Bossi al raduno leghista contro la Turchia nell'Ue: basta con i magna magna...
di Carlo Brambilla
La Lega orfana di Umberto Bossi, annullati tutti i rituali «appuntamenti con la Storia» (niente Pontida, niente Monviso, niente Venezia, niente di niente), dopo un anno d’indigestione di «parlamentarismo» e «governismo» in salsa berlusconiana, si è finalmente sfogata in piazza a Milano, urlando in coro liberatorio: «Fini-Casini-Berlusconi, la Turchia fuori dai coglioni». Il tutto sulle note natalizie di «Tu scendi dalle stelle...», per ribadire le «radici cristiane» e rinvigorire il grido di guerra: «No islam». Così ieri mattina a Milano alcune migliaia di padani (per il ministro Calderoli i «soliti cinquantamila»), guidati da tutti i big, ministri, parlamentari, segretari, sono riusciti a mettere insieme un robusto corteo culminato «sotto la Madonnina» in piazza del Duomo. Ci speravano i leghisti di vedere, magari là seduto sul palco in attesa dell’arrivo del corteo, la sagoma dell’Umberto. Niente da fare. Il capo era rimasto in clinica, a seguire la manifestazione attraverso la «diretta» di Radio Padania. Al suo posto solo un brevissimo messaggio, letto da Roberto Calderoli alla chiusura della manifestazione.
Un messaggio inneggiante all’«identità» padana e dal tono non propriamente conciliante con la politica estera del Governo nazionale e con quella dell’Europa. Un messaggio per dire che «la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua non sono in vendita». Alla piazza Bossi ha consegnato la sua «visione del mondo» precisamente così: «È toccato a noi vivere per cinquant'anni in Italia e pagare le follie romane, e siamo tuttora costretti a mantenere i magna-magna romani e tutto per aver perso la nostra lingua e quindi la coscienza di dover essere padroni a casa nostra. Adesso abbiamo in Europa i nuovi rifacitori della nostra storia: i massoni, i trafficanti, i venditori di pelle di anguria. Noi dobbiamo dire a costoro che ci teniamo la nostra storia, senza le loro correzioni, non ci importa nulla di chi ha fatto carriera dichiarandosi europeo e nella realtà ha svenduto la nostra economia, la nostra impresa e la nostra identità. A questi rispondiamo: senza la nostra storia siamo morti, la nostra storia non è in vendita. Noi non stiamo con i massoni, noi siamo con il popolo e con la nostra storia».
Bossi ha dunque sancito che questa dell’ingresso della Turchia in Europa è diventata per la Lega una questione di principio «non trattabile», offrendo la chiave di lettura politica della mobilitazione milanese che ha senza dubbio accentuato i motivi di contrasto col Governo e la coalizione berlusconiana. Del resto la «febbre da insofferenza» si è ben evidenziata durante il corteo e i comizi. I fischi personalizzati hanno costituito la colonna sonora degli umori della base leghista. Bordata di fischi per Berlusconi, quando il capogruppo alla Camera Alessandro Cè ha detto: «Caro Presidente, siamo stufi del tuo paternalismo». Fischi per Ciampi, quando sempre Cè ha annunciato di «aver inviato una lettera al Presidente della Repubblica per discutere della questione Turchia, ma senza risposta». Fischi per Casini, fischi per Follini, amenamente definito da Mario Borghezio, «un emerito imbecille»; ancora fischi per il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, più volte tirato in ballo per le sue «svendite ideologiche». Insomma ce n’è stato abbastanza da domandarsi se davvero la Lega faccia parte della maggioranza che governa il Paese.
È toccato a Roberto Maroni rimettere le cose politicamente a posto, cercando di conciliare l’umor nero dei leghisti nei confronti del sistema berlusconiano con la «questione di principio» sulla Turchia e la permanenza nel Governo. Ecco l’acrobazia dialettica del ministro del Welfare: «Sulla Turchia serve un referendum europeo. Su una faccenda così importante tocca ai popoli decidere. Barroso, l’amico di Berlusconi batta un colpo.
Comunque alle prossime elezioni politiche, se si presenterà l'occasione di correre ancora in coalizione, credo che il no alla Turchia in Europa dovrà essere posto nell'agenda di governo, visto che in quella attuale non c'è». Quanto allo stato delle cose dell’alleanza, Maroni non ha riconfermato la scelta di star dentro alla maggioranza: «Lo facciamo turandoci il naso, perché riteniamo che sia l’unica possibilità a disposizione per realizzare il federalismo».
La politica attuale della Lega è tutta qui, chiusa fra il messaggio di Bossi e le puntualizzazioni di Maroni. Il resto è tutto un titillare le corde del «malpancismo» della base, esploso nell’ovazione che ha accolto il finale dell’intervento di Mario Borghezio, il secessionista dichiarato e «mai pentito»: «Finora ci è mancato quello che poteva parlare all'Europa, ma presto torna, lo vogliamo di nuovo qui sul palco, quello tra poco gli fa un culo così ai politici bastardi che vogliono farci ingoiare la faccenda della Turchia». Ma «quello» non si sa quando torna, anche se ha promesso (annunciato da Calderoli) di esserci in voce «la mattina di Natale», dai microfoni di Radio Padania.




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