presentavano alcun collegamento che il giornale fosse disposto a
evidenziare, come nel caso di Unabomber.

PERSONIFICAZIONE E USO DI PAROLE COLLETTIVE. La personificazione di gruppi e
nazioni e l'uso di parole collettive sono altri metodi comunemente
utilizzati per comunicare la posizione preferita senza dover produrre delle
prove. L'uso di "Brasile" in "La fiducia nelle riforme rincuora il Brasile"
(FT, 24 febbraio 1997) è basato interamente sugli atteggiamenti dei
banchieri e degli analisti brasiliani, che rappresentano meno di un quarto
dell'1 per cento della popolazione del Brasile.

Un classico di questo genere era l'articolo di David Sanger, "Un'Asia
nervosa intravede una Corea del Nord nucleare" (NYT, 7 aprile 1991);
apparentemente, la generalizzazione relativa all'Asia era basata sulle
affermazioni di tre individui, due di loro pubblici funzionari, uno
giapponese, gli altri sud-coreani. L'articolo di David Rosenbaum, "Il taglio
alle tasse a cui l'America non poteva rinunciare" (NYT, 8 ottobre 1989),
mostra come le parole collettive possano essere usate per confondere una
questione. Rosenbaum sostiene che gli americani sentissero di essere
sottoposti a una pressione fiscale eccessiva, ignorando che le diverse
classi avessero atteggiamenti differenti riguardo a specifiche imposte. È
possibile che gli americani si sentissero eccessivamente tassati, ma che
sarebbero stati contenti di vedere aumentare la pressione fiscale sui ricchi
e sulle grandi imprese. L'"America" non poteva rinunciare a questi tagli
alle tasse, perché i normali cittadini non hanno alcun peso sulle politiche
pubbliche. Usando in quel modo la parola "America", Rosenbaum oscura del
tutto queste considerazioni.

ATTRIBUIRE SCORRETTAMENTE MOTIVAZIONI BENEVOLE. I miei preferiti sono
"rischio" e "scommessa", così come vengono applicati alla legge dell'agosto
1996 che "riforma" selvaggiamente il welfare. Il Philadelphia Inquirer
affermava: "Clinton e il Congresso scommettono che molti americani poveri
non avranno bisogno di una rete di sicurezza per atterrare in piedi" (4
agosto 1996). Il NYT scrisse un editoriale sulla "scommessa" e il loro
economista, Peter Passell, citò un analista di un think tank, secondo il
quale la legge si assumeva il "rischio" che le persone private di assistenza
non avrebbero trovato lavoro (8 agosto 1996). L'uso di queste parole implica
che Clay Shaw, Gingrich, McIntosh e Clinton si preoccupassero davvero per
questi poveracci gettati in strada, e che avessero senza dubbio soppesato
costi e benefici in una sorta di calcolo umanitario. Mica vero. Questi
politici non si stavano assumendo dei rischi, né stavano scommettendo;
semplicemente, le sofferenze delle vittime non li toccavano minimamente, per
non dire che ne fossero addirittura compiaciuti.

Naturalmente, è una pratica mediatica del tutto comune assumere che il
nostro paese sia animato da buone intenzioni nel distruggere il suo cortile
o altre parti del mondo (per esempio, nella prima guerra del Golfo o in
Indocina). Lottiamo sempre per la "democrazia" e ci difendiamo dalle
aggressioni altrui, ma non commettiamo mai aggressioni. Anche quando abbiamo
distrutto una democrazia, come in Guatemala nel 1954, i media mainstream
americani lo hanno sempre trovato giustificabile alla luce della "minaccia
del comunismo"; il che, naturalmente, era tutta una scusa per coprire gli
interessi della United Fruit e la determinazione a liberarsi di una
leadership veramente riformista che non avrebbe preso ordini da nessuno. Il
potere dei media nel razionalizzare l'aggressione statunitense raggiunse il
suo zenit nella guerra del Vietnam dove, nonostante il fatto che gli Usa
ricorressero unicamente alla forza e che i politici ammettessero che i
nostri agenti non potessero competere politicamente col "nemico", secondo
James Reston, in un classico esempio di apologetica, eravamo in Vietnam per
affermare il principio che "nessuno stato può ricorrere alla forza militare
o minacciare l'uso della forza militare per perseguire i suoi obiettivi" (26
febbraio 1965).

RIMOZIONE DEL COLPEVOLE. Quando noi o i nostri alleati commettiamo qualcosa
di terribile, è pratica comune ricorrere alle voci passive e ad altre
tecniche per rimuovere il colpevole. Così, il sottotitolo di un articolo del
NYT sulla fine della guerra civile in Guatemala (30 dicembre 1996),
recitava: "Dopo 100 mila morti, la cerimonia di pace è più un momento
solenne che una celebrazione". In realtà, i morti furono più di 100 mila, ma
notate come l'articolo non dica chi avesse compiuto gli omicidi, o chi fosse
il paese che nel 1954 avesse sostituito un governo democraticamente eletto
con un regime di terrore la cui violenza, apparentemente, era infine
cessata. Anche nei suoi reportage sull'Indonesia, il NYT aveva qualche
problema a identificare un colpevole: "Si stima che nel 1965, anno
dell'ascesa al potere di Suharto, siano morti più di 500 mila indonesiani
nelle epurazioni della sinistra" (8 aprile 1997). In realtà, le "epurazioni"
non riguardarono solo la "sinistra", ma anche centinaia di migliaia di
contadini, e non ci sono dubbi su chi abbia le abbia attuate, né su chi
fosse la grande potenza mondiale che le appoggiava, ritenendole uno
"spiraglio di luce in Asia" (James Reston, NYT, 19 luglio 1966).

Questi sono solo alcuni dei metodi impiegati per manipolare le parole a
scopi propagandistici. In molti casi, il processo consiste nel passare le
parole e il taglio delle notizie della fonte da cui provengono. Ma i media
sostengono di cercare la verità e di servire l'interesse pubblico (non
quello delle élite economiche). Questo dovrebbe essere lo standard in base
al quale valutare e criticare il loro operato, nel tentativo di colmare
l'enorme divario tra gli ideali che proclamano e il modo in cui di fatto
agiscono.


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(1) Nel 1991, quando George Bush padre decise di nominare Clarence Thomas
giudice della Corte Suprema, Anita Hill, professoressa di Legge
all'Università dell'Oklahoma, lo denunciò per molestie sessuali. Nonostante
lo scandalo che seguì, il Senato americano confermò la nomina di Thomas, che
pur essendo un Afro-americano aveva posizioni fortemente conservatrici. Per
approfondimenti, si veda http://chnm.gmu.edu/courses/122/hill/hillframe.htm
(NdT). (<<)


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